La stupidità alla fine genera la follia

Tra gli uomini, l’incapacità di percepire correttamente la realtà è spesso responsabile di comportamenti anomali. Ogni volta che alla parola capace di descrivere accuratamente un’emozione o una situazione si sostituisce un termine gergale, sciatto e multiuso, si pregiudica il proprio orientamento nella realtà e ci si spinge sempre più lontano dalla riva sulle acque caliginose dell’alienazione e della confusione.
La parola “forte”, per esempio, ha una connotazione ben precisa. “Forte” significa “gagliardo, robusto, resistente”. Come parola, è uno strumento prezioso per descrivere una persona, un attrezzo, un tessuto. Quando però viene applicata in modo generico e inappropriato, come nell’uso gergale, non fa che oscurare la vera natura della cosa o della sensazione che dovrebbe rappresentare. Si trasforma in una parola-spugna, dalla quale si possono strizzare significati a secchiate, senza mai sapere quali sono quelli giusti. Quando una persona dice che un film è “forte”, non ti dà il minimo elemento per capire se la storia è divertente, tragica, avvincente o romantica; se la fotografia è splendida, la recitazione sentita, la sceneggiatura intelligente, la regia magistrale, o se piuttosto la protagonista aveva una scollatura per la quale varrebbe la pena di morire. Il gergo possiede un’economia e un’immediatezza che possono senz’altro avere le loro attrattive, ma svalutano l’esperienza standardizzandola e offuscandola, frapponendosi tra l’umanità e il mondo reale come un… un velo. Il gergo non fa altro che istupidire la gente, punto e basta, e la stupidità alla fine genera la follia.

[Immagine tratta da greatmystery.org, fonte qui.]
(Tom Robbins, Coscine di Pollo, B.C.Dalai Editore 2010, traduzione di Bernardo Draghi, pag.82-83.)

Stiamo lavorando per chi?

Se c’è un’espressione invero assai usata che in molte circostanze mi fa non poco innervosire è «Stiamo lavorando per voi», ancor più se nella forma singolare in uso sul web «…per te».

Che a ben vedere non ha nulla di gentile e cordiale, pare quasi che quelli che te la formulano ti stiano facendo un favore del tutto gratuito, che non siano nemmeno stipendiati per farlo, che per colpa tua gli tocca lavorare altrimenti sarebbero andati volentieri a sciare o al mare, che sei tu che hai rotto loro le scatole e sei pure insistente – non che tu lo sia sul serio, anzi, ma loro sembra che te lo vogliano rimarcare preventivamente.
Ma «stiamo» chi, poi e quanti? Due, dieci, trecentocinquanta lavoranti? E servono tutti? Perché, be’, «Sto lavorando per voi» parrebbe un’attestazione di schiavismo e «Sto lavorando per te», singolare per singolare, avrebbe un che di sfida personale, di «Siamo io e te, qui… Fatti sotto, stro**o!»

Fatto sta che ogni qualvolta io me la ritrovi davanti, su un cartello pubblico, su un avviso esposto in un ufficio, come risposta email o altrove, maturo la certezza pressoché automatica che quelli mi stiano bellamente prendendo per i fondelli, percependo a volte un non troppo vago sentore di cialtroneria attiva. Ben sapendo, loro, che ben poco si possa fare per constatare se veramente quelli stiano lavorando, già, e che, probabilmente, sarebbe più sincera un’espressione del tipo «Appena abbiamo tempo / voglia / torniamo dalla spiaggia / lavoreremo per te (se non abbiamo di meglio da fare)». Ecco.

[L’immagine in testa al post è tratta da qui.]