Quando il bosco si fa confidenziale

Mi sto rendendo conto, peraltro ora che la primavera è sempre più prossima, che negli ultimi tempi ho sviluppato una sorta di sentimento di affetto, di benevolenza, forse di “compassione” – ma senza le accezioni negative e cristiane del termine legate al distorto concetto di “pietà”, semmai nel senso di comunione spirituale intima – verso il bosco d’inverno. E non penso solo agli spazi silvestri come le grandi abetaie alpine oppure a certe maestose faggete, luoghi sempre potenti e impressionanti, anzi, al contrario: mi riferisco al bosco di media montagna, quello delle mie parti, a volte ancora ben tenuto ma molto più spesso disordinato, intricato, confuso, selve che conservano storie che più nessuno vuole ascoltare, manifestazioni del ritorno inesorabile e selvatico della natura in spazi un tempo antropizzati e poi abbandonati e dimenticati.

Scrivo «negli ultimi tempi» pensando alla mia frequentazione di questi boschi anche per come sia stata accresciuta dalle ristrettezze di movimento nel periodo dei lockdown da Covid-19, un intervallo forzato e drammatico ma grazie al quale ho avviato un’esplorazione sistematica e una mappatura mentale di ogni angolo selvatico dei miei monti alla ricerca di antiche o più recenti relazioni antropiche con il loro territorio e di piccole-grandi sorprese naturali celate e conservate nel fitto di queste mie foreste un po’ sgarrupate ma anche per ciò inopinatamente affascinanti.

Un’esplorazione che il periodo invernale – con tutto che “non ci siano più gli inverni di una volta”, come ormai ci siano dovuti abituare a dire – rende favorevole e oltre modo suggestiva. Il silenzio e la quiete più assoluti regnano tra gli alberi, l’unico rumore prodotto, che a volte sembra quasi un suono o, se così posso dire, il frusciante sussurrio con il quale si richiama l’attenzione del bosco, è quello dei passi lungo sentieri a volte quasi scomparsi e ricoperti dalle foglie cadute, la luce radente getta lame scintillanti tra i tronchi generando di contro ombre lunghe e misteriose, innumerevoli rami contorti strappati dal vento dagli alberi irrigiditi giacciono inerti sul terreno, un’idea accidentale ma essenziale dell’equilibrio tra la vita e la morte che in natura non solo è sempre presente ma è un elemento imprescindibile che genera il divenire reale del mondo selvatico. E su tutto, l’inverno col suo gelo – quando ancora si manifesti, ribadisco – cristallizza ogni cosa in un’attesa inerte, una sospensione vitale che fa del bosco una comunità immobile, silente, meditabonda, genuflessa al dominio del tempo e delle stagioni che impongono inerzia ma non per questo dotato d’una propria presenza e di una particolare energia: solo latenti, quiescenti fino al primo cenno di rinascita che prima o poi si manifesterà.

Per tutto questo trovo il bosco d’inverno un ambito bonario come pochi altri, placido, confidenziale e suo modo accogliente, uno spazio dove la quiete sovrana sviluppa il pensiero spontaneo e agevola la calma interiore, dove il dialogo con il paesaggio naturale riecheggia più che in altre occasione dentro me stesso, dove per così dire sono portato a farmi albero a mia volta, tranquillo, quiescente, in attesa di percepire minimi ma intriganti segnali di vitalità e nel mentre cullato dalla leggera brezza che smuove le foglie rinsecchite sul terreno come per il respiro disteso di un sonno profondo che accoglie ogni cosa silvestre intorno a me nel letargo stagionale ristoratore. E accoglie un po’ anche me, umano che non può permettersi – ahimè! – sospensioni letargiche ma certamente anela di sentirsi accolto dal bosco, anche protetto ovvero celato, almeno per qualche momento, dal resto del mondo che al di fuori della comunità arborea strepita di continuo fin troppo incurante del ciclo naturale della vita e di tutte quelle cose minime e all’apparenza trascurabili ma che in effetti sono le più genuine manifestazioni dell’anima del mondo.

(Articolo pubblicato in origine qui sul blog esattamente 2 anni fa, il 6 marzo 2023.)

Psicogeografia silvestre

[Foto di Mario da Pixabay.]
Qualche giorno fa l’artista Giada Bianchi, per il suo progetto del Vocabolario Collettivo Della Realtà (VCDR), ha chiesto ai suoi followers di rispondere alla domanda «Cos’è per te il bosco?». Personalmente ho risposto che «il bosco è il luogo di ritrovo di alcuni dei miei amici più cari, che vado spesso a incontrare per farci belle e illuminanti chiacchierate».

