Leggere libri è come schiaffeggiare in faccia il potere più arrogante (Alberto Manguel dixit)

Le biblioteche, per loro stessa natura, possono sostenere ma anche mettere in discussione l’autorità di potere. Come depositari di storia o fonti per il futuro, guide o manuali per i tempi difficili, simboli di autorità passate e presenti, i libri di una biblioteca rappresentano ben più di quanto contengano nel loro insieme, e sono stati considerati, sin dall’inizio della scrittura, una minaccia. Poco importa il motivo per cui una biblioteca viene distrutta: ogni censura, riduzione, frammentazione, saccheggio o bottino dà origine (perlomeno come presenza spettrale) a una biblioteca più forte, più chiara e più durevole di libri banditi, saccheggiati, depredati, frammentati o ridotti. Può essere che questi libri non siano più consultabili, che esistano soltanto nel vago ricordo di un lettore o nell’ancor più vago ricordo di una tradizione e di una leggenda, ma hanno acquisito una sorta di cop_labibliotecadinotteimmortalità. (…) Le biblioteche che sono svanite o a cui non è mai stato concesso di esistere sono molte di più di quelle che visitiamo, e formano gli anelli di una catena circolare che ci accusa e ci condanna tutti.
(Alberto Manguel, La biblioteca di notte, traduzione di Giovanna Baglieri, Archinto 2007, p. 109)

E’ vero: da sempre la cultura è una minaccia per il potere, e il libro è l’oggetto culturale per eccellenza, quindi figuratevi una biblioteca, un luogo che di libri ne contiene a migliaia e migliaia! Una sorta di enorme arsenale sovversivo, insomma.
Ecco anche perché il potere, soprattutto in certi paesi (inutile dire a chi mi stia riferendo, no?) non fa nulla per coltivare la cultura, anzi! – mi torna sempre in mente quel “con la cultura non si mangia!” boriosamente pronunciato tempo fa da un così tanto apprezzato (non certo dallo scrivente) esponente del potere nostrano… Beh, aveva “ragione”: il potere si nutre di ignoranza, non certo di sapienza; di questa, ovvero di cultura, si nutre invece la libertà.
Lo si capisse finalmente, e una volta per tutte!

Il podcast della puntata #16 di RADIO THULE 2012/2013

Ecco qui, come tradizione del giorno successivo a quello della diretta, il file in podcast della puntata #16 di RADIO THULE 2012/2013 di lunedì 3 Giugno 2013, intitolata:
Il luogo dove la nostra fronte sfiora il cielo…
Ovvero: in Canton Ticino, sopra il bellissimo borgo di Ascona, affacciato sulla parte svizzera del Lago Maggiore, si trova un luogo assolutamente particolare, per certi versi unico al mondo, eppure non così conosciuto dal grande pubblico soprattutto italiano nonostante sia estremamente vicino al confine: è il Monte Verità. Un luogo “magico” – anche per le sue peculiarità geomagnetiche – che dalla fine dell’Ottocento cominciò ad attrarre artisti, scrittori, filosofi, intellettuali di vario genere, anarchici, mistici, che sul Monte Verità fondarono una sorta di piccola comunità utopica con la quale realizzare un ideale di vita Monte_Verità_logorivoluzionario e, per quei tempi, estremamente avanzato. Lassù vennero costruiti edifici incredibili, a volte bizzarri, che rappresentano bene quegli ideali così innovativi, e nei quali soggiornarono celebri personaggi: ad esempio Hermann Hesse, David Herbert Lawrence, Isadora Duncan, Hans Arp… – ma veramente in tanti vennero affascinati dal luogo, dalla sua bellezza e dall’utopia che identificò. Ancora oggi il Monte Verità rappresenta una meta assolutamente interessante e intrigante per tutti, e con questa puntata RADIO THULE, andando alla scoperta della sua storia e delle sue particolarità, vi darà ottimi motivi per andare a visitarlo.

