Centotrentaquattro, duecentoventitré, duecentoventisei…

No, non sto dando i numeri. O forse sì, dipende dai punti di vista e il mio, in tal caso, è montano, posto sulla sommità di una delle montagne sopra casa dalla quale ho una amplissima visuale dell’arco alpino occidentale, dalle vette della Svizzera centrale fino a quelle delle Alpi marittime, tra Piemonte e Francia.

E in questa mia visuale sono due i riferimenti fondamentali e ineludibili che la definiscono, referenziandola geograficamente e dandogli prospettiva e profondità spaziali.

Il primo, verso nord-ovest, si trova a poco meno di 134 chilometri di distanza in linea d’aria (stimata con gli strumenti di misurazione avanzata di Google Earth) dal punto di osservazione nel quale ho scattato l’immagine: è il Finsteaarhorn, la massima vetta dell’Oberland bernese, alta 4274 metri. Pur se circondata da molte altre vette importanti e elevate, la sua piramide aguzza e slanciata verso il cielo, che ricorda quella del Cervino, è inconfondibile.

Verso sud-ovest, invece, l’altro fondamentale marcatore georeferenziale del mio panorama alpino occidentale è il Monviso, la cui possente piramide alta 3841 metri è simile a quella del Finsteraarhorn ma più isolata e per ciò visivamente “inevitabile”, nonostante la maggior distanza: dallo stesso mio punto di osservazione e di scatto delle immagini fotografiche dista 226 chilometri circa.

Tra le due vette la distanza è di circa 223 chilometri e comprende il più importante settore delle Alpi, quello con la gran parte dei quattromila, dei massicci più imponenti e dei maggiori ghiacciai. Osservando le due montagne dal punto in cui ho scattato le immagini, le linee della mia visuale sorvolano, verso il Finsteraarhorn, una messe di valli alpine e prealpine tra le quali la Val Maggia, la Formazza, il Goms, i laghi di Como, di Lugano e il Maggiore sulla verticale della città di Locarno, una miriadi di bacini lacustri montani, di corsi d’acqua d’ogni taglia, di vette più o meno elevate. Mentre, verso il Monviso, il mio sguardo sorvola la gran parte della Pianura Padana lombardo-piemontese con l’alta Brianza, la valle del Ticino, le piane agricole tra Novara e Vercelli, i rilievi collinari del Monferrato, la città di Torino sfiorata a meridione e la Rocca di Cavour a settentrione, le pianure pinerolesi e la valle dell’alto Po.

Una porzione di mondo geograficamente complessa e paesaggisticamente affascinante, insomma, racchiusa dal grande arco delle Alpi occidentali (e più a sud dall’Appennino ligure): per me, che lo osservo da qui, quello che richiama e poi accoglie ad ogni fine giornata il Sole che ricambia l’ospitalità indorandone l’orizzonte in modi spesso stupefacenti. Per questo trovo sia oltre modo affascinante osservare le vette alpine che spiccano sulle linee dell’orizzonte, e farlo da una di esse così da equilibrare il piano della prospettiva (pur tra le differenze altitudinali, ovviamente). Non è solo una questione estetica, legata alla bellezza della visione panoramica, ma è come osservare innumerevoli cairn, marcatori referenziali che identificano e segnano le geomorfologie alpine, che definiscono posizioni, distanze, allineamenti, reticoli visivi, relazioni orografiche con tutti i paesaggi che ci stanno dentro, al contempo definendo e identificando dove sono io che osservo, rispetto a quella visione tanto quanto all’intera zona, regione, macro-scala territoriale.

[Un altro scorcio delle Alpi occidentali – con in mezzo le Prealpi comasche – visto dalle mie montagne.]
Ci dicono dove siamo, le montagne, ci mettono a posto nella loro geografia alla cui complessità le loro vette danno ordine nonostante l’apparente posizione casuale e, per così dire, ci aiutano a stare al mondo – una cosa, in fondo, a sua volta sovente legata al caso. Anche per questo, io credo, la visione dei panorami alpini ci è tanto affascinante e rasserenante: perché ci relaziona a quel pezzo di mondo in cui stiamo e non ci fa sentire smarriti nelle sue vastità.

P.S.: le foto del Finsteraarhorn e del Monviso le ho fatte io, che non sono un fotografo, con il mio smartphone, recente ma non troppo. So che non sono nulla di che, ma siate comprensivi al riguardo.