Ma al di là di tale risposta (e della sua intonazione faceta, solo apparente), la sua domanda mi ha fatto pensare a ciò cui effettivamente rimanda il mio rapporto con i boschi e a come quelli domestici, in particolar modo le faggete, siano veramente un luogo con il quale mi sembra di intrattenere una relazione basata sul dialogo, sulla conversazione sintonica ovviamente priva di parole e invece ricca di percezioni. Il tutto proprio come se per, per ritemprarsi dalla routine quotidiana, si andasse a ritrovare dei buoni amici coi quali scambiare qualche chiacchiera in simpatia.

Di conseguenza, ho pensato che ogni comunità arborea determinata, cioè un bosco formato da un certo tipo di albero, per molti versi può ben rimandare, non solo visivamente, all’idea di un popolo: con le sue caratteristiche, le sue peculiarità, la sua natura, tutti elementi che lo contraddistinguono dagli altri. So bene che questa è un’ovvietà biologica e botanica, ma forse non lo è dal punto di vista culturale, risulta più sfuggente o meno considerata. Voglio dire: le sensazioni che viviamo nel mentre siamo dentro una faggeta, un’abetaia o un lariceto sono sempre le stesse, o sono differenti per ciascuna popolazione arborea che ci sta ospitando? Io credo che sia questa seconda la realtà delle cose: sono esperienze di psicogeografia silvestre, in buona sostanza, che inevitabilmente quanto forse inconsapevolmente ci portano a intessere una relazione con un certo bosco, e il popolo che lo forma, diversa dagli altri e dai rispettivi esponenti arborei.

Il termine «popolo» ha un’etimologia incerta. Sicuramente la parola che usiamo deriva dal latino populus che a sua volta proviene dal greco πλῆθος, «folla», «moltitudine», ma l’etimo originaria è indeterminata: potrebbe derivare da una radice indoeuropea (par– o pal-) usata per individuare l’insieme di una comunità ed esprimere il concetto di riunire, mettere insieme. Anche il greco antico ha assorbito questa radice che ritroviamo, ad esempio nella parola πλῆθος (plethos) = folla. Se il termine è da noi inteso nell’ovvia accezione antropica, regge bene anche se declinato in chiave botanica, e ciò senza temere accuse di eccessiva umanizzazione del bosco e degli alberi (a pensarci bene non ne ho mai abbracciato uno, come fanno alcuni – e fanno bene a farlo, se li fa stare bene). In effetti il bosco è una comunità di individui arborei, e tra di loro quelli di pari specie sono membri della stessa popolazione, cosa che diventa evidente nei boschi puri, formati da una sola specie. Un popolo unico riunito in un certo spazio, appunto. In esso, come dicevo, la relazione che vi intessiamo assume caratteristiche particolari: il nostro dialogo e ciò che ne possiamo ricavare lo è altrettanto, dunque differente dal dialogo con gli altri popoli arborei.

Quando vago nelle faggete dei monti sopra casa oppure altrove, insomma, sento di elaborare una presenza e una relazione diversa di quando cammino nelle abetaie, nelle selve castanili o nei lariceti. E se per generare questa mia relazione nel qui-e-ora alcuni elementi materiali influiscono senza dubbio – profumi, luci, ombre, colori, consistenze e altri elementi materiali o immateriali del paesaggio locale determinati dalla presenza degli alberi – per altri versi quella relazione viene elaborata interiormente in forza del bosco che mi sta ospitando in quel momento, degli alberi cioè del popolo arboreo che lo forma e di tutto ciò che scaturisce in me al riguardo, intellettivamente, emotivamente e spiritualmente.

Peraltro dal mio punto di vista tutto questo diventa anche un modo per dissolvere, o quanto meno mitigare, il distacco che noi umani generiamo sempre nel nostro rapporto con la natura, anche solo indicando con tale termine un ambito “altro” e diverso rispetto a quello antropizzato e ordinario – un’accezione secolare e sostanzialmente antropocentrica, al solito. Invece anche io, essere umano in fondo non diverso da qualsiasi altro vivente del pianeta, sono natura: per andare nel bosco non “vado nella natura”, ma io e gli alberi siamo natura, la stessa cosa nello stesso luogo allo stesso tempo. Differenti in tutto, chiaramente, ma in questo contesto uguali. Di conseguenza, io sono il rappresentante di un popolo in visita nel bosco ai componenti di un altro popolo verso i quali, come succede con qualsiasi altra comunità umana, adeguo la mia presenza e la conseguente reciproca relazione in modo da intessere il dialogo più aperto, franco e cordiale possibile – il quale serve anche per sentirmi bene nel bosco e non intimorito, come accade a qualcuno.