Cliccate sulla radio qui sopra per ascoltare e scaricare il file, oppure visitate la pagina del blog dedicata al programma con tutto l’archivio delle puntate di questa e delle stagioni precedenti.

Prossimo appuntamento con RADIO THULE, lunedì 17 Giugno 2013, ultima puntata della stagione 2012/2013! Save the date e, per ora, buon ascolto!

Un mondo di persone normali (e una fuga da esso…)

Ma non è che tu voglia fare l’alternativo, l’anticonformista, proprio come molti artisti?” – ecco, nemmeno gli avessi suggerito la domanda! Non sono un membro “regolare” della società? Allora sono obbligatoriamente un alternativo, un diverso – completa incapacità di pensare che la normalità non possa essere univoca, o che la normalità potrebbe essere anormalità
“Non sarei salito quassù, Alberto, a vivere solitario in vetta a questa montagna! Non noti come così tanti pretesi e presunti anticonformisti lo sono restando ben inseriti nel bel mezzo della società che tanto “contestano” e che vorrebbero “rivoluzionare”? Sono perfettamente funzionali ad essa, sono la giusta e auspicata eccezione per confermare la regola! Per essere anticonformisti hanno bisogno del conformismo, in effetti la loro protesta è una lode appassionata a quanto contestano! E per essere “anti” devono restare nel bel mezzo del conformismo, se no a cosa andrebbero contro? Tutti quegli alternativi alla moda, che tanto sbraitano contro “il sistema”: se questo non ci fosse e non fosse com’è, cosa farebbero quelli? Sono ben felici di esso, lo amano svisceratamente, e sai anche tu, le passioni così fervide fanno fare cose un po’ strane… No, Alberto, credo sinceramente di non essere tale, ne alternativo e ne tanto meno diverso, ne abbiamo già parlato prima; sono semplicemente io, dunque unico, esclusivo e per ciò atipico, come lo è ogni essere vivente su questo pianeta. In fondo è un puro caso che questa mia vita ti appaia come opposta a quella che viene vissuta giù nella civiltà, perché più semplicemente è un’altra vita, e questo è un altro mondo che io vivo: io sono qui, e voi siete qui, uno da una parte e gli altri dall’altra, senza opposizione effettiva, senza nessuna ricercata antitesi, che semmai nasce solo per immancabile e inevitabile comparazione. Non so se mi hai capito…”
Mi avrà capito?
“Anche tu, Alberto sei unico; anche tua moglie, e il tuo piccolo Matteo, e tutti quelli che abitano attorno a te, che lavorano attorno a te, che si muovono intorno… Eppure, tu ti sei mai compreso come unicità, nel mondo che vivi quotidianamente?”
“Nnn… No!” mi risponde, titubante.
“Perché il pensiero comune diffuso, quello che viene derivato direttamente e non casualmente dalla conformazione e dai meccanismi sociali dominanti, impone l’idea della società come istituzione, dell’ente fatto dagli individui al quale essi partecipano, di una cosa, insomma, dotata di una sua prerogativa dominante su tutte le altre che ne diventano componenti. Nessuno mai riesce a pensare che la verità è l’esatto opposto: sono tanti individui che formano una società, che è tale ora e sempre solo perché quegli individui la formano, e il suo valore è il compendio di ogni singolo valore che singoli individui vi portano nel parteciparvi. Da società come fine, al quale tende una comunità di individui che scelgano liberamente di correlare le loro vite e i loro rapporti, oggi voi avete una società come mezzo, per raggiungere un diverso fine – il potere tanto più assoluto a favore di chi può comandare la società stessa, che diventa quindi una sorta di strumento con cui controllare le masse, grazie al vecchio e sempre efficace metodo del panem et circences! E questo metodo funziona tanto più quanto gli individui smarriscono la propria consapevolezza di unicità e non si rendono più conto del valore sociale che possiedono, vengono accorpati e conformati in un insieme, assoggettati alle sue regole, e convinti che quelle siano quanto di meglio si possa desiderare, attraverso un fittizio benessere e una conseguentemente fittizia soddisfazione! Intanto, quelli che comandano fanno il bello e il cattivo tempo, spesso sulle spalle dei comuni e ignari individui, e nessuno ha i mezzi per poter confutargli le regole imposte. Se tutti noi sapessimo nuovamente e finalmente considerarci come unicità, e ritrovare il nostro valore esclusivo di esseri viventi, pensanti e agenti, credo proprio che tante storture della civiltà contemporanea si raddrizzerebbero in un attimo, con grande vantaggio per l’intero mondo!”
Mi guarda ancora perplesso, ogni tanto volta lo sguardo verso l’orizzonte, ogni tanto annuisce col capo – si è seduto su un sasso della vetta – ma in più ora mi pare che nei suoi occhi vi sia una maggiore luminosità rispetto a poc’anzi, e il volto è disteso.
Restiamo qualche secondo in silenzio, entrambi osservando la vastità del paesaggio verso occidente, verso l’inseguirsi di colli, di monti e di valli – nei solchi vallivi più ampi è facile intuire la presenza dei grandi laghi alpini – e in fondo, come un miraggio sublime sopra le foschie salenti dalla pianura, le scintillanti vette delle Alpi, limite ultimo di una illimitatezza emozionante che assume colori inopinati, sotto quel cielo un po’ bigio, un po’ sereno, tipicamente autunnale.

