«Credo che le commissioni fino adesso si siano fatte con persone che sono plurilaureate in questo, in quell’altro […] io voglio solo portare un sorriso dovunque.»
D’altro canto Lino Banfi è uno dei più divertenti attori comici italiani, dunque sta reggendo benissimo il proprio ruolo nonostante la concorrenza degli altri, che stanno facendo ben più “ridere” seppur non si presentino come comici. Già.
(Nell’immagine: uno degli argomenti CUL-turali del quale Banfi potrebbe ben farsi garante, nell’ambito della suddetta Commissione Unesco.)
Una rustica ma alquanto affascinante e altrettanto preziosaLittle Free Library, o piccola biblioteca per il libero scambio di libri (il BookCrossing, in pratica) qui chiamata “Il Girolibro”, nella contrada alpina di Champlas Janvier, posta a 1784 m di quota nel comune di Sestriere.
In fondo i libri possono fare anche questo: donare vita(lità) anche alle più piccole e solitarie borgate di montagna. Una cosa assai preziosa, appunto.
P.S.: grazie a Franco Faggiani, che l’ha scovata e me l’ha fatta “scoprire”.
Nell’ultimo paio di giorni l’esimio servizio postale nazionale mi ha fatto trovare, nella personale cassetta della posta, alcune cose che so spedite almeno un mese fa, comunque prima delle festività natalizie.
Al solito, non so se incazzarmi per quanto tempo le Poste ItaGliane abbiano impiegato a recapitarmele, o se felicitarmi del fatto che le Poste ItaGliane me le abbiano recapitate, e non le abbiano perse o consegnate ad altri.
Al cospetto di tale “eccellenza nazionale”*, parafrasando (chiedo venia per la profanazione!) il buon Ungaretti, mi vien da dire che la nostra corrispondenza sempre
sta come d’estate | sotto al Sole i gelati.
Ecco.
*: che gli dei, esistenti o meno, la maledicano in eterno!
Devo nuovamente “ringraziare” quei ladruncoli fascistoidi che a Roma, lo scorso mese di dicembre, hanno divelto e rubato le pietre d’inciampo delle famiglie ebree Consiglio e Di Castro, che ne ricordavano la deportazione e la morte per mano di fascisti e nazisti nella Roma occupata del 1944 – ne ho scritto qui. Pietre che qualche giorno fa sono state finalmente riposizionate ove vennero trafugate, in Via della Madonna dei Monti.
Li “ringrazio” perché, come già dicevo nel precedente post sul tema, grazie ad essi e al loro “impulso” ho voluto approfondire la conoscenza di alcune assai emblematiche vicende di quel periodo oscurissimo della storia italiana. Così, cercando maggiori notizie su chi furono i delatori della famiglia Consiglio, mi sono imbattuto in un’altra sconcertante vicenda: la storia di Celeste Di Porto, ragazza alta, slanciata, affascinante, bellissima – al punto da essere soprannominata “la stella di Piazza Giudìa” – ma, soprattutto, delatrice di almeno una trentina di ebrei romani poi deportati nei campi di concentramento nazisti o fucilati alle Fosse Ardeatine – sì che la fascinosa Celeste venne risoprannominata “la pantera nera”, nonostante fosse lei stessa ebrea. Il tutto per mero e bieco denaro: un ebreo maschio in età da lavoro valeva 5000 lire, una donna 3000, un bambino 1500.
Racconta la sua inquietante storia questo articolo (vi arrivate anche cliccando sull’immagine in testa al post), dal quale traggo un passaggio oltre modo significativo del personaggio – e d’una certa predisposizione di mente e di spirito che quelli come lei manifestavano a supporto delle proprie terribili azioni criminali:
Nel 1944 con la liberazione di Roma da parte delle truppe anglo-americane, Celeste Di Porto cambia nome e diventa Stella Martinelli. Si trasferisce a Napoli per non destare sospetti e ricominciare una nuova vita ma due ebrei romani che si trovano nella città partenopea la riconoscono e la fanno arrestare. Il 5 marzo 1947 inizia il processo in un clima di tensione altissima. Celeste ha sempre lo sguardo fisso, puntato sui suoi accusatori; non lo abbassa mai neanche quando dall’aula le gridano «A morte!». Il Pubblico Ministero chiede per lei 30 anni di reclusione in un tribunale incandescente. Il 9 giugno 1947, dopo otto ore di camera di consiglio, il giudice la condanna a 12 anni ritenendola colpevole di sequestro di persona e di furto dei gioielli che aveva sottratto alle sue vittime. Grazie all’indulto concesso nel febbraio 1948, il 10 marzo dello stesso anno lascia il carcere di Perugia da donna libera ed il 15 abbraccia la fede cattolica battezzandosi. Lo sdegno da parte della comunità ebraica è unanime, contro di lei comincia a circolare lo slogan «De Gasperi l’ha graziata, il papa l’ha battezzata.»
Comunque, mi permetto di osservare, ‘sto luogo comune del “Oddio-che-schifo-è-lunedì!”, con tanto di consuete frasi fatte sparse ovunque sui social, io non l’ho maicapito – ivi inclusa la giornata di oggi che sarebbe il “famigerato” blue monday, il giorno più triste dell’anno (se se, come no!). Anzi, lo “capisco” attraverso una chiave di lettura assai emblematica del “distorto” vivere contemporaneo. È lunedì, già, ieri era domenica e domani è martedì, embè? È finito il weekend, si torna a lavorare ma tra cinque giorni ce n’è un altro, dunque? E se ci volete arrivare, al prossimo weekend, dovete passare pure dal lunedì, no? Quindi? Che poi, a ben vedere, ciò che di bello si può fare nei giorni non lavorativi lo si fa e lo si gode proprio grazie a quei giorni lavorativi, lunedì incluso. So bene che possa essere ben più gradevole starsene a casa, o andarsene a zonzo, piuttosto che “subire” la consueta vita lavorativa feriale, ma forse proprio perché (non sempre, ma di frequente) non sappiamo non subire la consueta vita lavorativa feriale e lasciamo che ci soggioghi, incapaci di ricavarne almeno un qualche piccolo nobile* tornaconto morale o mentale – emolumenti a parte: fosse solo la soddisfazione di fare un lavoro utile o il piacere del metterci impegno per far sì che lo sia – percepiamo così negativamente il lunedì. E magari per lo stesso motivo il weekend, quando arriva, passa così veloce che nemmeno ce lo godiamo come potremmo.
Eppoi – scusate il generalizzato e cinico sarcasmo – quelli che si lamentano di quanto siano deprimenti i lunedì, che hanno fatto di così grandioso nel weekend? Sono andati su Marte?
Ecco.
Con tutto il rispetto del caso, sia chiaro.
*: posto che ormai non sia più il lavoro che nobilita l’uomo, come recita(va) quel vecchio adagio, semmai il contrario.