La certezza ottusamente resa tabù. La morte, già, in (nuove) letteratura e arte.

LA MORTE.
Ci fa rabbrividire solo a pensarla, la parola, figuriamoci a pensarne il senso, il significato…
Eppure c’è, ed è parte del nostro esistere esattamente come il parlare, il respirare, il pensare, ma nonostante ciò è divenuta un tabù, per motivi ben noti e sotto certi aspetti pure giustificabili, ovviamente, ma per molti altri no. Anzi, per altri aspetti è un tabù che nasce dalla più profonda stupidità umana.
Tuttavia, senza addentrarci in discorsi troppo profondi, io credo molto banalmente che la morte è divenuta un tabù forse proprio perché è l’unica vera certezza della vita. E nella nostra vita sempre più forzatamente farcita di incertezze, effettive e pure (sempre più) indotte, una certezza del genere, così ineluttabile, diventa qualcosa di spaventosamente alieno, e difficilmente sopportabile.

In questi giorni la morte viene trattata in due “eventi”, l’uscita di un libro e una mostra d’arte contemporanea.
coplamortenudaIl libro: AA.VV., La Morte nuda, Galaad Edizioni. Antologia curata da Simona Castiglione e Caterina Falconi.
Come ripete il verso del corvo di Edgar Allan Poe, il suo gracchiante nevermore, ogni uomo convive con il sentimento del mai più, leit motiv che lo chiama a interrogarsi sul finis vitae, a immaginare l’appuntamento finale con “la signora vestita di nulla”. Ma misurarsi con la dipartita non è facile, a meno che non si provi a scandagliare gli abissi scrivendo storie, o ascoltandole. Non è forse narrando mille e una volta che si allontana la fine, in una notte lunga intessuta di parole? Ecco, allora, che la morte qui si fa bella, si denuda, si mostra, si svela in una danza, un velo dopo l’altro, un racconto dopo l’altro: in ventitré storie di autori italiani che hanno le tinte del poliziesco o del fantascientifico, che trascolorano nell’horror o virano verso il grottesco, in cui il sesso sfrenato si muta in magia nera e il terrore si ribalta in umorismo. Un’antologia irresistibile, un viaggio per accarezzare la morte nella sua nudità, per corteggiarne il profilo che si staglia netto all’orizzonte, come tratto del paesaggio in cui si muove il viandante quando costeggia la linea che lo separa dall’ultimo confine.
Cliccate sulla copertina del libro per saperne di più.

Airoldi-ManentiLa mostra d’arte: Quod Sumus Hoc Eritis, Guido Airoldi e Lorenzo Manenti, Galleria TriangoloArte, Bergamo.
Due artisti a confronto sul tema dell’ultimo momento che accomuna tutti gli uomini e li mette di fronte al giudizio delle proprie azioni terrene.
La Danza Macabra, tema iconografico legato al memento mori ed alla rappresentazione della morte come livella che accomuna ogni uomo di ogni ceto sociale, e il termine della vita dell’uomo inteso come momento di giudizio, di assunzione di responsabilità delle nostre azioni terrene, sono i cardini del lavoro di Guido Airoldi e di Lorenzo Manenti espresso in questa mostra.
Le realizzazioni dei due artisti sono legate dall’uso e dalla rappresentazione di simboli e simbologie antiche. Gli scheletri danzanti di Guido, leggeri come la carta di vecchi manifesti abbandonati con cui sono realizzati ma pesanti come pietre per l’ineluttabilità di ciò che rappresentano si affiancano alla bellezza dei motivi decorativi e delle geometrie islamiche fatte di nastri adesivi colorati di Lorenzo, esempi di armonia e di ricerca di perfezione geometrica ma anche rappresentazione e ricordo di chi ci dovrà giudicare per la cultura islamica.
Cliccate sull’immagine per saperne di più.

Anno 2033, nuovi titoli in libreria

Volo-Calà_image
Sarà questo il futuro dell’editoria nostrana, quello che potremo trovare sugli scaffali di “prestigio” delle librerie tra qualche lustro?
Visto come stanno andando le cose – e al di là di qualsivoglia bene o male della cosa – credo proprio di . In fondo il futuro lo si costruisce sempre nel presente, no?

P.S.: le immagini dei libri sono tratte da ildeboscio, e riprese poi con una riflessione sul tema da questo articolo de Il Fatto Quotidiano.

