Togliere cose inutili e di troppo dalle montagne

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Godere della montagna per ciò che è.
Proprio non ce la facciamo, nemmeno qui.

«Che bellezza le montagne, le vette i boschi i prati i laghi la neve i panorami…» Quante volte sentiamo esclamazioni simili? Ma poi, in quella gran bellezza che la montagna è, ci mettiamo di tutto e di più: strade case impianti piste ciclovie ponti tibetani passerelle panchinone… come se la bellezza delle montagne la vedessimo ma non la comprendessimo e dunque avessimo sempre bisogno di qualcosa da cui farci attrarre ma che poi inevitabilmente diventa il centro dell’attenzione, con le montagne ridotte a mero sfondo e per ciò banalizzate, incomprese, trascurate in ciò che sono realmente.

Non lo dico in senso assoluto, lungi da me pensare che in montagna non si possa fare nulla. Ma d’altro canto non si può e non si deve fare troppo e invece, in molti casi, lo si è fatto. Lo si fa ancora.

Per dire: di panchine giganti – leggo sul loro sito – ce ne sono quattrocentocinquantacinque più altre settanta in costruzione e molte, lo sapete, sono in montagna, proprio per la bellezza delle vedute che si trovano lassù. Be’, che c***o ce ne facciamo di più di 500 panchine, tutte uguali? Dieci, venti, trenta va bene, ma così tante?! Non sappiamo proprio salire nei luoghi montani che le ospitano per ammirarne la bellezza senza aver bisogno di quei manufatti autoreferenziali, peraltro così brutti e banali? Se la risposta è no, allora forse non è proprio il caso di salire sulle montagne perché tanto la loro bellezza non la comprenderemmo, e se ci saliamo perché c’è la panchina gigante o altro del genere quella bellezza la stiamo solo banalizzando e consumando – nel senso che la usiamo consumisticamente, come un mero prodotto in vendita da acquistare unicamente per soddisfare il nostro diletto.

Perché dobbiamo continuamente aggiungere cose, sui monti, e invece non cominciamo a toglierne? Ce n’è un marea di manufatti inutili, brutti, degradanti, impattanti, inquinanti e, soprattutto, che non danno alcun beneficio reale ai territori e alle comunità. Bene, via tutto, togliamoli! E mettiamo cose, semmai, realmente utili ai territori e ai loro abitanti così che possiamo restare a viverli nel modo migliore possibile, senza diventare ostaggio delle troppe cose inutili e comparse nella sceneggiata di chi ne fruisce così banalmente!

Non ce la facciamo proprio?

La meteo “diversamente bella” che rende il paesaggio “diversamente” speciale

Piove. E quando piove almeno due cose sono certe: che il governo è ladro (che poi, fateci caso, la pioggia è sempre bipartisan) e che lo scrivente prepara lo zaino, infila le scarpe da trekking, un copricapo impermeabile in testa e va per i monti. A meno che non ci siano nubifragioni nell’aria, ovvio, e d’altronde il temporale che fino a poco prima ha scosso la zona scaricando anche un po’ di grandine è già corso verso levante, ormai per me innocuo.

Ho scelto un percorso particolarmente silvestre, sia per ripararmi almeno un poco dalla pioggia a tratti battente e sia perché so bene quanto sia fenomenale attraversare i boschi madidi: gli alberi cantano felici come se imitassero noi umani sotto la doccia, il ticchettio delle gocce di pioggia sulle foglie che ancora stazionano sui rami battono il codice morse dell’entusiasmo arboreo, il terreno effonde profumi intensi, ancestrali, quasi inebrianti, i corsi d’acqua, anche quelli periodici, si ravvivano e rivitalizzano l’ambiente. Fuori dal bosco, il verde dei prati si fa quasi fosforescente tant’è brillante mentre le nuvolaglie sfilacciate si fanno indossare dalle cime dei monti come sciarpe fluttuanti.

Tutto questo – anche tutto questo – fa sì che il sentiero lungo il quale cammino l’ho già fatto mille volte e questa milleunesima è sorprendente come fosse la prima: è la manifestazione di una poiesis geopoetica e psicogeografica, un “fare dal nulla” il paesaggio il quale immediatamente diventa la dimensione fondamentale di quei momenti. Alla cui meraviglia, lo ammetto, contribuisce il fatto che non ci sia nessuno in giro – andata e ritorno, non ho incrociato anima (umana) viva; ma in fondo mi dispiace che tali condizioni, anche quando non siano affatto problematiche, scoraggino molti dal farsi una bella camminata al ritmo naturale battuto dalla pioggia sulle chiome arboree. Questa meteo diversamente bella rende percepibili cose diversamente speciali del paesaggio altrimenti sfuggenti – i profumi del bosco, appunto, o le forme dei monti definite dalle nuvole che vi si inframezzano, i differenti toni virenti della vegetazione, eccetera – così che in quel paesaggio ci si senta in qualche modo ancora più dentro del solito, ancora più parte di esso: in fondo si è tutti – umani, animali, piante, pietre – nella stessa condizione madida di pioggia. Alla fine anche il fango che resta sulle mie scarpe o che mi inzacchera i polpacci mi interra più del solito in quel paesaggio, in quell’ambiente grigio, bagnato, freddiccio, eppure così inopinatamente bello e speciale.

