Reblogging: “Allevi, ma mi faccia il piacere!” (dal blog di Roberto Cotroneo)

Premessa standard a post unificati: siccome che è Estate e fa caldo, a volte molto caldo, e siccome che a me il caldo sfianca, dacché mi potreste vedere in giro con addosso solo una t-shirt nel bel mezzo d’una bufera di neve a Gennaio, e siccome che, capirete bene, gestire un blog è attività tremendissimamente faticosa – ben più di, ad esempio, lavorare in miniera a 1.500 metri di profondità o in acciaieria come addetto agli altiforni o nei terreni agricoli sotto il Sole cocente ovvero altro di ugualmente arduo… ehm… – ho deciso, durante queste settimane canicolari, di far lavorare un po’ gli altri. Già. Ovvero, di ribloggare articoli che ho potuto trovare e leggere su altri blog, e che mi sembrano assolutamente meritevoli della vostra attenzione. Sì, insomma, un modo anche – soprattutto, in effetti! – per rendere omaggio a tanti colleghi blogger i cui post ritengo veramente ottimi, esemplari e spesso illuminanti – blogger che ho la fortuna e l’onore di seguire. In attesa che torni alla svelta la stagione fredda, ovviamente. Freddissima, anzi! O di trasferirmi alle Svalbard, come forse si starà augurando chi ora stia leggendo queste mie cose e ami il caldo estivo…

Dunque, trovo questo articolo che Roberto Cotroneo – intelletto assai brillante, a mio parere – ha pubblicato nel suo blog, riferendosi a un episodio accaduto pochi giorni fa (rispetto alla data in cui sto scrivendo il presente) avente come soggetto Giovanni Allevi, circa il Roberto_Cotroneo_photoquale Cotroneo disquisisce in maniera sagace e illuminante, assolutamente ottimo per sostenere il concetto che a volte – anzi, spesso, qui in Italia – fare cattiva cultura ovvero deculturare (se mi passate ‘sto termine) significa anche continuare a sostenere e imporre ciò che cultura di valore non è. Allevi è un perfetto esempio di ciò, e di natura sotto molti aspetti assai italica: ritenuto da chi ci capisce veramente di musica un musicista piuttosto scarso (giova ricordare cosa disse di lui il ben più rinomato Uto Ughi…), viene invece osannato e imposto come “grande maestro” dalla stampa e da certa critica palesemente prezzolata, al punto da riportare le sue (spesso) farneticanti dichiarazioni come fossero massime di un illuminato saggio quando invece appaiono subito, a chi non è del tutto tonto, mirabolanti esempi di presuntuosa ignoranza. In tal modo, appunto, facendo credere di fare e diffondere cultura – non tanto lui, ma chi Allevi sostiene pubblicamente – ma in verità intaccandone e distruggendone la parte buona, quella vera e fruttuosa per chi ne gode, cioè noi tutti che potenziale pubblico siamo.
Come dice perfettamente nel proprio articolo Cotroneo, “Per questo mi indigno con quelli che fingono di rendere popolare la musica, ma in realtà chiudono la porta a coloro che potrebbero capirla meglio ed amarla. Allevi è colpevole di questo. Cavalca il nulla, gioca all’artista svagato, incarna tutti i luoghi comuni del musicista eccentrico. Senza il talento dei veri musicisti.“.
Sintesi perfetta, appunto.

Allevi, ma mi faccia il piacere!
By Roberto Cotroneo

Leggo dappertutto vera indignazione e ironia sulla battuta del pianista Giovanni Allevi su Beethoven. Allevi dice: «Beethoven non aveva ritmo», e dicendo questo dimostra quello che sappiamo da tempo, ovvero che Allevi di musica sa poco o niente. E ha voglia di provocare. Non bisognerebbe indignarsi per le provocazioni ma semmai per la sfortuna di vivere in tempi culturalmente vuoti dove l’unico modo per farsi notare è dire stupidaggini. Domani qualcuno ci dirà che Dostoevskij non conosceva il congiuntivo. O un aspirante artista spiegherà che Van Gogh non sapeva nulla del colore giallo, e non sapeva scegliere i pennelli giusti.
Un tempo la provocazione, il confronto con i grandi, il «salire sulle spalle dei giganti,» come si diceva, era un modo di vedere meglio, di avere più orizzonte, di capire. Oggi siccome sono tutti nani, non si può far altro che abbassare i giganti perché salirci sulle spalle sarebbe un’impresa impossibile.
(Continuate a leggere l’articolo nel blog di Roberto Cotroneo…)

Il cretino “acculturato”, ovvero: se al giorno d’oggi la “cultura” diventa espressione di sostanziale ignoranza

Gironzolo sul web, tra i siti delle testate d’informazione nazionali… Su Repubblica.it, un link mi indirizza a una pagina piuttosto allettante per (credo) qualsiasi appassionato di letteratura: Conosci D’Annunzio? Partecipa al test online!
Arrivo nel sito web de Il Centro, quotidiano di Pescara (città natale di Gabriele D’Annunzio, appunto), sulla pagina dal quale si può affrontare tale test, che così viene presentato:

È il simbolo di Pescara e di tutto l’Abruzzo, ma in pochi conoscono veramente chi era e cosa ha fatto Gabriele D’Annunzio. Il nostro giornale ha effettuato un’inchiesta nelle scuole. Il risultato è che i ragazzi sanno poco del Vate. E voi quanto ne sapete? Scopritelo rispondete a queste domande, ma senza usare Google…

Faccio il “test” (se volete affrontarlo anche voi, cliccate sull’immagine qui sotto) e resto basito: quattro domande, le più ovvie, banali e insulse che si possano fare su D’Annunzio, alle quali chiunque – e ribadisco chiunque – abbia un minuscolo pulviscolo di conoscenza della storia e della cultura italiana, ovvero molto meno di quanto si insegna a scuola e dei relativi ricordi che, dunque, si possono avere di ciò, risponderebbe senza alcun problema!
Rispondo, ed ecco il messaggio finale:

Conosci_DAnnunzio_image

Come?!?!? Per queste quattro stupidaggini io conoscerei la storia di D’Annunzio??? Ovvero – è conseguenza indiretta ma nemmeno troppo! – se rispondo correttamente alle domande poste io sarei acculturato, o comunque più acculturato di chi invece è talmente ridotto male, intellettualmente e culturalmente, da non aver risposto in modo corretto?

Oohmmamma! Se questo è un test con il quale ci si possa dire “conoscitori” di uno dei più importanti personaggi della cultura italiana, siamo veramente, ma veramente messi male!
E in effetti lo siano proprio tanto, messi male, dal punto di vista culturale… Dacché io credo – o temo, ma la mia è già una ferma convinzione – che tali prove di cultura siano la conseguenza inevitabile del drammatico deperimento del livello culturale diffuso nel paese, e con ciò intendo ovviamente non solo quello di diretta derivazione scolastica. Veramente chi non saprebbe rispondere a quelle domande sarebbe immeritevole di dirsi italiano, e ho i brividi a pensare che ve ne saranno non pochi, in tale condizione.
Tuttavia io vedo in questa cosa anche qualcosa di più: vedo anche il trionfo della pseudo-cultura conformata, indotta e imposta dalla TV (così ben esemplificata dai quiz che tanto vanno oggi in televisione, quelli che elargiscono montagne di soldi a emeriti ignoranti che indovinano le risposte a caso o per altre evenienze incidentali, non certo per propria cultura, preparazione e/o erudizione!), l’apoteosi del generalismo più sfrenato, della presunzione di credersi istruiti e colti quando in realtà si è ignoranti, della convinzione ottusa di conoscere due nozioni (banali) in croce e dunque di sapere tutto e invero di non sapere un bel niente di culturalmente e autenticamente utile.
E’ la non-cultura tanto sognata, ricercata e imposta dai poteri dominanti, la tabula rasa mentale necessaria a imporre i sistemi politici (e non solo, ovviamente) vigenti alla quale di contro concedere solo qualche falso e innocuo barlume di “sapienza”, giusto per farci ritenere di essere intelligenti, istruiti e colti, appunto… E’ la condizione perfetta, insomma, affinché l’Italia si possa meritare i governanti (politici e non, ribadisco) che si ritrova. Non dimenticatelo mai: nulla succede per caso o per sfortunata coincidenza, in questo nostro mondo distorto!
In realtà, basterebbe aprire meglio gli occhi e, per conseguenza pressoché automatica, la mente in modo da rimettere in virtuoso circolo il pensiero, per sconfiggere qualsiasi ignoranza più o meno indotta, smettendola con gli abbindolamenti televisivi e mediatici in genere, e col bersi pedissequamente tutto quanto ci venga propinato e in casi del genere, appunto, spacciato per cultura. La vera cultura è ben altra cosa, e ben più disponibile e facile da ottenere: basta leggere un buon libro, ad esempio – e D’Annunzio è una lettura indispensabile per chiunque si voglia consapevolmente definire “italiano”.
E il bello è che scrivono pure “ma sei sicuro di non aver usato Google?“! Un’annotazione a dir poco offensiva! Tzè!