Pete Fromm, “Indian Creek”

cop_Indian_CreekSicuramente tutti noi avremo letto, in età giovanile, almeno un libro d’avventura (qualsiasi essa fosse) che ci abbia infervorato al punto da sognare, ingenuamente tanto quanto intensamente, di vivere a nostra volta le vicende in esso narrate. Avremo letto con passione una storia per la quale saremo voluti diventare alpinisti, esploratori artici, avventurieri in deserti sconfinati o foreste impenetrabili, astronauti o che altro… Poi, in un modo o nell’altro, forse la vita ci offre la possibilità di conoscere meglio l’avventura, magari proprio quella letta e agognata, con tutto il suo fascino ma pure, inesorabilmente, con tutta il lungo elenco di sacrifici, fatiche, rischi, stenti, sofferenze, abbattimenti morali e fisici che, nella maggior parte dei casi, l’avventura autentica comporta, e non è difficile immaginare che, insomma, va bene il fascino, va bene la figura mitica dell’avventuriero, dell’esploratore intrepido, va bene la disfida all’ignoto e alla Natura selvaggia, ma anche no! Ovvero, non è tutto oro quello che luccica, e l’audacia necessaria ad affrontare l’avventura più vera non può non contrastare e non conciliarsi con la vita quotidiana nella civiltà e nei suoi agi, uscendone facilmente ridimensionata!
Però il fascino di quelle letture giovanili resta senza dubbio immutabile e, senza finire in capo al mondo, l’eventuale occasione di poter vivere un’esperienza come quella di cui si è letto rende quel fascino inopinatamente raggiungibile, e dunque parecchio allettante. Rinuncereste voi, ad esempio, dopo aver letto e amato all’inverosimile le cronache delle avventure dei più leggendari esploratori polari, ad un viaggio in Antartide, pur sapendo che laggiù degli agi e dei confort quotidiani dovrete scordarvi o che potreste provare un freddo tale da nemmeno riuscire a concepirlo? Probabilmente no, anzi, proprio tali difficoltà finirebbero per aumentare il fascino d’una possibilità e di una relativa avventura del genere.
Ecco: Pete Fromm, giovane studente universitario al primo anno del corso di laurea in biologia della fauna selvatica, ha invece letto molte storie dei grandi, mitici cacciatori delle Montagne Rocciose, gente tutta d’un pezzo in grado di sopravvivere a ogni difficoltà in una continua sfida con la Natura più selvaggia e dura, illuminandosi di tali eroiche figure al punto da assumere, lui e i suoi compagni di corso, alcune delle abitudini di esse – ma per gioco, ovviamente, come non può che essere quando si è semplici e un po’ ridicoli avventurieri di città. Finché un giorno Fromm viene a sapere che il Servizio Forestale dello stato dell’Idaho sta cercando qualcuno che sia disposto a passare sette mesi – ovvero l’intera stagione fredda – tra le montagne della regione del Selway-Bitterroot, tra le più remote dello stato, in qualità di custode di un bacino di incubazione e schiusa delle uova di salmone. Attività da svolgere: controllare che tutto vada bene e rompere la crosta di ghiaccio che si dovesse formare sulla superficie del bacino. Stop, tutto qui. Controindicazioni: alloggio in una tenda, solitudine assoluta, villaggio più vicino a 100 km., nessun collegamento col resto del mondo (l’unico telefono di emergenza presente è guasto). E neve, ghiaccio, freddo intenso, esposizione agli elementi naturali totale; il tutto per una paga irrisoria. Una follia, insomma, ma Fromm, con nella mente le avventure lette sui libri e una abbondantissima dose di leggerezza ma in verità senza nemmeno capire esattamente perché, accetta.
Questo è Indian Creek (Keller Editore, collana “Passi”, traduzione di Tatiana Moroni: orig. Indian Creek Chronicles: A Winter in the Wilderness, 1993), il diario di quell’avventura redatto direttamente da Fromm – divenuto poi apprezzato scrittore – ovvero di quel suo ritorno alla Natura selvaggia…

Leggete la recensione completa di Indian Creek cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

La vendetta di un antieroe in un futuro molto “presente”. “Io non sono come voi”, il romanzo di Italo Bonera

