Gli UFO, Elvis, Marilyn, e “Cercasi la mia ragazza disperatamente”, su carta e ebook!

Dunque… leggete un po’ qua sotto:

1) Gli extraterrestri esistono, e sono già qui tra noi.
2) Ieri al supermercato vicino casa c’erano Elvis Presley e Marilyn Monroe che facevano la spesa insieme.
3) Cercasi la mia ragazza disperatamente è uno dei libri più belli e divertenti del XXI° secolo.

Bene. Almeno una delle affermazioni qui sopra elencate potrebbe non essere del tutto vera.
Tuttavia, se verificare ciò per le prime due non sembra una cosa molto facile e immediata, per la terza è invece del tutto semplice e rapido: basta leggersi il libro! E, diamine, non credete che una così impegnativa affermazione come la terza suddetta necessiti proprio d’una utile (e, mi auguro, pure piacevole) verifica?

Cliccate sul libro qui sopra o sugli ereader qua sotto per conoscere ogni buona e utile informazione su Cercasi la mia ragazza disperatamente (dove acquistarlo, come, articoli, recensioni, segnalazioni e quant’altro…), oppure visitate la pagina di Facebook dedicata al libro! E non dimenticate il romanzo predecessore, La mia ragazza quasi perfetta: dovrete pur leggere entrambi per prepararvi al meglio al terzo e ultimo capitolo della trilogia… prossimamente in tutte le librerie!
Dunque, buona… verifica!

Chi ben comincia è a metà dell’opera (letteraria). Il titolo di un libro, passo fondamentale verso il suo imperituro successo.

Ho discusso di recente con alcuni colleghi circa un tema che tutti sappiamo fondamentale per far che un libro possa ritenersi ben riuscito (e dunque di potenziale successo), ma che a volte risulta trascurato ovvero sopravvalutato in modo pacchiano, mentre in moltissimi casi viene “risolto” fin troppo modestamente: il titolo. Più importante anche della copertina – fondamentale, poi, per quelle edizioni che proprio non utilizzino alcuna elaborazione grafica sulla stessa – il titolo è sotto molti aspetti IL libro. E non solo perché lo identifica materialmente nella conoscenza del pubblico, ma perché in qualche modo è il suo passaporto: un passaporto, tuttavia, che non fornisce dati precisi, semmai genera una suggestione, un’emozione primaria, attiva una potenziale attrazione magnetica la cui pur minima forza può risultare incontrastabile e imperitura.
Per ciò il titolo di un libro deve essere qualcosa di accattivante, di adescante, magari pure di bizzarro, comunque che genera qualcosa di più che semplice curiosità e ordinario interesse… Non deve descrivere il libro – a ciò semmai può servire il sottotitolo – anzi, deve dire il meno possibile eppure affascinare: deve essere come l’attore che sul palco già con le proprie movenze sappia conquistare il pubblico, prima ancora di attaccare con la recitazione. Può addirittura disorientare o trarre in inganno il potenziale lettore, ma anche in questo modo può suscitargli quel desiderio di saperne di più che da subito è ottima fondamenta per la costruzione del gradimento del libro così titolato.

Riflettendo su tale questione, mi sono chiesto quali potessero essere titoli di opere letterarie ben riusciti, o che a mio giudizio possa ritenere tali. Di sicuro ce ne sono parecchi, più o meno celebri – così come ci sono capolavori della letteratura dotati di titoli assai poco interessanti – in ogni caso, tra i tanti a cui ho pensato, trovo che ad esempio molti titoli di opere di Italo Calvino siano veramente ottimi: Se una notte d’inverno un viaggiatore, Il cavaliere inesistente, Il castello dei destini incrociati… Un altro autore – contemporaneo, questa volta – i cui libri sono dotati di titoli parecchio suggestivi è Haruki Murakami: Kafka sulla spiaggia non può non essere accattivante, così come L’uccello che girava le viti del mondo incuriosirebbe chiunque. Ma, appunto, sono solo alcuni degli infiniti esempi che chiunque di voi potrebbe citare, ovviamente legati poi al proprio gusto, istinto, piacere, predisposizione, estasi e visione del mondo.

Altra domanda inevitabile che viene da porsi sulla questione, è se si possa determinare una metodologia (pur di matrice personale ma comunque dotata di tratti comuni a qualsiasi altra) da seguire per poter trovare titoli letterari affascinanti. In questo caso è stato Umberto Eco a fornirmi una interessante risposta, grazie alle celebri postille a Il nome della rosa pubblicate su Alfabeta n. 49, giugno 1983, e poi riprese nell’appendice di varie edizioni successive del romanzo.
Così scrive Eco:

Un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni. Ma uno dei principali ostacoli alla realizzazione di questo virtuoso proposito è proprio il fatto che un romanzo deve avere un titolo.