Della lettura dei libri come sinonimo di civiltà, o di un paese dove il 50% della popolazione non legge…

Bene. Anche l’attuale ministro per i Beni e le Attività Culturali italiano, Lorenzo Ornaghi, si è reso conto che metà dei suoi connazionali (ma alcune statistiche dicono anche di più) non legge nemmeno un libro all’anno – della cosa dava notizia, ad esempio, il Televideo RAI fin dall’altra sera, come vedete qui sopra (cliccate sull’immagine per leggere la notizia originale nel sito).
Non è che l’ultimo, in ordine di tempo, di tanti “allarmi” sul merito, generati da altrettante indagini statistiche che nel corso degli anni fotografano una situazione – della diffusione della lettura in Italia – in costante peggioramento, e alle quali non mi pare che faccia seguito molto di concreto, almeno a livello istituzionale e politico – perché sia chiaro: non basta invitare a leggere libri, serve anche diffondere una cultura e generare uno sfondo sociale atto allo scopo, ovvero che non istighi a fare il contrario e che non imponga modelli di vita che alla cultura preferiscono anteporre stupidaggini varie e assortite. Dunque, mi auguro che il ministro Ornaghi, a differenza dei suoi predecessori, prenda veramente a cuore il problema, e faccia al più presto qualcosa per arginarlo.
Perchè è un problema. Un grave problema. E non voglio, ora, sottolinearne la gravità dal personale punto di vista di autore letterario: non mi interessa farlo, qui, ma mi interessa assai di più metterne in luce una volta ancora la drammaticità culturale, dunque sociale (quindi pure “politica” nel senso pubblico del termine), a costo di (ri)fare un discorso che potrà sembrare retorico e demagogico, ma al quale tengo particolarmente – eppoi la realtà italiana dimostra bene dove veramente stia il populismo: non certo a difesa dei libri e della cultura!
Ecco, appunto. Questo è il nodo della questione: almeno metà degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno. Subito mi torna in mente il professor Tullio De Mauro che, qualche mese fa in un convegno a Firenze, annunciava come “Appena il 29% degli italiani possiede ancora gli strumenti linguistici per padroneggiare l’uso della nostra lingua nazionale.” Meno di un terzo sa parlare correttamente la lingua italiana, ok?
Ciò comporta conseguenze magari anche (tristemente) ridicole, come questa accanto la quale, vera o meno che sia (ma temo sia vera!) dimostra perfettamente quanto asserito da De Mauro, e come sovente chi non conosca l’italiano creda e si vanti invece di conoscerlo perfettamente (nonostante altisonanti titoli accademici, spesso!).
Ma io credo vi siano conseguenze ben più gravi. La lettura è il miglior allenamento per la mente e la palestra più efficace per il libero pensiero, ergo il non leggere è sinonimo pressoché diretto di incapacità intellettuale (scriverei ignoranza ma poi a qualcuno apparirei di certo troppo cattivo…), ovvero mancanza di buon discernimento della realtà intorno per altrettanta mancanza di mezzi di conoscenza (che troppa gente crede di poter ricevere dalla TV quando invece, quella contemporanea, offre spesso l’esatto contrario!), il che per inevitabile conseguenza significa scarsa coscienza civica. Dunque, per arrivare al punto: ove si leggono pochi libri, si ha una società di basso livello. Ove si leggono pochi libri succedono tante delle cose che ci ritroviamo a constatare intorno a noi: decadenza sociale, disordine, maleducazione, prepotenza, prevaricazioni varie e assortite, inciviltà. Guarda caso, nei paesi dove si legge molto, le società sono di buon/ottimo livello, e presentano peculiarità che le pongono in testa alle classifiche sulla qualità della vita: vedi i paesi del Nord Europa, ad esempio, dove la media di libri letti in un anno arriva e a volte supera i 10 pro capite. Ove si leggono pochi libri, la mente è meno capace di capire cosa va bene e cosa non va bene: ecco perché il potere che voglia il più possibile dominare, di qualsiasi segno sia, ha bisogno di ignoranza di massa. Ha bisogno di una condizione come quella denunciata dal ministro Ornaghi, ecco. Il che spiega come mai, in Italia, sussistano poteri – politici e non – che una mente cosciente e perspicace aborrirebbe; spiega come mai la citata pessima TV italiana continui a proporre sempre più orribili programmi; spiega perché certi problemi ormai cronici nella società non solo non vengano risolti ma peggiorino e si incancreniscano sempre di più; spiega anche, a mio modo di vedere, come mai le nostre vie cittadine siano ovunque lorde di spazzatura, mentre quasi ovunque all’estero no: ovvero pure piccole cose, spiega, che tuttavia, sommate, sono elemento fondamentale alla determinazione della qualità della nostra vita quotidiana – e, non a caso, riguardo quanto scritto poco sopra, andate a controllare le posizioni occupate dall’Italia nelle classifiche sul merito!
Ribadisco: un paese dove non si legge, quindi dove la cultura non sia adeguatamente diffusa, è un paese condannato alla decadenza e alla morte sociale. Per la gioia di chi lo vuole governare, comandare, assoggettare, dominare, appunto: perché, non scordatevelo mai, la cultura è madre della libertà e della civiltà, l’ignoranza lo è della schiavitù e della barbarie.
Vi sembrerò forse troppo negativo, pessimista o catastrofista… Però, in tutta sincerità, vi dico: mi guardo intorno, oppure basta che con immane sforzo di volontà accenda la TV, e a me pare d’essere fin troppo buono!