È un dialogo senza parole, come detto, ma grazie al quale vi assicuro che si possono fare bellissime, profonde e vivaci chiacchierate. Nonché arricchenti, garantito.

P.S.: del bosco come “popolo di alberi” avevo scritto anche qui, con un’altra chiave di lettura.

Incontri ravvicinati di molti tipi, nel bosco

C’è ormai una bella animazione dalle mie parti, in queste sere che profumano sempre più intensamente di primavera nelle quali io e il segretario personale (a forma di cane) Loki usciamo per la consueta sgambata attraverso i boschi e i prati adiacenti il nostro centro abitato. Con l’inverno che si decompone in un mero ricordo viepiù vago a ogni secondo di luce che sfrangia la notte e a ciascun decimo di grado Celsius guadagnato dalla temperatura da un giorno all’altro, di vita in giro ne troviamo parecchia… Sì, ma non umana: tassi in quantità, alcuni (giovani?) piuttosto confidenti, parecchie volpi sempre curiose fino a che non ritengano di esagerare, altrettanti scoiattoli, qualche riccio acquattato tra i cespugli (se non vi siano i tassi nelle vicinanze, i quali non disdegnano di inserirlo tra le portate del proprio menù), la ben più sfuggente faina e idem il ghiro, un capriolo che giusto ieri sera abbiamo sorpreso mentre curiosava in un parco giochi per bambini che confina col bosco, oltre ai vari rapaci notturni e alla presenza recondita eppure tangibile dei cinghiali, nel caso evidenziata al solito dai segni sui prati delle loro grufolate.

Basta che il fascio luminoso della pila frontale che mi porto appreso punti verso il buio del bosco per cogliere regolarmente diverse paia di punti luminosi, piccoli fanali che si mantengono a lungo fissi sulle nostre figure in movimento. A volte invece nel nero silvestre non scorgo nulla ma è Loki che di colpo si ferma e punta il naso verso il bosco, apparentemente (per me) osservando il vuoto: vi dirigo la luce della frontale, attendo qualche attimo ed ecco accendersi pure lì un altro paio di fanali luminosi. A volte sono occhi di gatti, quelli che per fortuna si mostrano ancora almeno un po’ selvatici e rifiutano di abbandonarsi definitivamente agli agi domestici e alle scatolette di cibo, ma con pari frequenza chi ci osserva è qualche rappresentante del regno animale silvestre, senza contare poi le presenze più furtive che preferiscono evitare pure il contatto visivo con noi restando celati nell’oscuro del bosco. E parimenti senza contare chi non si fa vedere ma si fa sentire: in effetti c’è anche un gran ciarlare selvatico che viene dal bosco in queste sere, versi di innumerevoli tipi, molti dei quali non riconosco, che in certi casi sembrano veramente rispondersi e ribattersi dibattendo animatamente, protestando, litigando o forse, chissà, veramente festeggiando in compagnia l’arrivo ormai deciso della primavera.

[Una coppia di tassi (Meles meles) come quella, molto confidente, che io e Loki ci siano ritrovati di fronte qualche sera fa, vicino casa.]
Ogni sera, ogni uscita, è un’avventura diversa con qualche sorpresa. Il buio profondo del bosco non intimorisce ma intriga: regala la percezione nitida del mistero naturale e della vita che pulsa incessante, anche quando di contro la civiltà umana si mette in pausa e in gran parte s’acquieta fino al mattino successivo. Vagabondare sul margine tra il mondo degli uomini e quello dei selvatici è qualcosa di semplice tanto quanto affascinante, e può aiutare a comprendere che le nostre pretese di dominazione assoluta del mondo possono rapidamente svaporare in presenza del più minimo elemento di incertezza, ancor più se fino a poco prima lo concepivamo come parte “normale” di esso. Come il buio notturno, e come la presa d’atto che in quelle ore indubbiamente il bosco è reame d’altri il quale può essere anche nostro solo se ci rimettiamo sullo stesso piano di chi lo abita come e più di noi. Non è quel poco di tecnologia che abbiamo sviluppato nell’arco di qualche millennio a renderci superiori a loro: dominanti sì, ma questa circostanza non ci garantisce alcuna superiorità, anzi, ci riserva maggiore responsabilità. In fondo la notte è il giorno senza la luce, il giorno è la notte illuminata e noi siamo animali tali e quali agli altri senza gli occhi luminosi come quelli che ci osservano, nascosti nel buio del bosco.

