CIVICO 103. Aggratis!

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La Galleria Civica di Modena produce e distribuisce un magazine veramente allettante, che devo (purtroppo) ammettere di aver scoperto da poco – ma ora recupererò tale mancanza, di certo. Si chiama CIVICO 103, ed è nato nel 2010 in occasione del FestivalFilosofia, dedicato quell’anno alla fortuna, con lo scopo di annunciare e diffondere le iniziative della galleria. Era, quella, una prima, timida apparizione, con il medesimo formato di oggi ma una foliazione minima, e con tutta la provvisorietà e la sperimentazione che un numero 0 porta(va) necessariamente con sé. Oggi è arrivato a 13 numeri pubblicati 70.000 copie cartacee distribuite e trovo abbia una vena letteraria assolutamente intrigante, alimentata in ogni numero da speciali contributi (di ampio respiro, come si dice in tali casi) di scrittori e illustratori, in particolare per l’appuntamento fisso del racconto di apertura. Un articolato connubio tra arte visiva (nelle sue varie forme) e letteratura, messo nero su bianco: allettante, appunto, senza alcun dubbio!
Last but non least – anzi! – CIVICO 103 è FREE. Sì, è aggratis: e per quanto offre, credo sia una lettura da non perdere!

Cliccate sull’immagine delle copertine per saperne di più, mentre QUI potete scaricare i vari in numeri in formato pdf, oppure QUI potete consultare il magazine grazie alla nuova web app civico103.net.

James Joyce, “Gente di Dublino”

cop_Gente-di-DublinoHo avuto l’occasione, di recente, di visitare Dublino: una città nella quale non ero mai stato e che mi ha mostrato una grande personalità urbana, tra i suoi monumenti ricchi di suggestioni, le innumerevoli viuzze su cui si affacciano meravigliosi pub, i parchi verdissimi e tranquilli, i simboli di una storia cittadina alquanto animata, a volte turbolenta, in certi casi contraddittoria ma sempre orgogliosa e consapevole della propria essenza. Ecco, l’essenza delle città, quella che io sempre vado cercando, quella che fa capire meglio di qualsivoglia monumento cosa sia la città, e cosa siano i suoi abitanti: d’altro canto, come sostengo sempre, vi è un periodo in cui sono gli abitanti a fare una città, ma sovente segue poi il periodo nel quale è questa a fare i suoi abitanti, a caratterizzarli col suo stesso spirito, con quell’essenza suddetta.
Dublino è anche, e molto, città letteraria; e se di letteratura vi è da parlare, uno dei primi nomi che balzano alla mente, se non il primo in assoluto, è quello di James Joyce: il che significa Ulisse, e forse anche di più – vuoi solo per il titolo dell’opera – Gente di Dublino (Feltrinelli ed.2014, Traduzione e cura di Daniele Benati, introduzione di Italo Svevo. Orig.: Dubliners, 1914). L’Ulisse lo lessi molti anni fa, e ammetto che non fu uno dei classici che più mi entusiasmò – semplicemente allora preferivo altre scritture classiche, altre atmosfere letterarie; in effetti Joyce è forse uno dei capisaldi della letteratura europea moderna per il quale più di altri la fama raggiunta è inversamente proporzionale al gradimento generale contemporaneo, tuttavia l’essere stato a Dublino mi ha fatto sentire in obbligo, quasi, di leggere quella raccolta di racconti nel cui titolo l’autore ha proprio voluto ineluttabilmente fissare l’importanza della città, e del rapporto diretto e reciproco coi suoi abitanti…

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Leggete la recensione completa di Gente di Dublino cliccando sulla copertina del libro in testa al post o sulla foto qui sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Di “voluttà” (letterarie) forse troppo superficiali. Forse.

Idiot-ebook1Leggo su La Stampa, in un articolo a firma Mario Baudino pubblicato qualche settimana fa:
Un mese fa a Torino, al convegno dell’Igel – International Society for the Empirical Study of Literature and Media, due studiosi, la norvegese Anne Mangen e il francese Jean Luc Velay hanno esposto i risultati di una loro ricerca: un po’ inquietanti. 50 studenti omogenei per cultura e uso delle tecnologie erano stati invitati a leggere un breve racconto della giallista Elizabeth George (tradotto in francese). Metà di loro su un libro cartaceo, metà sul Kindle. Poi sono stati interrogati sugli aspetti della storia, emotivi e narrativi. Il risultato è che quelli del Kindle, a differenza degli altri, avevano difficoltà a ricostruirne la trama.

Beh, accidenti… La notizia (poco rimbalzata sui media, ma guarda!) è a dir poco imbarazzante, e denota una certa problematicità tutt’oggi importante e irrisolta nei confronti di una potenziale rivoluzione i cui effetti non comprendiamo ancora bene, anche perché non sappiamo nemmeno se vi saranno, tali effetti, ovvero se quella rivoluzione non finisca per rivolgersi ove non deve e avvolgersi rovinosamente su sé stessa.
In verità, e in tutta sincerità, non so perché ma ‘sta notizia mi fa venire in mente (mi scuso per la singolarità di quanto state per leggere) la differenza tra il fare sesso con una donna – o un uomo, ovvio: io guardo la cosa dal mio punto di vista – ammaliata, conquistata, sedotta e amata, e il farlo con una escort, sia pure di classe. Sì, voglio dire: lo scopo lo si raggiunge in entrambi i casi, e la scelta di usufruire dell’una o dell’altra situazione è inevitabilmente libera, al di là di qualsivoglia considerazione. E’ il dopo che è diverso. Quando seppur ci si ritiene soddisfatti di ciò che si ha vissuto, ci si rende conto di non sapere e/o ricordare nemmeno il nome di lei…

Ma è una riflessione così, ripeto, del tutto spontanea e personale. In ogni caso, lunga vita alle esc… pardon, ai libri tutti, di carta o elettronici, tra le cose terrene (con poche altre gioie più materiali, certo!) capaci di farci godere un piacere profondo, intenso, intellettualmente voluttuoso e a volte entusiasmante. E senza bisogno d’alcun ausilio contraccettivo – anzi!