E’ un brano tratto dal mio romanzo Libero, uscito per Giraldi Editore, Bologna, nel 2009 (ISBN 978-88-6155-226-5 – lo trovare ad esempio qui). Libero è un romanzo, appunto, ma che per molti versi è anche LIBERO_libro_aperto_blog-1un saggio. E’ ben radicato nella più concreta realtà, ma conosce purissimi slanci verso la fantasia, verso l’utopia, e pagina dopo pagina i confini delle due dimensioni diventano sempre più rarefatti. E’ una storia assolutamente lineare, ma spesso assume nuove forme più sinuose e zigzaganti. E’ la storia di un protagonista, ma è anche un omaggio verso numerosi altri protagonisti, alcuni palesi, altri più sottintesi. E’ un personaggio, nella cui vicenda vi si possono ritrovare molti altri personaggi, e molte altre vicende. E’ un titolo programmatico, sicuramente, e un lungo, articolato ma sempre determinato inno alla più imprescindibile dote di cui un uomo può godere. Libero è uno scritto particolare, che riscopre e reinterpreta forme letterarie passate in un’ottica moderna e sovente avanguardista, assumendo forme e peculiarità proprie di generi diversi, e nel quale confluiscono le esperienze saggistiche dello scrivente così come, parimenti, da queste scaturiscono i più originali impulsi letterari. In tal modo, la lettura può avvenire contemporaneamente su entrambi i piani: quello del romanzo, più importante, e quello del saggio con fine assertivo che si palesa sempre più nel mentre che la lettura volge alla conclusione; ed entrambi godono di vitalità propria, pur continuamente intrecciandosi senza che il secondo sormonti il primo, com’è d’uopo per l’essenza letteraria che Libero manifesta. Ugualmente, dunque, anche la lettura diviene agevole e scorrevole e al contempo potenzialmente intensa e penetrante, seguendo le svariate vicende di cui Libero è protagonista attraverso le quali, pagina dopo pagina, ogni elemento della storia prende a convergere verso l’apice finale, un epilogo nel quale molte delle cose che nelle parti precedenti del romanzo parevano ormai delineate e assodate, non sembreranno più tali, anzi… Molti dei lettori si potranno ritrovare e riconoscere in Libero, perché Libero raccoglie e delinea in sé molto di quello che oggi è il nostro mondo, e di quanto esso contiene, come trait d’union, appunto, tra tutte le sue realtà e le sue utopie.
Per saperne ancora di più su
Libero, cliccate QUI.