Il bosco è un popolo “ultradimensionale”

[Foto di Sebastian Engler su Unsplash.]
Camminiamo nel bosco, io e Loki. Sono le 20 passate, ci siamo solo noi. L’aria è ferma, gli unici suoni udibili sono quello sommesso dell’acqua che scorre nel ruscello più a valle e i cinguettii assortiti degli uccelli nascosti tra le foglie. Altrimenti, la quiete sarebbe quasi assoluta.

Siamo circondati dagli alberi, l’unico segno qui che non sia espressione e rappresentanza del regno silvestre è l’esile traccia di sentiero che stiamo percorrendo. Gettando lo sguardo nel profondo del bosco, la visione dei tronchi così numerosi mi generano in mente l’immagine di un popolo in attesa o in contemplazione di qualcosa che sta in cielo o chissà dove, vitale ma immobile o, forse, dinamico in modi per noi imperscrutabili. Comunque accogliente nei miei confronti, niente affatto minaccioso come a taluni risulta il bosco quando lo si percorra in solitudine.

Anzi.

A volte, nei testi che trattano il tema della ricerca di civiltà extraterrestri, viene segnalata la possibilità che l’eventuale contatto sarebbe difficile, se non impossibile, nel caso che gli alieni esistessero in un’altra dimensione o universo parallelo al nostro: è la cosiddetta ipotesi parafisica, che riconduce alla teoria del multiverso. In pratica: gli alieni potrebbero essere già qui tra noi ma sarebbe impossibile incontrarli e interagire reciprocamente, almeno fino a che non si troverà il modo di passare da un universo all’altro. Un tema, peraltro, sul quale la letteratura fantastica e quella fantascientifica, con tutti i loro derivati, hanno prodotto innumerevoli opere.

Ecco: mi viene da pensare che, sotto certi aspetti, quegli alieni “ultra dimensionali” potrebbero essere proprio gli alberi. Sono qui in mezzo a noi ma non li consideriamo granché se non attraverso una visione meramente estetica di matrice romantica o tramite afflati più emozionali che altro – intriganti, senza dubbio, ma piuttosto vacui; in effetti per molte persone è come se fossero invisibili o tutt’al più oggetti materiali inanimati sparsi qui e là nel mondo (il che non fa molta differenza con l’invisibilità). Sono organismi viventi che la scienza conferma sempre più essere pure intelligenti e senzienti ma in modi totalmente differenti dai nostri e dalla gran parte delle altre creature che abitano con noi la Terra; utilizzano anch’essi sostanze vitali terrestri quali l’acqua e l’aria ma attraverso processi biologici che nulla hanno in comune con i nostri; tra di loro comunicano – altra evidenza ormai provata dalla scienza – ma noi non siamo in grado di percepire nulla dei loro discorsi; persino quando ci sembrano morti in realtà spesso non lo sono e “resuscitano”, a modo loro. Le reciproche dimensioni di vita, comuni solo per il fatto che gli alberi sono visibili e tangibili, sembrano per qualsiasi altra cosa diverse e lontane. Non possiamo sapere se gli alberi detengano altre facoltà intellettive, se magari padroneggino la telepatia o conoscano verità ontologiche che noi nemmeno immaginiamo. Magari i loro rami si protendono così verso l’alto, verso il cielo, non solo per ragioni biologiche ma perché tramite di essi gli alberi sanno captare messaggi alieni e dialogare già da millenni con altre civiltà sparse per l’Universo, loro sì e non noi con le nostre supertecnologiche antenne che brancolano nel buio infinito del cosmo. Che ne possiamo sapere? In fondo, come rimarca spesso Stefano Mancuso, che di neurobiologia vegetale è tra i massimi esperti al mondo, noi umani in quanto tali siamo sulla Terra da 400 mila anni, le piante vi proliferano da ben 450 milioni di anni. Hanno avuto tutto il tempo per imparare a conoscere i massimi sistemi molto più che noi Sapiens, in effetti. Chi può negarlo?