 

La bellezza effimera

Non si dovrebbe mai dare per scontata la bellezza e, di contro, occorre restare sempre consapevoli di quanto possa essere effimera. D’altro canto la bellezza a volte non è tale in sé ma grazie alle circostanze del momento nel quale ne possiamo godere: bisogna saperlo cogliere e vivere aprendo la mente, il cuore e l’animo così da alimentarsi pienamente della sua energia possente e fugace, consci che quel momento non ha dimensione e può durare un istante oppure di più ma comunque, prima o poi, svanirà.

Una bellezza potente e effimera come quella generata da una nevicata novembrina, quanto mai rara in quest’epoca di clima deteriorato, l’opportunità straordinaria da cogliere per godere del paesaggio impreziosito dalla coltre scintillante, il momento da cogliere, da vivere pienamente e del quale alimentarsi per catturare almeno un poco di quella bellezza prima che tutto svanisca, senza dare per scontato che si manifesterà di nuovo. Ma restando sempre pronti a goderne ancora, nel caso: perché prima che la bellezza possa salvare il mondo, noi che lo abitiamo la dobbiamo preservare e dentro di noi, prima che fuori.

Così forse, io credo, sarà meno scontata ed effimera.

N.B.: le foto che vedete sono state scattate con uno smartphone da un non fotografo, cioè lo scrivente, dunque non sono sicuramente belle come quelle di chi sa veramente fotografare. Infatti qui non servono a fissare tanto la bellezza di una visione quanto la densità di un’emozione, per il cui fine, più che tecnicamente belle, devono essere narrativamente efficaci. Spero che lo siano sul serio, posto quanto appena affermato.

La meteo “diversamente bella” che rende il paesaggio “diversamente” speciale

Piove. E quando piove almeno due cose sono certe: che il governo è ladro (che poi, fateci caso, la pioggia è sempre bipartisan) e che lo scrivente prepara lo zaino, infila le scarpe da trekking, un copricapo impermeabile in testa e va per i monti. A meno che non ci siano nubifragioni nell’aria, ovvio, e d’altronde il temporale che fino a poco prima ha scosso la zona scaricando anche un po’ di grandine è già corso verso levante, ormai per me innocuo.

Ho scelto un percorso particolarmente silvestre, sia per ripararmi almeno un poco dalla pioggia a tratti battente e sia perché so bene quanto sia fenomenale attraversare i boschi madidi: gli alberi cantano felici come se imitassero noi umani sotto la doccia, il ticchettio delle gocce di pioggia sulle foglie che ancora stazionano sui rami battono il codice morse dell’entusiasmo arboreo, il terreno effonde profumi intensi, ancestrali, quasi inebrianti, i corsi d’acqua, anche quelli periodici, si ravvivano e rivitalizzano l’ambiente. Fuori dal bosco, il verde dei prati si fa quasi fosforescente tant’è brillante mentre le nuvolaglie sfilacciate si fanno indossare dalle cime dei monti come sciarpe fluttuanti.

Tutto questo – anche tutto questo – fa sì che il sentiero lungo il quale cammino l’ho già fatto mille volte e questa milleunesima è sorprendente come fosse la prima: è la manifestazione di una poiesis geopoetica e psicogeografica, un “fare dal nulla” il paesaggio il quale immediatamente diventa la dimensione fondamentale di quei momenti. Alla cui meraviglia, lo ammetto, contribuisce il fatto che non ci sia nessuno in giro – andata e ritorno, non ho incrociato anima (umana) viva; ma in fondo mi dispiace che tali condizioni, anche quando non siano affatto problematiche, scoraggino molti dal farsi una bella camminata al ritmo naturale battuto dalla pioggia sulle chiome arboree. Questa meteo diversamente bella rende percepibili cose diversamente speciali del paesaggio altrimenti sfuggenti – i profumi del bosco, appunto, o le forme dei monti definite dalle nuvole che vi si inframezzano, i differenti toni virenti della vegetazione, eccetera – così che in quel paesaggio ci si senta in qualche modo ancora più dentro del solito, ancora più parte di esso: in fondo si è tutti – umani, animali, piante, pietre – nella stessa condizione madida di pioggia. Alla fine anche il fango che resta sulle mie scarpe o che mi inzacchera i polpacci mi interra più del solito in quel paesaggio, in quell’ambiente grigio, bagnato, freddiccio, eppure così inopinatamente bello e speciale.