Se la barca merita di affondare, che coli a picco! (Cupe e amarissime riflessioni sugli ultimi accadimenti politico-elettorali italici)

povera-italia-1Sarò parecchio amaro e cupo – come appunto recita il titolo del post. Sappiatelo, e scusatemi per questo fin da ora.
A me pare che pure le ultime farsesche elezioni politiche (e “farsesche” non certo per la presenza di un comico tra i leader di partito) non abbiano fatto altro che confermare una già storica evidenza: buona parte del popolo italiano ha nel proprio DNA l’ineluttabile necessità di essere dominato – attenzione: non “governato”, dominato!) da un potere che sia tanto forte da giustificare l’assoggettamento pedissequo alla sua egemonia, e al quale il popolo conferisce ogni facoltà pur di deresponsabilizzarsi e giustificarsi in tal modo quanto combina nella propria esistenza quotidiana. Sia un leader che impersoni le brame più facili e popolari, sia un dittatore, un papa, ma pure un simbolo, un’icona, un’ideologia, uno status symbol, una bandiera, una squadra di calcio, un campanile: l’italiano suddetto deve avere qualcuno che lo guidi, qualcuno nel quale identificarsi, qualcuno a cui accodarsi e che lo sollevi il più possibile dal dover pensare. Questo io credo venga dalla storia di questa miserrima nazione, che dopo i fasti dell’Impero Romano (ormai troppo lontani nel tempo affinché ne possa restare qualche buona traccia) non ha fatto altro che subire invasioni, dominazioni, liberazioni e successive nuove dominazioni che hanno spezzato sul nascere qualsiasi germoglio di identità – nazionale, sociale e infine anche individuale: inevitabilmente direi – e dunque qualsivoglia virtuosa consapevolezza civica. Gianni Brera sosteneva che l’Italia aveva per secoli sofferto di “sindrome da liberazione”, appunto: sempre dominata da qualcuno e sempre liberata da qualcun altro (straniero, generalmente), ovvero mai in grado di maturare quella suddetta consapevolezza necessaria alla costruzione di un’autentica e virtuosa società civile, capace di riflettere nelle sue strutture di governo il meglio di essa e non, viceversa, superficiale al punto da nemmeno rendersi conto di ciò che è e di dove sta andando. L’identità nazionale italiana secoli fa era un infante che abbisognava di una buona educazione e degli insegnamenti necessari a farle maturare una determinata e adeguata personalità, e a tutt’oggi infante è rimasta: mai divenuta adulta ovvero ineluttabilmente superficiale, politicamente rozza, incolta, priva di qualsiasi impulso all’autodeterminazione, mancante di qualsiasi riferimento in base al quale maturare la capacità di scegliere ciò che è buono e ciò che non lo è. E, proprio come un infante, non fa che credere a tutto quello che gli viene propinato, addirittura lasciandosi convincere che chi lo sta ingannando sia invece il custode e il difensore della verità, dacché superficiale al punto da non saper più nemmeno riflettere, da non essere più in grado di formulare dei dubbi oppure quando sia in grado di farlo, comportandosi come l’Asino di Buridano o lasciandosi impaurire dai dubbi stessi e fuggirne lontano. In fondo penso che gli stessi motivi siano alla base del fatto che l’Italia sia un paese così spaventosamente arretrato in tema di diritti civili: non avendo la coscienza civica e l’intelligenza politica per rifletterci sopra e stabilire cosa sia giusto fare, lascia fare ad altri (vedi sopra), cioè a quei poteri che tutto vogliono meno che i diritti dei cittadini siano difesi, preservati e ampliati – ciò che invece sarebbe cosa del tutto naturale e inevitabile, in una vera democrazia.
Credo sia anche per questo che Giorgio Bocca sostenesse che gli italiani fossero sostanzialmente un popolo di fascisti: non in quanto sostenitori “storici” di quel regime, semmai perché privi di presenza civica al punto da non poter che lasciarsi assoggettare dal primo uomo forte in circolazione, capace di dir loro ciò che vogliono sentirsi dire e, nel contempo, senza che essi si curino di quanto quell’uomo poi faccia concretamente. Fa nulla, dunque, se è/sarà un perfetto incapace, un emerito malfattore ovvero un vuoto fantoccio: non conta questo, conta che egli sappia riempire il vuoto civico (ovvero, lo ribadisco, sociale, sociologico e antropologico) che essi hanno dentro, nella mente e nell’animo.
A ben vedere, la validità del noto motteggio popolare “ogni popolo ha i governanti che si merita” è proprio qui. Come sosteneva Goethe, il miglior governo è quello che ci insegna a governarci da soli. Addirittura Thoreau, dotato di pensiero per certi versi ancora più avanzato (e/o rivoluzionario), affermava addirittura che il miglior governo è quello che non governa affatto. In Italia è accaduto e continua ad accadere il contrario: incapaci di governarci da soli (ovvero, insisto, a generare una sana e consapevole società civile) finiamo puntualmente per farci governare dal peggior governo possibile, che in quanto tale non governa nemmeno: domina, impone, imperversa, assoggetta, soggioga, facendosi gli affari propri mentre il popolo assiste stoltamente e applaude a comando. Come accade in TV – e non è certo un caso, questo. Per non piangere verrebbe da ridere, così sperando di evocare Bakunin – “Una risata vi seppellirà!” – e come invita a fare uno dei leader più votati in quest’ultima tornata elettorale, ma forse nemmeno questo molti italiani sanno più fare, se non facendolo sguaiatamente, purtroppo.
Nossignori: per questa Italia non c’è speranza alcuna. Avrebbe infinite risorse per rinascere e diventare una potenza assoluta – la cultura in primis, non mi stancherò mai di dirlo! Oh, già, la cultura, guarda caso quanto di più assente nei proclami di tutte le forze politiche presentatesi al voto… E ho detto tutto! – e invece si è inesorabilmente votata al suicidio. Stando così le cose, e dato che nulla fa pensare che possano cambiare tanto profondamente da sovvertire tale stato, non c’è nessuna speranza. La barca sta affondando, ma i passeggeri continuano a mettere al timone i peggiori capitani possibili: beh, non si meritano altro che colare a picco, a questo punto.
Io la penso così. Sia benvenuto e lodato chiunque mi potrà contraddire e smentire, ma al momento la mia idea è questa.

