Tre cose

Il leggere rende un uomo completo; il parlare lo rende pronto; e lo scrivere lo rende preciso.

(Francis Bacon/Francesco Bacone, Degli studi, L, in Saggi, traduzione di Cordelia Guzzo, in Scritti politici, giuridici e storici, vol. I, a cura di Enrico De Mas, UTET, Torino, 1971. Vedi anche qui.)

Galli della Loggia, “Il Belpaese è diventato brutto”

Sul Corriere della Sera del 18 settembre scorso è uscito un articolo firmato da Ernesto Galli della Loggia intitolato Il Belpaese è diventato brutto, sottotitolo: “Da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale”.
Pur non essendo totalmente d’accordo con alcuni suoi passaggi – ad esempio ove Galli della Loggia tratta del ruolo della Chiesa nel processo di “socializzazione”  del paese – e al di là di qualsiasi considerazione sull’autore e sul media in questione (d’altro canto non leggo i quotidiani italiani, ergo non pretendo voci in capitolo – l’articolo l’ho tratto dal web), trovo quanto scritto da Galli della Loggia assolutamente esplicativo e significativo della realtà socio-culturale contemporanea italiana.
Vi riproduco di seguito incipit ed explicit dell’articolo, nei quali già si possono ritrovare alcune tanto drammatiche quanto innegabili evidenze sulla suddetta realtà, e vi invito a leggere il testo completo cliccando sull’immagine in testa al post.

È bene che ce lo diciamo per primi noi stessi: l’Italia sta diventando un Paese invivibile. Un Paese incolto nel quale ogni regola è approssimativa, il suo rispetto incerto, mentre i tratti d’inciviltà non si contano. Basta guardarsi intorno: sono sempre più diffusi e sempre meno sanzionate dalla condanna pubblica l’ignoranza, la superficialità, la maleducazione, la piccola corruzione, l’aggressività gratuita. Una discussione informata è ormai quasi impossibile: in generale e specie in pubblico l’italiano medio sopporta sempre meno di essere contraddetto e diffida di chi prova a farlo ragionare, mostrandosi invece disposto a credere volentieri alle notizie e alle idee più strampalate. Non è un ritratto esagerato: è l’immagine che sempre più dà di sé il nostro Paese. La verità è che nel costume degli italiani è intervenuta una frattura che ha inevitabilmente modificato anche la qualità della cultura civica della Penisola e quindi di tutta la nostra vita collettiva a cominciare dalla vita politica. Il cui degrado non comincia a Montecitorio, comincia quasi sempre a casa nostra. Ho parlato di frattura perché le cose non sono andate sempre così. È vero che al momento della sua nascita lo Stato repubblicano non ha potuto certo contare su cittadini istruiti e tanto meno su un diffuso senso civico o su una vasta acculturazione di tipo democratico. Inizialmente, infatti, la cultura civica del Paese fu limitata in sostanza a quella delle sue élite politiche e del sottile strato di persone a esse in vario modo vicine (e dio sa con quali e quante contraddizioni!). Ma a compensare in qualche misura queste carenze, e quindi a rendere possibile la crescita di una vita pubblica più o meno consona ai nuovi tempi democratici, valse almeno il fatto che nel tessuto italiano continuavano pur sempre a esistere una tradizionale civiltà di modi, una costumatezza delle relazioni sociali, un antico riguardo per le forme e per i ruoli, un generale rispetto per il sapere e per l’autorità in genere.
[…]
Come invece sono andate le cose si sa. L’Italia ha visto quelle istituzioni di cui dicevo sopra — per varie ragioni e in vari modi, ma più o meno nello stesso giro di anni, a partire dagli anni 80-90 — scomparire. Scomparire, intendo, nelle forme che esse avevano un tempo (o come la leva cancellate del tutto), per essere sostituite dalle forme nuove richieste dai «gusti del pubblico», dagli «indici di ascolto», dai sindacati, dai «movimenti», dalle «attese delle famiglie», dalle «comunità di base», dalla «pace», dai «tempi della pubblicità», dai «bisogni dei ragazzi», dal desiderio dei vertici di non dispiacere a nessuno. È così da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale. Coltivando un’idea fasulla di modernità e di libertà l’Italia ha assistito, addirittura compiaciuta, al progressivo smantellamento di istituzioni che alimentavano la democrazia con il flusso vitale del sapere disinteressato, della tradizione, della possibilità dell’autoriconoscimento collettivo. Ci siamo avviati in tal modo ad essere una società senza veri legami, spesso selvatica e analfabeta, ogni volta che convenga frantumata in un individualismo carognesco e prepotente. L’Italia di oggi insomma, illusa e inconsapevole del brutto Paese che essa ormai sta diventando.

La lettura rende un uomo completo… (Francis Bacon dixit)

La lettura rende un uomo completo, la conversazione lo rende agile di spirito e la scrittura lo rende esatto.

Francis Bacon, Essays, or Counsels Civil and Moral, 1625. It. Saggi civili e morali)

FrancescoBacone-e1432503085691Inutile dire che Bacon, o Francesco Bacone, è da annoverare tra i padri del pensiero moderno e quindi contemporaneo – già se ne accorsero in epoca illuminista, quando Diderot, lavorando all’Encyclopédie, non mancò di notare che “Se siamo riusciti nel nostro intento, ne siamo debitori al Cancelliere Bacone.” – dunque non deve stupire la sua considerazione nei confronti della lettura e della scrittura.
D’altro canto, se spesso il pensiero diffuso ci pare oggi povero, parecchio sbieco e assai opinabile, è fors’anche perché si legge troppo poco, si conversa vanamente e (di conseguenza) si scrivono grandi futilità. Già.