Un regalo

portadalibrosL’altro giorno discutevo con alcune simpatiche persone di cosa ciascuno desiderasse ricevere come dono natalizio, e dopo che in molti hanno risposto citando cose bellissime e prestigiose, sovente non poco costose e comunque indiscutibilmente desiderabili, io ho risposto: “un libro!”
Allora qualcuno mi ha ribattuto: “Come?! Un libro?” e io ho confermato “Sì, un libro. Anche solo uno.”
Così quelle persone si sono messe a ridere e io pure, per vicendevole affabilità.
Credo pensino tutt’ora che fosse una divertente battuta, la mia.

Una nuova meravigliosa avventura culturale: apre a Roma la “Libreria Cultora”!

LIbreria_Cultora-logoCose apparentemente insensate ovvero pazze o temerarie (o qualcosa di simile) da fare: attraversare il Pacifico su un materassino da spiaggia, salire sull’Everest con le infradito ai piedi, cucinare una bistecca al sangue in una zona infestata da coccodrilli… oh, beh, certamente: se si è in Italia, aprire di questi tempi una libreria!
Ma se la temerarietà non è frutto di mera dissennatezza o dabbenaggine, ed è invece il frutto finale di una studiata, meditata e strutturata strategia culturale, ancor prima che commerciale, ecco che l’apertura di un nuovo luogo in cui si vendono libri e si parla in mille diversi modi di letteratura e cultura diventa un qualcosa comunque di “eroico”, forse, ma ancor più e senza dubbio indispensabile, fondamentale, preziosissimo. Un’avventura della quale far parte, in qualsiasi modo possibile – in primis come fruitori di essa – diventa a sua volta un atto di profonda e possente cultura, di cui vantarsi a più non posso con chiunque: d’altro canto, in un paese nei cui ordinari conformismi non pare esserci posto per le cose culturali, praticare la cultura è qualcosa di esclusivo, a dir poco. A meno che non si voglia far parte della massa di pecoroni imbarbariti che non leggono e non praticano la cultura – questo, sì, qualcosa di totalmente insensato e idiota.

LIbreria_Cultora0Una tale “avventura” libraria avrà inizio il 12 dicembre, a Roma: la Libreria Cultora, primo bookshop in Italia diretta espressione dell’omonimo (e sempre più seguito, ergo influente) sito letterario, che nasce dall’idea di voler rappresentare un modello in un paese dove chiude una libreria al mese. Concepire un locale fisico come il mero strumento per la vendita di libri è, infatti, non solo qualcosa di superato, ma anche di estremamente riduttivo. Il senso più profondo di questa esperienza è invece quello di riscoprire il ruolo e la professione del libraio, in un mercato editoriale sempre più congestionato dove i lettori si trovano spesso spaesati. Non solo ascoltare le esigenze dei lettori, non solo consigliargli l’acquisto, ma selezionarne anche l’offerta, in base a criteri che privilegiano la piccola e media editoria di qualità. La libreria nasce sperimentando un nuovo modello distributivo: rapporto diretto con gli editori e attenta selezione dei libri da proporre ai lettori lavorando esclusivamente con gli editori indipendenti.
Sabato 12 dicembre alle 18, dunque, in via Ferdinando Ughelli 39 a Roma (quartiere Appio Latino), l’editore Francesco Giubilei e il direttore editoriale di Cultora, Daniele Dell’Orco, in occasione dell’inaugurazione della libreria proveranno proprio a spiegare quali sono queste linee guida in un breve e programmatico dibattito sul tema: “Perché aprire una libreria in Italia nel 2016?”
Sia lode e gloria imperitura, dunque, a Libreria Cultora, all’omonimo sito e a tutte le persone che hanno deciso di mettere in atto questa meravigliosa follia – ma assolutamente meditata e strategicamente realizzata, appunto!
Cliccate sulle immagini per saperne di più, e… siate temerari anche voi: acquistate e leggete libri a più non posso!

“Industria editoriale” è un ossimoro – pure doppio, forse. Lo capì Erich Linder già più di 30 anni fa…

sette-1-579x350Erich Linder è uno di quei personaggi sostanzialmente poco noti, se non sconosciuti, al grande pubblico, e forse solo un poco di più presso gli addetti ai lavori del comparto editoriale e letterario. Eppure, sotto molti aspetti, se tale comparto oggi è strutturato in un certo modo, in senso generale e al di là di buoni o cattivi funzionamenti, lo si deve proprio a Linder, inventore in Italia, per così dire, della figura dell’agente letterario – invece già nota e ben presente all’estero.
D’altro canto fu figura di così alto valore, Linder, da aver capito benissimo già decenni or sono quali fossero le storture potenziali dell’industria editoriale. Ne parla Paolo Interdonato in un bell’articolo pubblicato da Fumettologica, che prima di virare e contestualizzare la questione verso la produzione editoriale periodica (di riviste di fumetti in particolare, visto il sito) la analizza prendendo spunto da alcune considerazioni di Linder, appunto, che trovo parecchio interessanti:

