Sarà che invecchiando divento acido, ma a me ‘sta questione del Salone del Libro tirato qui e là tra Torino e Milano, col contorno di inchieste giudiziarie, scontri tra protagonisti del panorama editoriale, interessi vari più o meno nobili, campanilismi da solito rozzo provincialismo italico e quant’altro, sta già assumendo contorni piuttosto buffi, se non già ridicoli.
Da un lato c’è un evento che potenzialmente sarebbe (ovvero lo era, forse, fino a qualche tempo fa) fondamentale per il mondo del libro e della lettura nostrani ma che, ormai, è più simile a un morto che cammina che ad altro. Dal lato opposto c’è una città – Milano – che da sempre si ritiene il fulcro del panorama editoriale nazionale e che sempre ha mal digerito (soprattutto per ragioni meramente politiche) un Salone del Libro fatto altrove, la qual città di contro non ha mai saputo creare una valida alternativa – BookCity non ha lo spessore, nonostante tutto, del Salone torinese ma neanche di altri eventi similari fatti altrove nel paese, e Bellissima è stata un flop parecchio clamoroso (o forse tutto sommato prevedibile?). E infatti, a tal proposito, verrebbe da chiedersi se vi possa essere un pubblico locale interessato ad un evento come il Salone, che a detta di molti vorrebbe imitare – se fatto a Milano, intendo appunto dire – il successo di altri eventi cittadini (Salone del Mobile in primis, col suo Fuori Salone) i quali a loro volta però hanno impiegato decenni per consolidarsi e conseguire quel loro successo – ferma restando un’altra evidenza, ovvero che per nostra mancanza culturale un evento pur grande dedicato ai libri e alla lettura mai potrà raggiungere l’importanza e il valore culturale e industriale in genere come la Buchmesse di Francoforte, la quale è da sempre “la” manifestazione europea per eccellenza dell’editoria, esempio per tutti da nessuno eguagliato.
Dunque, come potrebbe finire ‘sta buffa querelle? Al momento è difficile da dire, anche perché la situazione è ancora in evoluzione – nel bene e nel male. Tuttavia, riflettendoci sopra, in questi giorni, m’è venuto da pensare che questo pare il tipico caso nel quale, tra i due litiganti, alla fine a godere potrebbero essere altri. Altri, sì, al plurale. E vi spiego perché al plurale – con due ipotesi sostanziali.
La prima: tra Torino e Milano potrebbe finire che a godere sia Roma con la sua Più libri più liberi. Fiera dal grandissimo potenziale – fin dal fatto di essere organizzata nella città più grande d’Italia, la quale ne è pure capitale, eh! – ma che, per così dire, si è sempre un po’ autolimitata, e non solo perché la propria “mission” ufficiale è mirata verso la piccola e media editoria ma, ad esempio, per essere ospitata da una location inadatta che ne riduce, appunto, le possibilità di espansione – di spazi, di target, di coinvolgimento settoriale.
La seconda: come ha ben denotato Andrea Coccia su Linkiesta in questo articolo – punto di vista dal quale dunque derivo la mia riflessione – e se la questione non fosse che un Salone del Libro si faccia a Torino, a Milano o chissà dove ma che semplicemente ci sia? Ovvero: e se un evento del genere che, come ribadisco, forse dei suoi scopi originari e potenziali non ha più quasi nulla, rappresentasse (paradossalmente, ma solo all’apparenza, vista la situazione generale) un’autentica zavorra per il bene del mercato dei libri nostrano e di rimando della lettura? Se piuttosto – posto il nostro essere l’inguaribile paese dei piccoli campanili, di nuovo ribadisco – di un unico grande (e tronfio e sostanzialmente banale e obiettivamente fallimentare nel senso e nella sostanza) evento, l’ideale fosse una rete sinergica di tante piccole e/o più mirate manifestazioni come le tante già organizzate in giro per il paese, sul modello assolutamente vincente di una delle migliori iniziative attuate in Italia a favore dei libri, cioè la rete sarda di Liberos? Una rete, insomma, che unisca Torino, Milano, Roma, Pisa con la sua Fiera, Chiari e Modena con i loro eventi dedicati alla piccola editoria e poi Mantova, Pordenone e così via – potrei continuare a lungo, appunto! – e che in tal modo amplifichi i singoli successi distribuendone i benefici sull’intero territorio nazionale anche grazie all’inclusione effettiva, e non solo d’immagine e/o di mera convenienza – di tutti gli attori della filiera editoriale, dall’alto in basso e viceversa compresi dunque librai, biblioteche, circoli di lettori, eccetera. Una rete capillare, assolutamente democratica – nel senso che il grande editore così come il piccolo dovrebbero vedersi garantiti gli stessi diritti e le stesse possibilità, senza ghettizzazioni, marginalizzazioni commerciali o quant’altro di traviante il non a caso detto libero mercato: tanto il grande editore sarà sempre più visibile, ma almeno che non oscuri e soffochi il piccolo! – coinvolgente in modo ecumenico dacché capace di giungere ovunque, dal centro della grande metropoli fino al paesino sperduto nella più remota vallata alpina o appenninica.