Pugnaci esercizi di autodifesa culturale

Ormai è più che chiara, la situazione. Quasi pleonastico rimarcarla. L’Italia, paese primario al mondo (se non primo in assoluto) per potenzialità culturali, e per altrettanto potenziale e fruttuosa influenza della cultura sulla società civile e sullo stato del paese, la cultura stessa istituzionalmente l’ha ormai gettata alle ortiche. La classe dirigente che ci comanda, ignorante e becera (oltre che sovente criminale), non capisce quanto bene si potrebbe ricavare (anche dal punto di vista economico) dalla cultura – non solo: con la ormai palese strategia di rincoglionimento di massa (scusate la franchezza) posta in atto da decenni, funzionale al far che le menti spente non possano creare noie e fastidi alle loro mire di potere e di dominio sempre più vaste, sta facendo in modo che la cultura, in Italia, sia ormai quasi allo stato di cadavere. Lo si sa bene, d’altronde, che la cultura genera pensiero, dunque intelligenza, dunque consapevolezza della realtà: tutto ciò che il potere aborrisce, invece, per i motivi di cui sopra.
Dunque? Dunque non resta che fare una cosa – del tutto ovvia e naturale, d’altronde, se veramente vogliamo vivere in un sistema democratico: riprendere in mano il controllo della realtà, fare ciò che le classi dirigenti non fanno e probabilmente non faranno mai (visto al proposito l’orizzonte che abbiamo di fronte…), e cominciare a farlo fin dalle piccole cose – dacché, non dimentichiamocelo, anche le più grandi conquiste sono spesso fatte di tanti piccoli progressi, a partire da noi tutti singoli individui in su.
Ecco di seguito, ad esempio, due ottimi esercizi di autodifesa culturale, alla faccia di quei beceri potenti che un libro non sanno forse nemmeno come sia fatto…