virgoletteIndustria editoriale è un ossimoro. Come amava dire Erich Linder, l’editoria è l’anti-industria per eccellenza. Spiegava questa sua affermazione apodittica, maturata nel corso della lunga carriera che lo aveva portato a definire il mestiere di agente letterario in Italia, mostrando alcune verità che sono sotto gli occhi di tutti. Innanzi tutto un’impresa, di qualsiasi tipo essa sia, ha l’obiettivo di vendere il minor numero di prodotti possibili nella maggiore quantità di esemplari possibili, realizzando così la marginalità più alta e, di conseguenza, il massimo guadagno. A questo modello industriale sano, si contrappone l’editoria che, invece, sembra muoversi in direzione opposta: produce la più alta quantità di titoli, con una cura artigianale certosina, da vendere in un numero di copie minimo. In secondo luogo le industrie attivano la produzione di un nuovo prodotto solo quando sono ragionevolmente sicure di aver trovato i suoi acquirenti. In editoria, al contrario, si agisce senza indagini di mercato e senza sapere quale sia il pubblico di un libro.
Di fronte a queste evidenze, Linder diceva:

«L’industria editoriale è perciò l’unica, o quasi l’unica, nella quale in pratica non esiste il rapporto fra il produttore (l’editore) e il consumatore (il lettore). Da qui nascono le complicazioni che rendono la distribuzione del libro una delle operazioni più imperfette che il mondo industriale conosca.»

Fate conto che Linder morì nel 1983, dunque queste considerazioni hanno più di 30 anni. Eppure tutt’oggi risultano estremamente interessanti, come ribadisco, anche per come in effetti palesino che lo stato di fatto attuale sia mutato ma verso un sostanzialmente peggioramento, non certo il contrario. Oggi non solo molti editori cercano di conseguire il massimo guadagno possibile pubblicando la più alta quantità di titoli – i quali poi sovente si trasformano in resi e in  materiale da mandare al macero in un periodo brevissimo, stante la forsennata rotazione odierna di titoli sul mercato – ma pur avendo introdotto indagini di mercato a spron battuto, grazie anche all’utilizzo degli strumenti messi a disposizione dal web, continua a buttar fuori titoli su titoli senza una reale logica commerciale, ma quasi come se non potesse fare altrimenti per non tradire la propria funzione industriale – che in verità comporterebbe strategie commerciali sostanzialmente opposte (una questione peraltro, quella della iper-produzione editoriale di molti editori, che dovrò prima o poi indagare e approfondire meglio dacché più articolata di quanto sembri).
In questo modo l’industria editoriale contemporanea offre una definizione di sé che è un doppio ossimoro, in buona sostanza. Il rapporto tra editore e lettore è sempre più sfilacciato: ciò perché troppo spesso il libro – o quella cosa presunta tale – si trasforma in un bene di consumo, perdendo qualsiasi caratteristica di oggetto culturale e dunque contemplando un rapporto meramente consumistico di vendita/acquisto, nonostante, ribadisco, oggi di indagini di mercato ne vengano prodotte a raffica. Tuttavia, nella bulimia editoriale imposta al mercato, svapora pure il più diretto rapporto tra editore e mercato stesso, il quale non viene più alimentato da titoli che lo mantengano “sano” e vitale ma viene soffocato da una valanga di libri la maggior parte dei quali inutili, o quasi. E se un’industria che produca un certo bene per un certo mercato finisce per soffocare quel mercato per incapacità di gestirlo e mantenerlo fruttuoso, beh, quell’ossimoro – semplice o doppio che sia – diventa una vera e propria antitesi.

Gian Paolo Serino

SerinoQuesto qui sopra è Gian Paolo Serino, critico letterario.
Posto che a me non piacciono (anzi, vi rifuggo proprio) espressioni assolutiste come “il più… di“, “il migliore” e così via, dirò che se mi dovessero chiedere chi sia, a mio parere, che di letteratura in Italia – intesa come libri/lettura e intesa come mondo, ambito particolare – ne capisca parecchio, ecco, mi verrebbe in mente lui.
Perché uno che dichiara pubblicamente cose come

In Italia di scrittori ce ne sono pochi, ci sono molti narratori.

o come

Bisogna tornare a dare un peso alle parole. Uno scrittore, prima di pubblicare, dovrebbe pensare che si sta trovando davanti a un patibolo e non esisterà un’altra volta. Un’altra volta è per i narratori, non per gli scrittori. Gli scrittori dovrebbero scrivere libri come se dovessero essere decapitati il giorno dopo.

è uno che ha capito moltissimo, di libri e letteratura, anzi, quasi tutto (e metto “quasi” in ottemperanza di quanto sopra detto).
Se volete sapere meglio chi sia (ovvio, se già non lo conoscete), qui c’è la sua pagina facebook (dalla quale traggo la foto lì sopra), e qui una illuminante intervista dal sito della Write and Roll Society (pure della quale vi parlerò, a breve.)