E continua:

Un titolo è purtroppo già una chiave interpretativa. Non ci si può sottrarre alle suggestioni generate da “Il rosso e il nero” o da “Guerra e pace”. I titoli più rispettosi del lettore sono quelli che si riducono al nome dell’eroe eponimo, come “David Copperfield” o “Robinson Crusoe”, ma anche il riferimento all’eponimo può costituire una indebita ingerenza da parte dell’autore. Le “Père Goriot” centra l’attenzione del lettore sulla figura del vecchio padre, mentre il romanzo è anche l’epopea di Rastignac, o di Vautrin alias Collin. Forse bisognerebbe essere onestamente disonesti come Dumas, poiché è chiaro che “I tre moschettieri” è in verità la storia del quarto. Ma sono lussi rari, e forse l’autore può consentirseli solo per sbaglio.

Interessante anche scoprire la genesi del titolo Il nome della rosa, certamente ben piazzato nella testa di tanti, anche non lettori:

Il mio romanzo aveva un altro titolo di lavoro, che era l’“Abbazia del delitto”. L’ho scartato perché fissa l’attenzione del lettore sulla sola trama poliziesca e poteva illecitamente indurre sfortunati acquirenti, in caccia di storie tutte azione, a buttarsi su un libro che li avrebbe delusi. Il mio sogno era di intitolare il libro “Adso da Melk”. Titolo molto neutro, perché Adso era pur sempre la voce narrante. Ma da noi gli editori non amano i nomi propri, persino “Fermo e Lucia” è stato riciclato in altra forma, e per il resto ci sono pochi esempi, come “Lemmonio Boreo”, “Rubé” o “Metello”… Pochissimi, rispetto alle legioni di cugine Bette, di Barry Lyndon, di Armance e di Tom Jones che popolano altre letterature.
L’idea del “Nome della rosa” mi venne quasi per caso e mi piacque perché la rosa è una figura simbolica così densa di significati da non averne quasi più nessuno: rosa mistica, e rosa ha vissuto quel che vivono le rose, la guerra delle due rose, una rosa è una rosa è una rosa è una rosa, i rosacroce, grazie delle magnifiche rose, rosa fresca aulentissima. Il lettore ne risultava giustamente depistato, non poteva scegliere una interpretazione; e anche se avesse colto le possibili letture nominaliste del verso finale ci arrivava appunto alla fine, quando già aveva fatto chissà quali altre scelte. Un titolo deve confondere le idee, non irreggimentarle.

Una chiosa, questa finale di Eco, che in poche parole riassume assai bene il senso fondamentale del tema disquisito, e che disvela gli elementi primari di quella che in fondo è una piccola/grande arte (nell’arte), minima nella forma ma sovente di natura sostanziale ed eterna.

Terry Pratchett, Neil Gaiman, “Buona Apocalisse a tutti!”