Eppoi dopo la pioggia viene sempre il sereno, Rodari docet; ne sarò ancora più contento del suo calore, del cielo tornato terso, della luce ritrovata, proprio grazie alla pioggia, in fondo. Yin e Yang, notte e giorno, caldo e freddo, cielo e terra, negativo e positivo. Ecco anche perché quando piove io comunque prendo lo zaino e comincio a camminare: per farlo pure col Sole con identica, meravigliosa, salutare soddisfazione.

 

Sabato prossimo illuminiamo le montagne di solidarietà!

La montagna è un mondo speciale che offre e richiede solidarietà a chiunque la voglia vivere e frequentare, anche solo per le condizioni ambientali che offre oppure perché, per goderla al meglio, occorre manifestare sensibilità, cura, attenzione, curiosità, capacità di meravigliarsi, impegno, a volte fatica o spirito di sacrificio… ma per ricevere poi in cambio doni di valore intellettuale, umanistico, emozionale, spirituale inestimabili, che le montagne come pochi altri ambiti ci possono elargire.

In forza di questo sentimento collettivo che certamente chiunque frequenti le terre alte con autentica passione e consapevolezza conosce bene, la solidarietà può assumere forme e manifestazioni diverse, mantenendo invariabilmente preziosa la propria sostanza concreta. Mi viene da proporvi questo invitandovi calorosamente a partecipare, sabato prossimo 11 gennaio, alla nuova edizione di “Luci di Solidarietà, la fiaccolata lungo uno spettacolare tratto della DOL dei Tre Signori – la Dorsale Orobica Lecchese – sospeso tra terra e cielo in una notte che spero magnificamente serena così che si possa coglierne tutta la grandiosità, in ricordo dell’alpinista bergamasco Mario Merelli e a sostegno del Kalika Family Hospital, struttura ospedaliera sorta in Nepal ad uso della popolazioni locali proprio grazie all’impegno di Merelli, scomparso nel gennaio 2012 durante un’ascensione sulle Alpi Orobie.

[Mario Merelli, immagine tratta da www.montagna.tv.]
Di nuovo, a tal proposito, devo ringraziare l’amico Giuseppe Capoferri, anima pulsante e motore rombante dell’evento nonché rinomato baritono (in forza al celeberrimo Coro della Scala di Milano) e artista musicale: conosco bene l’impegno e l’entusiasmo che da sempre mette nell’organizzazione della fiaccolata e nel portare avanti gli ideali di solidarietà che vi stanno alla base, e ogni volta che l’evento va in scena non posso che considerarlo una sua ulteriore “vetta” raggiunta e superata, in vista di tante altre future.

Trovate tutte le info nella locandina lì sopra. Dunque, partecipate se potete: confidando nella meteo favorevole (come dovrebbe essere), ne tornerete parecchio entusiasti e profondamente arricchiti.

Luci di solidarietà

Sono profondamente felice di potervi consigliare anche quest’anno un evento veramente molto bello e importante che si terrà sabato 4 febbraio prossimo: Luci di Solidarietà, fiaccolata lungo uno spettacolare tratto della DOL dei Tre Signori – la Dorsale Orobica Lecchese – sospeso tra terra e cielo in una notte che spero magnificamente serena così che si possa coglierne tutta la grandiosità, in ricordo dell’alpinista bergamasco Mario Merelli e a sostegno del Kalika Family Hospital, struttura ospedaliera sorta in Nepal ad uso della popolazioni locali proprio grazie all’impegno di Merelli, del quale quest’anno si ricorda il decennale dalla tragica scomparsa. È anche un modo prezioso per concretizzare nei fatti quel famoso motteggio, «la montagna è scuola di vita», in forza del quale la solidarietà si manifesta come uno dei migliori e più compiuti insegnamenti da mettere in pratica al fine di donare vita, per quanto possibile, a genti che vivono su montagne lontane nello spazio ma vicine nell’animo di chiunque le salga, ovunque si trovino.

Per tutto ciò, senza far torto ad altri, non posso che ringraziare l’amico Giuseppe Capoferri, anima pulsante e motore rombante dell’evento nonché rinomato baritono (in forza al celeberrimo Coro della Scala di Milano) e artista musicale: conosco bene l’impegno e l’entusiasmo che da sempre mette nell’organizzazione della fiaccolata e nel portare avanti gli ideali di solidarietà che vi stanno alla base, e ogni volta che l’evento va in scena non posso che considerarlo una sua ulteriore “vetta” raggiunta e superata, in vista di tante altre future.

Sulla locandina in testa al post trovate tutte le informazioni utili per partecipare alla fiaccolata; qui sotto potete invece vedere il servizio dedicato all’evento lo scorso anno da Unica TV.