Eppoi dopo la pioggia viene sempre il sereno, Rodari docet; ne sarò ancora più contento del suo calore, del cielo tornato terso, della luce ritrovata, proprio grazie alla pioggia, in fondo. Yin e Yang, notte e giorno, caldo e freddo, cielo e terra, negativo e positivo. Ecco anche perché quando piove io comunque prendo lo zaino e comincio a camminare: per farlo pure col Sole con identica, meravigliosa, salutare soddisfazione.

 

Quando smette di piovere

Mi piace la pioggia – quando non sia troppo violenta e dunque sconquassante, ovvio – anche perché prima o poi finisce e il ritorno del cielo sereno e del Sole regala alla Natura i momenti di sfavillante bellezza e vitalità vibrante più assoluti. Ogni cosa appare come lavata e mondata da qualsiasi impolveratura accumulatasi nei giorni più afosi o grigi, la vegetazione pienamente dissetata effonde d’intorno il proprio grido corale di gioia e l’intera gamma cromatica dei campi, dei prati e degli alberi brilla come non mai. Anche il cielo, a sua volta ripulito dalle foschie canicolari e dallo smog, si colora d’un azzurro così puro e profondo da sembrare finto, mentre l’aria raffrescata accarezza la pelle nel modo più gradevole immaginabile e la garbata brezza che la anima sussurra all’orecchio parole di stupore e meraviglia.

È come se lo sguardo raccogliesse la visione del mondo dopo aver aumentato al massimo i parametri di brillantezza dei colori, la nitidezza delle forme e poi inviando al cervello un susseguirsi di percezioni più emozionali che sensoriali, così che a perdere lo sguardo nel panorama ci si sente cullati da una sensazione di benessere avvolgente, delicata e al contempo fremente, profonda, totalizzante e quasi commovente.

Nei giorni ancora estivi come gli attuali questo stato di purità luminosa e profonda della Natura non dura molto, solo qualche ora: spesso basta una mezza giornata di rinnovata calura a smorzare lentamente ma inesorabilmente colori, brillantezze e vividezze levando qualsiasi filtro abbellente allo sguardo. Tuttavia la fugacità di questo idillio ambientale contribuisce a rendere ancora più speciali quei momenti così luminosi, e massimamente emozionanti se si ha la fortuna di poterli vivere da dentro, camminando nello straordinario sfavillio naturale, con gli occhi e la mente che si imbevono a ogni passo, a ciascuno sguardo di tale straripante bellezza, di questa energia vitale purissima da accumulare il più possibile nell’animo, ben sapendo quanto possa diventare utile nei momenti di opacità che la vita inevitabilmente presenta, prima o poi.

Dopo i continui acquazzoni della mattina, lo scorso sabato pomeriggio è stato uno di questi momenti speciali, e qui sto cercando di raccontarvi quanto ho registrato vagando per i monti sopra casa in solitaria, incontrando solo una mezza dozzina di persone. Certi momenti così sublimi sono sfuggenti, bisogna saperli cogliere quando se ne ha l’occasione e ancor più volerli godere ovunque ve ne sia la possibilità, ma non tutti lo ritengono necessario e non perché abbiano di meglio da fare. Be’, non sanno quanta bellezza e altrettanta vita si perdono, questi!

Nutrirci di bellezza

[Il Monte Paterno e le Tre Cime di Lavaredo. Foto di Sebastian Knoll su Unsplash.]
Si discute spesso e a lungo dei numerosi problemi delle montagne, della salvaguardia dei suoi ambienti, della tutela dei paesaggi, del sostegno alle comunità, del contrasto a certi progetti assurdi eccetera, e ci si impegna di conseguenza a riflettere e elaborare soluzioni, idee, proposte, mozioni…

Poi io, a volte, mi fermo un attimo a pensare a tutto ciò e mi chiedo se il problema di fondo, il più grande, l’unico, sia che non siamo più capaci di nutrirci della bellezza delle montagne.

Molto semplicemente, altrettanto drammaticamente questo, e basta.

Lì c’è dentro tutto: la bellezza propriamente detta, la capacità di vivere in armonia con il territorio e l’ambiente naturale, la convivenza con le altre creature, la fonte primaria dell’identità e dell’alterità culturali, la coscienza di luogo, la relazione con il paesaggio e il senso dell’abitare, la manifestazione del Genius Loci, la consapevolezza del limite…

Tutto. Del quale però noi ormai sappiamo cogliere poco o nulla, privandoci dell’elemento fondamentale nell’interazione umana con le montagne. Alle quali riconosciamo solo una bellezza «da cartolina», come si diceva un tempo – «instagrammabile» si dice oggi – e ad essa non andiamo oltre. Ma questa in verità non è la “bellezza” delle montagne: è la semplice, futile, insensata proiezione dell’ego umano sulle morfologie montane.

Se invece sapessimo nutrirci di questa grande bellezza, appunto, molti di quei problemi, magari anche tutti – di sicuro la totalità dei suddetti progetti assurdi che ci tocca contrastare – e l’urgenza di dovervi elaborare delle buone risposte forse svanirebbero di colpo.

Scrivo forse, ma io ne sono convinto. Ecco.

[L’Alp Grindel, sopra Grindelwald, e l’Eiger. Foto di Frederik Mussler su Unsplash.]