Non sono affatto aduso a parlare di libri che non ho ancora letto, tanto meno a presentarli qui sul blog. Tuttavia, in tal caso, se non ho ancora conosciuto lo scritto, ho avuto modo di conoscere lo scrittore, Italo Bonera, autore di Io non sono come voi – edito da Gargoyle, casa editrice di ottimo valore nei generi ai quali il romanzo fa riferimento. E, in qualche modo, ciò che sovente cerco in un buon libro mi è parso di ritrovarlo in anticipo in chi l’ha scritto, nelle sue parole, nel suo animo – ovvero in quella minima fessura attraverso la quale l’ho potuto “osservare”, nel poco tempo a mia disposizione – e nel suo porsi come autore di una storia certamente particolare, che intreccia fantascienza e thriller, distopica nella forma ma drammaticamente pragmatica nella sostanza, cioè nel suo narrare di un futuro che la realtà del nostro mondo potrebbe rendere ben più prossimo di quanto verrebbe da pensare e temere.
Leggo dalla presentazione del romanzo:

Nell’anno 2059, durante una calda serata estiva, un uomo sta tranquillamente fumando la sua sigaretta seduto sul sagrato di una chiesa, quando viene arrestato per avere preso le difese di un ragazzo extra-comunitario aggredito dalla polizia. Potrebbe essere un evento del tutto insignificante se non fosse che, per pagare il suo inesistente debito con la giustizia, viene condannato a prestare servizio allo Stato come mercenario.
Ignara vittima sacrificale di un regime totalitario mascherato da democrazia, per il mite professore questa è l’occasione per sperimentare un piacere sino allora sconosciuto: il piacere di uccidere. Privato della sua natura, l’uomo senza nome deciderà di vendicarsi contro tutti coloro che hanno risvegliato in lui il demone. Nel bel mezzo della sua cruenta missione vendicativa, però, si rende conto che qualcosa non torna, che alcuni importanti dettagli sono stati trascurati e la sua vita, come quella dei suoi amici, è in pericolo.

cop_iononsonocomevoiTrovo che la vicenda narrata dal romanzo del pacifico professore universitario che si trasforma in un vendicatore sanguinario e senza pietà rappresenti pure sotto certi aspetti una cruda metafora dello sviluppo recente della nostra civiltà, il cui sistema sempre più controllato da pochi centri di potere abbia reso molti, se non degli assassini, dei biechi approfittatori della vita altrui che hanno sostituito il proprio senso civico (se mai ve ne fosse uno, ovvio, ma ammettiamo di sì, se vogliamo considerarci membri di una civiltà!) col sentore di un individualismo di natura bestiale, una sorta di regressione ad una barbarie post-moderna nascosta dietro la mera tranquillità dell’assoggettamento al suddetto sistema, per il quale alla fine di tutto la regola del mors tua vita mea diventa quella fondamentale, alla faccia della società civile, della democrazia, dei rapporti umani e di tutto il resto – definizioni spesso ben più belle che buone.
A ben vedere, tra Grande Fratello di matrice orwelliana e videocrazia imperante, la totaldemocrazia in vigore nell’anno 2059 di Il non sono come voi non è così distante, nella concezione, nel tempo e neppure nello spazio della realtà che viviamo quotidianamente.
Certo, sto disquisendo di un romanzo di fantasia, non di un saggio con chissà quali finalità preveggenti, senza dubbio… Oppure no?

Un autore di grande lucidità e potenziale valore letterario intenso, Bonera. Ve lo consiglio, Io non sono come voi, e per quanto mi riguarda me lo leggerò presto. Intanto, cliccate sulla copertina del libro per visitare il sito web di Gargoyle e conoscerne ogni dettaglio, oppure QUI per la pagina facebook.

René Barjavel, “La Notte dei Tempi”

cop_lanottedeitempiDa qualche anno a questa parte vi è una riscoperta, da parte di alcune case editrici, di certi classici della fantascienza “alta” (ovvero non quella tutta spazio-laser-alieni malefici e cose simili, certo non mediocre ma meno portata a raggiungere un vero e proprio senso letterario): è stato il caso di Minimum Fax e L’Uomo che cadde sulla Terra di Walter Tevis, o Marcos Y Marcos con Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Strugatzki, ed anche Nord ci mette del suo con La Notte dei Tempi di René Barjavel, romanzo pubblicato in origine nel 1969 che ebbe in patria un notevole successo.
La Notte dei Tempi è per buona parte un’altra opera di quella che io definisco “fantascienza possibile”, ovvero una storia “fantastica” solo perché non ancora avvenuta, e che potrebbe avvenire benissimo domani mattina – anche se, a differenza delle altre due opere sopra citate, si spinge in talune parti più verso una science fiction classica…

Leggete la recensione completa di La Notte dei Tempi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!