La conversione ecologica e la consapevolezza climatica

[La tabella riporta tutte le variazioni delle temperature mensili rispetto a quella media del periodo pre-industriale (1850-1900) dal gennaio 1970 al giugno 2024, rese anche cromaticamente per evidenziarne gli scostamenti.]

La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile.

Così affermava nel 1994 Alexander Langer. Sono passati 30 anni e verrebbe da pensare che la questione, invece di progredire, sia arretrata al livello precedente: come si può affermare la consapevolezza sociale sul cambiamento climatico e sui suoi effetti? Domanda la cui risposta è necessaria per giustificare l’osservazione di Langer: senza tale consapevolezza che si fa nozione realmente acquisita temo che nessuna conversione ecologica sia possibile, così come nessuna autentica tutela del nostro patrimonio naturale.

In buona sostanza: perché pur a fronte dell’evidenza innegabile del cambiamento climatico molte persone continuano a comportarsi, nei fatti, come se nulla fosse?

Al netto delle prese di posizione palesemente ideologiche come quelle espresse dalla politica, che sono l’espressione di un mero giochetto ipocrita e infantile, e tolti i negazionisti climatici che sono ormai come i terrapiattisti, è interessante – seppure parecchio desolante – chiedersi perché, a quanto pare, in tanti non capiscono o preferiscono ignorare la questione.

Può essere per semplice ignoranza, dato che la sostanza della questione è scientifica e matematica, dunque qualcosa che molti ritengono a prescindere di non poter capire (anche quando si tratta di fare due più due)?

È per paura di quanto sta accadendo e per la sensazione di impotenza che ne deriva, che fa girare a molti lo sguardo e la mente dalla parte opposta pur di non essere inquietato?

Oppure perché il cambiamento climatico impone un conseguente cambiamento tanto nelle nostre convinzioni sul mondo quanto negli stili di vita che conduciamo e, come sovente accade, ogni cambiamento ci genera agitazione e insofferenza perché ad uscire (forzatamente) dalla nostra comfort zone sappiamo ciò che possiamo perdere ma non ciò che potremmo trovare di nuovo?

O forse perché la nostra condizione di “razza dominante” sul pianeta ci fa ritenere più o meno consciamente sicuri di potercela cavare sempre, anche di fronte a qualcosa contro il quale al momento possiamo fare poco o nulla?

È invece semplice (e aberrante) superficialità, apatia, menefreghismo, egoismo, nichilismo? Un pensare a sé stessi e all’oggi che tanto «del doman non v’è certezza»?

In effetti, nessuno oggi può dire con sicurezza assoluta cosa il cambiamento climatico provocherà al nostro pianeta e alle nostre vite, se non attraverso modelli previsionali inevitabilmente dotati di una dose di incertezza. Di contro, tale realtà non giustifica alcun atteggiamento né menefreghista e nemmeno catastrofista, ma neanche il fare spallucce e girarsi dall’altra parte è giustificabile. Eppure è ciò che molti – Sapiens come tutti gli altri – sostanzialmente fanno pur di fronte alla palese realtà dei fatti, appunto.

Perché?

P.S.: non l’ho scritto in quanto l’avrei dato per scontato, ma forse è bene precisarlo: non si tratta di una questione ambientalista (considerarla solo in questo modo è alquanto dannoso) ma culturale, profondamente culturale. E di seguito è politica, sociale, economica, morale, civica, etica eccetera, ma tutto, in principio, nasce ovvero deve scaturire da una matrice assolutamente culturale. Sia ben chiaro questo.

La ricchezza che abbiamo tutti a disposizione

[Foto di Mika Baumeister su Unsplash.]