buona_apocalisse_copAll’inizio del Ventesimo Secolo l’Impero Britannico figurava come il più esteso della storia (eccetto forse solo quello dei Mongoli del XIII secolo), espandendo il proprio potere su un quarto delle terre del pianeta e un quinto della popolazione mondiale d’allora, e rappresentando di gran lunga la prima e più influente potenza mondiale, al punto che mai come per il dominio di Sua Maestà si può storicamente parlare di “imperialismo” alla massima potenza.
O forse no. Forse c’è qualcosa di britannico che, sotto certi aspetti, è divenuto ancora più egemone del citato potere politico su buona parte del pianeta… (e sì, così vi spiego anche il perché di quel mio prologo storico apparentemente bislacco, per la recensione di un romanzo): il british humor, ovvero il tipico stile umoristico letterario (e non solo) sviluppatosi in Terra d’Albione e divenuto nell’era moderna e contemporanea la principale scuola comica a livello planetario. A partire da certa pur aulica ironia shakespeariana fino ai mostri sacri degli ultimi decenni – Wodehouse, Waugh, Adams, Sharpe solo per citarne alcuni, con l’insuperabile appendice TV-filmica dei Monty Python che di letterario nei propri sketch mettevano tantissimo – mi viene da affermare con tranquillità che buona parte delle risate che nel mondo di oggi ci vengono da fare nascono proprio da quella scuola, da quel suo stile e dall’influenza veramente globale sulla comicità occidentale (ma non solo): uno stile molto più legato ad una costruzione complessa della gag comica rispetto allo stile mediterraneo, fatto di battute e freddure meno ragionate e più immediate. Uno stile più artistico, sotto molti aspetti.
Posto ciò, da appassionato cultore della letteratura umoristica di matrice anglosassone, indigena e non, e avendo letto innumerevoli romanzi riconducibili a questa “scuola” (definirlo meramente “genere” mi pare alquanto riduttivo) scritti da veri e propri mostri sacri di tale letteratura, mi rendo conto che a chi produca oggi opere analoghe si presenti l’arduo compito di affrontare inevitabilmente la storia e il confronto con essa, nonché la responsabilità da tutto ciò derivante – un po’ come il calciatore che si ritrovi a giocare con lo stesso numero, lo stesso ruolo e le stesse circostanze di Maradona, o di altri campioni assoluti del genere. Adocchiando dunque in libreria un romanzo sulla cui copertina campeggiano i nomi di Terry Pratchett e Neil Gaiman, due tra i più noti e celebrati scrittori britannici contemporanei, impegnati in un romanzo la cui presentazione interna cita Douglas Adams e i Monty Python quali riferimenti diretti per la storia narrata in esso, non potevo non supporre una lettura che non fosse meramente tale ma, appunto, assolutamente mirata a cercare una buona risposta alla domanda già poco fa indirettamente espressa: ma di eredi dei grandi autori umoristici britannici ce ne sono ancora, in circolazione? Ovvero: la letteratura umoristica anglosassone è ancora egemone, oggi, sulle altre di simile specie?
Il romanzo in oggetto è Buona Apocalisse a tutti! (Arnoldo Mondadori Editore, 2007, collana “Strade Blu”, traduzione di Luca Fusari; orig. Good Omens, 1990), la cui trama tento di riassumere in poche righe: le sfere divine decidono che per la Terra è giunta l’ora dell’Armageddon, mettendone in moto il processo irreversibile…

Leggete la recensione completa di Buona Apocalisse a tutti! cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

L’Inferno è vuoto, e tutti i diavoli sono qui (Terry Pratchett & Neil Gaiman dixit #1)

Crowley aveva sempre saputo che, nel momento in cui il mondo fosse finito, lui ci sarebbe stato, visto che erra immortale e non aveva alternative. Ma sperava che quel momento giungesse il più tardi possibile.
Perché, in fondo, gli uomini gli piacevano. Difetto non da poco, essendo un diavolo.
Certo, aveva sempre fatto del suo meglio per rovinare le loro vite, dal momento che era il suo lavoro, ma nessuna delle sue diavolerie aveva mai retto il confronto con quelle escogitate dagli uomini stessi. Sembrava un loro talento naturale. Forse era una specie di difetto di costruzione. Nascevano in un mondo ostile, e spendevano tutte le energie a loro disposizione per renderlo ancora peggiore. Col passare degli anni, Crowley si era trovato sempre più in difficoltà a inventare atti diabolici che spiccassero nel desolante panorama di una cattiveria generalizzata. Più di una volta nell’ultimo millennio gli era venuta voglia di inviare Laggiù un messaggio, dicendo: “Sentite un po’, forse è il caso che lasciamo perdere, chiudete pure Dite, Pandemonium e tutto il resto, e trasferiamoci addirittura quassù, tanto qui ormai mettono in pratica tutto ciò che vorremmo architettare noi, e sono persino in grado di compiere gesta a cui noi non avremmo nemmeno pensato, anche con l’aiuto di elettrodi. Hanno tutto ciò che manca a noi. Hanno l’immaginazione. E l’elettricità, ovviamente”. Uno di loro l’aveva anche scritto, no? “L’Inferno è vuoto, e tutti i diavoli sono qui”.

(Terry Pratchett, Neil Gaiman, Buona Apocalisse a tutti!, pag.43, Arnoldo Mondadori Editore 2007, collana “Strade Blu”, traduzione di Luca Fusari; orig. Good Omens, 1990.)

Eh già… Lo sostengo da sempre che Satana dovrebbe chiederci i danni, morali e materiali!
E comunque a breve, qui nel blog, la recensione del libro suddetto…

REMINDER! “Lucerna, il cuore della Svizzera”, Historica Edizioni, collana “Cahier di Viaggio”. In tutte le librerie e sul web.

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E costa solo 5 Euro, eh!
Cliccate sulle immagini per saperne di più…