Esercizio di autodifesa culturale #1: la biblioteca di condominio
biblioteca-via-rembrandt-milanoÈ stata inaugurata lo scorso 12 febbraio la prima “Biblioteca condominiale” a Milano, in via Rembrandt 12, passata subito agli onori della cronaca grazie alla singolare problematica che il suo fondatore, il Sig. Roberto Chiappello, è riuscito a mettere in luce. Non solo nel condominio di via Rembrandt 12, abitato da circa una settantina d’inquilini, si assiste infatti all’assurdo di non conoscere i propri vicini di pianerottolo, o il non aver scambiato se non un vuoto “buongiorno” per le scale con gli altri condomini. Il paradosso si raggiunge in ascensore, ci racconta con un filo di ironia lo stesso signor Chiappello che siamo andati a trovare per chiedere come procede l’iniziativa, dove, se si è in tre, uno fa girar il mazzo di chiavi, l’altro guarda il soffitto e l’altro il pavimento, perpetuando questa bizzarra situazione. “Abbiamo cercato di abbattere le distanze tra gli inquilini del palazzo, di dialogare con i condòmini per verificare se anche da parte loro ci fosse la volontà di creare finalmente un nostro spazio, adibito al dialogo e al confronto” dichiara il signor Chiappello. La Biblioteca, allestita in una sala adiacente alla portineria, ora considerata come spazio comune del condominio, imbiancata e sistemata di tutto punto per l’iniziativa, conta tra le sue fila più di mille titoli, ancora non catalogati, ed altri mille sono in arrivo. La maggior parte di questi libri, sottolinea il signor Chiappello, sono arrivati grazie anche al supporto di persone all’esterno del condominio, “ho addirittura ricevuto una telefonata da un signore di Perugia che voleva donarci alcuni libri”, aggiungendo, in risposta a chi del condominio aveva proposto di chiudere la biblioteca agli “esterni”, che queste opere non sono altro che un veicolo culturale, un mezzo attraverso il quale promuovere una nuovo modo di fare coesione sociale, all’interno tanto del condominio quanto del quartiere.” (articolo tratto da www.milanoize.com. Qui l’originale.)

Esercizio di autodifesa culturale #2: la comunità dei lettori
liberos-it_imageLiberos in logudorese significa sia libri che liberi ed è il nome di un nuovo interessante progetto.
Liberos – come si legge sul sito di Michela Murgia – è un progetto di rete nato per volontà di scrittori, editori, librai, associazioni culturali, bibliotecari e agenti letterari. Partirà tra poche settimane, ma intanto è già on line una pagina di pre-lancio con un video (con musiche di Arrogalla). Il network Liberos sarà operativo ai primi di marzo. E’ già possibile però effettuare una pre-iscrizione su http://www.liberos.it (per testare per primi le funzionalità della comunità) e seguire l’iniziativa su Facebook e Twitter.
L’idea di Liberos nasce dalla constatazione delle difficoltà di sopravvivenza di tutti i soggetti della filiera sarda del libro e si propone di offrire a librai, bibliotecari, editori e agli altri attori del mondo editoriale uno strumento di relazione costante, di progettazione comune e di comunicazione diretta con i lettori. Ai lettori, che sono la chiave di volta di questo progetto, Liberos offre moltissimi servizi, il principale dei quali è un social network on line dove incontrarsi, costruire i propri angoli di lettura personalizzati, entrare in contatto diretto con gli autori, le associazioni, i librai, gli editori e i bibliotecari e ricevere informazioni sul mondo del libro in Sardegna.

(Articolo tratto da www.edumondo.it. Grazie di cuore a Marta, del blog Tramedipensieri, per la segnalazione.)

Ecco. La cultura è nostra, la cultura siamo noi. Riprendiamone il controllo, e avremo tra le mani l’arma forse in assoluto più efficace contro qualsiasi deriva sociale, imposta per strategia o meno.
Alla pugna! E, mi raccomando, siate feroci e spietati, quando avrete un buon libro tra le mani!