Quando stavo facendo delle ricerche per Un paradiso all’inferno (ed.it. Fandango, 2009), un libro sul modo in cui le persone rispondono ai disastri, a colpirmi non fu tanto il coraggio o la capacità di costruire nuove reti sociali e mezzi per sopravvivere, ma il fatto che in queste situazioni si trova qualcosa che si vorrebbe con tanta forza da riuscire a provare gioia anche se intorno ci sono morte, rovina e disordine.
Per rispondere alla crisi climatica, un disastro più grande di qualsiasi cosa la nostra specie abbia mai dovuto affrontare, dobbiamo riportare a galla quello che le persone provano nei disastri: un senso di rilevanza, di connessione e generosità, la coscienza di essere vivi di fronte alle incertezze. Un senso di gioia. È questo il genere di ricchezza di cui abbiamo bisogno. È l’opposto del danno morale: è la bellezza morale. Qualcosa che non abbiamo bisogno di acquisire, perché è già dentro di noi.

[Rebecca Solnit, La vera ricchezza è il nostro futuro, su “Internazionale” nr.1504, 24 marzo 2023, pag.46.]

Risponde indirettamente in questo modo Rebecca Solnit, intellettuale sempre illuminante e stimolante (che molti di voi probabilmente conosceranno per la sua fondamentale Storia del camminare) a una emblematica riflessione di un’altra figura di intellettuale fondamentale, Alex Langer, che quasi quarant’anni fa parlò di come sia difficile rendere la conversione ecologica socialmente desiderabile, nonostante pure i sassi ormai sappiano quanto sia indispensabile a fronte degli effetti del cambiamento climatico – e a prescindere da cosa lo abbia causato, questione innegabilmente importante ma rispetto la quale sarebbe bene andare finalmente oltre, producendo meno parole e più fatti concreti e maggiormente utili a costruirci un’efficace resilienza e un buon futuro. Con ciò andando oltre anche ai negazionisti, ormai sparuti ma sempre pericolosi anche solo come fenomenologia psicosociale, e agli apatici, figli di una società che impone di vivere alla giornata senza curarsi del domani, ma per i cui inevitabili problemi non fornisce alcuna soluzione e nemmeno via di fuga.

L’articolo di Rebecca Solnit è leggibile dagli abbonati a “Internazionale” qui.

Nove città alpine impegnate per il clima

[Panorama di Briga-Glis. Foto di Daniel Reust, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
A proposito di clima, in senso generale ma con particolare attenzione alla regione alpina, lo scorso anno è stato avviato da parte della Convenzione delle Alpi il progetto Climate Action in Alpine Towns che nel corso del 2022 impegnerà nove città alpine a realizzare interventi per il clima in termini di pianificazione territoriale e partecipazione dei cittadini – cosa quanto mai importante e necessaria in tali contesti, anche come forma di sensibilizzazione attiva verso la politica amministrativa che troppo spesso risulta assente – si veda il post che ho pubblicato qualche giorno fa, per dire. Il progetto sarà realizzato nel quadro della Presidenza svizzera della Convenzione delle Alpi e dell’Agenda territoriale 2030 nell’arco dei prossimi due anni; in esso verrà pure elaborato un rapporto scientifico sulla situazione di queste città alpine e le relative ripercussioni territoriali in tema di clima e aspetti correlati con il proposito di integrare alcuni dei risultati del rapporto con misure concrete.

La percezione diffusa delle Alpi è spesso rurale e non urbana. Tuttavia, circa un terzo degli abitanti vive in città alpine densamente popolate con peculiarità specifiche e altrettanto specifiche criticità ecologiche e ambientali. Come si può sviluppare un’azione climatica a bassa soglia nella pianificazione territoriale? Come coinvolgere maggiormente la società civile in questi processi di pianificazione? In che modo la partecipazione modifica la consapevolezza di queste persone e quindi anche la qualità della vita? Queste e altre domande costituiscono il fulcro del progetto; trovarvi risposte valide (e sempre più necessarie, d’altronde) ne rappresentano lo scopo principale.

Le nove città partecipanti al progetto sono Annecy e Chambéry in Francia, Briga-Glis in Svizzera, Belluno e Trento in Italia, Sonthofen in Germania, Villach in Austria, Idrija e Tolmino in Slovenia.

Potete saperne di più su Climate Action in Alpine Towns visitando il sito del progetto, qui.