Dopo la fine del mondo? Resteranno solo polvere e fondamentalisti (Terry Pratchett & Neil Gaiman dixit #2)

«Sembra tutto così tranquillo» disse. «Secondo te come andrà a finire?»
«Be’, l’estinzione mediante guerra termonucleare ha sempre goduto di parecchio credito. E devo ammettere che i pezzi grossi si stanno comportando piuttosto bene, al momento.»
«Collisione con un asteroide?» chiese Azraphel. «Per quanto ne so, ora come ora va molto di moda. Un colpo dritto all’Oceano Indiano, una gran bella nuvola di polvere e gas, e tanti saluti a tutte le forme di vita più evolute.»
«Caspita» esclamò Crowley, sempre attento a mantenersi al di sopra del limite di velocità. Tutto faceva brodo.
«Idea insopportabile, non è vero?» disse Azraphel, scuro in volto.
«Tutte le forme di vita più evolute falciate in un attimo.»
«Terribile.»
«Niente altro che polvere e fondamentalisti.»
«Questa era cattiva.»
«Scusa. Non ho resistito.»

(Terry Pratchett, Neil Gaiman, Buona Apocalisse a tutti!, pagg.110/111, Arnoldo Mondadori Editore 2007, collana “Strade Blu”, traduzione di Luca Fusari; orig. Good Omens, 1990.)

Quindi, cari asteroidi in rotta di collisione con la Terra, alieni malvagi, Maya al prossimo tentativo o chi altri, se c’è da fare tabula rasa vedete di farlo compiutamente. Sennò è inutile, eh!
(E comunque QUI potete leggere la recensione del suddetto romanzo…)

Terry Pratchett, Neil Gaiman, “Buona Apocalisse a tutti!”

buona_apocalisse_copAll’inizio del Ventesimo Secolo l’Impero Britannico figurava come il più esteso della storia (eccetto forse solo quello dei Mongoli del XIII secolo), espandendo il proprio potere su un quarto delle terre del pianeta e un quinto della popolazione mondiale d’allora, e rappresentando di gran lunga la prima e più influente potenza mondiale, al punto che mai come per il dominio di Sua Maestà si può storicamente parlare di “imperialismo” alla massima potenza.
O forse no. Forse c’è qualcosa di britannico che, sotto certi aspetti, è divenuto ancora più egemone del citato potere politico su buona parte del pianeta… (e sì, così vi spiego anche il perché di quel mio prologo storico apparentemente bislacco, per la recensione di un romanzo): il british humor, ovvero il tipico stile umoristico letterario (e non solo) sviluppatosi in Terra d’Albione e divenuto nell’era moderna e contemporanea la principale scuola comica a livello planetario. A partire da certa pur aulica ironia shakespeariana fino ai mostri sacri degli ultimi decenni – Wodehouse, Waugh, Adams, Sharpe solo per citarne alcuni, con l’insuperabile appendice TV-filmica dei Monty Python che di letterario nei propri sketch mettevano tantissimo – mi viene da affermare con tranquillità che buona parte delle risate che nel mondo di oggi ci vengono da fare nascono proprio da quella scuola, da quel suo stile e dall’influenza veramente globale sulla comicità occidentale (ma non solo): uno stile molto più legato ad una costruzione complessa della gag comica rispetto allo stile mediterraneo, fatto di battute e freddure meno ragionate e più immediate. Uno stile più artistico, sotto molti aspetti.
Posto ciò, da appassionato cultore della letteratura umoristica di matrice anglosassone, indigena e non, e avendo letto innumerevoli romanzi riconducibili a questa “scuola” (definirlo meramente “genere” mi pare alquanto riduttivo) scritti da veri e propri mostri sacri di tale letteratura, mi rendo conto che a chi produca oggi opere analoghe si presenti l’arduo compito di affrontare inevitabilmente la storia e il confronto con essa, nonché la responsabilità da tutto ciò derivante – un po’ come il calciatore che si ritrovi a giocare con lo stesso numero, lo stesso ruolo e le stesse circostanze di Maradona, o di altri campioni assoluti del genere. Adocchiando dunque in libreria un romanzo sulla cui copertina campeggiano i nomi di Terry Pratchett e Neil Gaiman, due tra i più noti e celebrati scrittori britannici contemporanei, impegnati in un romanzo la cui presentazione interna cita Douglas Adams e i Monty Python quali riferimenti diretti per la storia narrata in esso, non potevo non supporre una lettura che non fosse meramente tale ma, appunto, assolutamente mirata a cercare una buona risposta alla domanda già poco fa indirettamente espressa: ma di eredi dei grandi autori umoristici britannici ce ne sono ancora, in circolazione? Ovvero: la letteratura umoristica anglosassone è ancora egemone, oggi, sulle altre di simile specie?
Il romanzo in oggetto è Buona Apocalisse a tutti! (Arnoldo Mondadori Editore, 2007, collana “Strade Blu”, traduzione di Luca Fusari; orig. Good Omens, 1990), la cui trama tento di riassumere in poche righe: le sfere divine decidono che per la Terra è giunta l’ora dell’Armageddon, mettendone in moto il processo irreversibile…

Leggete la recensione completa di Buona Apocalisse a tutti! cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!