Bene, è ora di rientrare verso casa. Nonostante il Sole sia già sceso oltre i monti ad occidente il cielo permane luminosissimo, quasi abbagliante. O forse gli occhi si erano ormai abituati alla penombra silvestre. Chissà se e cosa avranno pensato, gli alberi, di noi due strane creature che vagavano tra di loro, un bipede con arti prensili ricoperto di tessuti colorati e un quadrupede peloso col naso incollato al terreno ad annusare ogni cosa… chissà che commenteranno, tra di loro.

Il bosco, d’inverno

Mi sto rendendo conto, peraltro ora che la primavera è sempre più prossima, che negli ultimi tempi ho sviluppato una sorta di sentimento di affetto, di benevolenza, forse di “compassione” – ma senza le accezioni negative e cristiane del termine legate al distorto concetto di “pietà”, semmai nel senso di comunione spirituale intima – verso il bosco d’inverno. E non penso solo agli spazi silvestri come le grandi abetaie alpine oppure a certe maestose faggete, luoghi sempre potenti e impressionanti, anzi, al contrario: mi riferisco al bosco di media montagna, quello delle mie parti, a volte ancora ben tenuto ma molto più spesso disordinato, intricato, confuso, selve che conservano storie che più nessuno vuole ascoltare, manifestazioni del ritorno inesorabile e selvatico della natura in spazi un tempo antropizzati e poi abbandonati e dimenticati.

Scrivo «negli ultimi tempi» pensando alla mia frequentazione di questi boschi anche per come sia stata accresciuta dalle ristrettezze di movimento nel periodo dei lockdown da Covid-19, un intervallo forzato e drammatico ma grazie al quale ho avviato un’esplorazione sistematica e una mappatura mentale di ogni angolo selvatico dei miei monti alla ricerca di antiche o più recenti relazioni antropiche con il loro territorio e di piccole-grandi sorprese naturali celate e conservate nel fitto di queste mie foreste un po’ sgarrupate ma anche per ciò inopinatamente affascinanti.

Un’esplorazione che il periodo invernale – con tutto che “non ci siano più gli inverni di una volta”, come ormai ci siano dovuti abituare a dire – rende favorevole e oltre modo suggestiva. Il silenzio e la quiete più assoluti regnano tra gli alberi, l’unico rumore prodotto, che a volte sembra quasi un suono o, se così posso dire, il frusciante sussurrio con il quale si richiama l’attenzione del bosco, è quello dei passi lungo sentieri a volte quasi scomparsi e ricoperti dalle foglie cadute, la luce radente getta lame scintillanti tra i tronchi generando di contro ombre lunghe e misteriose, innumerevoli rami contorti strappati dal vento dagli alberi irrigiditi giacciono inerti sul terreno, un’idea accidentale ma essenziale dell’equilibrio tra la vita e la morte che in natura non solo è sempre presente ma è un elemento imprescindibile che genera il divenire reale del mondo selvatico. E su tutto, l’inverno col suo gelo – quando ancora si manifesti, ribadisco – cristallizza ogni cosa in un’attesa inerte, una sospensione vitale che fa del bosco una comunità immobile, silente, meditabonda, genuflessa al dominio del tempo e delle stagioni che impongono inerzia ma non per questo dotato d’una propria presenza e di una particolare energia: solo latenti, quiescenti fino al primo cenno di rinascita che prima o poi si manifesterà.

Per tutto questo trovo il bosco d’inverno un ambito bonario come pochi altri, placido, confidenziale e suo modo accogliente, uno spazio dove la quiete sovrana sviluppa il pensiero spontaneo e agevola la calma interiore, dove il dialogo con il paesaggio naturale riecheggia più che in altre occasione dentro me stesso, dove per così dire sono portato a farmi albero a mia volta, tranquillo, quiescente, in attesa di percepire minimi ma intriganti segnali di vitalità e nel mentre cullato dalla leggera brezza che smuove le foglie rinsecchite sul terreno come per il respiro disteso di un sonno profondo che accoglie ogni cosa silvestre intorno a me nel letargo stagionale ristoratore. E accoglie un po’ anche me, umano che non può permettersi – ahimè! – sospensioni letargiche ma certamente anela di sentirsi accolto dal bosco, anche protetto ovvero celato, almeno per qualche momento, dal resto del mondo che al di fuori della comunità arborea strepita di continuo fin troppo incurante del ciclo naturale della vita e di tutte quelle cose minime e all’apparenza trascurabili ma che in effetti sono le più genuine manifestazioni dell’anima del mondo.