Utopia? Forse, viste appunto le tante ombre che gli altrettanti campanili proiettano un po’ ovunque. D’altro canto, cosa facciamo? Il mercato editoriale, nonostante qualche zero-virgola di ripresa, permane in stato comatoso; il Salone del Libro, così com’è – e che resti torinese o vada a Milano o chissà dove – è ormai cadaverico; di cultura diffusa, di contro, c’è un bisogno pressoché disperato, qui, anche per contrastare il sempre più dilagante analfabetismo funzionale… Anche per questo la disfida tra Torino e Milano sul Salone mi pare quanto meno stucchevole. La questione piuttosto è: cosa serve al mondo dei libri e della lettura italiani per riprendersi e per tornare ad essere fonte di preziosa cultura diffusa? Un Salone del Libro come quello finora realizzato? Oppure serve altro? E quest’altro che può servire, c’è già, va realizzato, va adattato, riconfigurato?
Serve lavorare nel presente per costruire il futuro, insomma, e non viceversa. Altrimenti, tra due, tre o mille litiganti, alla fine nessuno mai potrà godere qualcosa.
Tag: fine
Per essere vivi fino alla fine (Hans Küng dixit)
Forse si riesce meglio a mantenere la gioia di vivere se si tiene costantemente presente la propria transitorietà e il fatto che la morte può giungere in ogni momento, invece che scacciarne il pensiero.
(Hans Küng, Ciò che credo, Rizzoli, Milano, 2010)
Hans Küng è senza dubbio uno tra i più brillanti intellettuali dell’epoca contemporanea. Che ci si trovi d’accordo con le sue idee oppure no (e personalmente non lo sono spesso), il teologo svizzero ha sempre mostrato il gran pregio di smuovere le coscienze su temi parecchio importanti, parimenti dimostrando una libertà di pensiero e di riflessione del tutto assente nell’ambiente di sua competenza – per così dire. Prova evidente di ciò è data dal suo ultimo saggio, Morire felici.
Lasciare la vita senza paura, nel quale Küng si schiera apertamente a favore dell’eutanasia o, meglio, del diritto di decidere quando morire. Il quale diritto non è affatto questione superficialmente dottrinale, religiosa o politica ma sostanzialmente filosofica, e in quanto tale soggetta alla riflessione (semmai condivisa, ma non è cosa obbligata) e alla determinazione del singolo individuo, in qualsiasi senso essa si risolva, giammai a una imposizione dettata da interessi alieni alla sfera privata dell’individuo stesso. Una sfera nella quale, poi, vi può essere una meditazione di natura teologica – come quella che attua Küng – ovvero meramente razionale/razionalista, il che tuttavia non cambia il senso finale della questione ovvero l’essenza e la sostanza di quel diritto.
Ma, al di là delle riflessioni sull’ultimo saggio (e sulle idee) del teologo svizzero e senza bisogno di ulteriori argomentazioni, forse sarebbe sufficiente ricordare che per la sua libertà di pensiero (se di ciò si può parlare in un ambito teologico) Küng – insieme a molti altri teologi – venne praticamente messo al bando da papa Wojtyla. Per quanto mi riguarda, un segno inequivocabile di bontà intellettuale.
La Speranza è l’ultima a morire. Forse. (Una poesia)
Carme Funebre alla Speranza
Oh come bella, terribilmente bella,
Fu la morte della Speranza!
Lividi petali di defunte rose a galla
Fluivan sulle lacrime con mestizia
De l’incessante pianto della Tristezza,
Ed offriva l’icona ultima la Bellezza
Prima di celarsi dietro un fosco velo.
Nimbiche armate nel basso cielo
S’ammassavan forte ruggendo,
Ma sulla Terra assai scemando
Andava pure il vento, ultima forza.
Giungeva come sì irriverente sferza
Di dietro adusti fusti l’empio ghigno
De la Superbia, e del Sussiego degno
Compare; e con veemenza la Stoltezza
Le man batteva sozze di sconcezza,
Nel mentre che Barbarie e Ignoranza
Ballavan un’iniqua e dissonante danza
Menando le lor ammorbate membra.
Intanto il lugubre corteo nell’ombra
Andava, su le spine mestamente
Il passo grave nel buio terrificante:
E d’una notte senza stelle il terrore
Ponea sul mondo un drappo di dolore.
Componimento tratto dal mio Versi Irregolari (2007, Maremmi Editore Firenze/L’Autore Libri, Collana Biblioteca ’80 – Poeti, ISBN 88-517-1242-5, € 16,80).
Versi d’amore, di Passione, di Dolore, di Morte, così recita la copertina interna del volume: 88 componimenti poetici divisi equamente nelle quattro sezioni sopra citate, una evoluzione stilistica che dagli stilemi classici punta lontano, finanche a forme poetiche avanguardistiche e innovative, attraverso le quali sfuggire alla “regolare” ordinarietà del mondo lasciando che l’occhio estetico che la poesia offre possa scovare e analizzare nuovi punti di vista sulla vita umana, rivelandone l’essenza più profonda, più vera e pura, scevra da qualsiasi conformismo e convenzionalismo che oscura la bellezza della vita stessa, la prima e più preziosa arte.
Cliccate sull’immagine del libro qui sopra per averne ogni informazione utile e per sapere dove/come acquistarlo. Buona lettura, e lunga vita alla poesia!
P.S.: no, per carità! Non pensatemi affetto da pessimismo cosmico! Giammai! Però nemmeno da pervicace e cieco (dunque pure ottuso) ottimismo, questo sì!
