The Square

Ho visto The Square di Ruben Östlund, del  2017.

È una pellicola che ha ottenuto un notevole successo di critica e di pubblico (meno in Italia) facendo incetta di premi, innanzi tutto della Palma d’Oro al Festival di Cannes, dunque su di essa troverete molto da leggere, sul web.

Per quanto mi riguarda, in merito a certe cose che potrete leggere in rete, appunto, dissento parecchio con chi ritenga il film di Östlund incentrato su di una critica al mondo dell’arte contemporanea, ambito (secondo quelli) preso ad esempio e utilizzato per una più ampia critica alla società contemporanea. Al contrario, dal mio punto di vista, The Square mette in evidenza come l’arte contemporanea sia ancora – come sempre – uno strumento fenomenale per scardinare certi convenzionalismi sociali contemporanei portandone in superficie la reale essenza e natura: trovo infatti che il film offra una potente e alquanto disturbante riflessione sui rapporti interpersonali che coltiviamo nella società di oggi ovvero sul concetto di socialità. Apparentemente tutti i protagonisti della pellicola vivono una vita sociale “normale” e gratificante, salvo le ordinarie criticità quotidiane, ma in verità sono impegnati (e imprigionati) in un costante “tutti-contro-tutti” tenuto latente dai suddetti convenzionalismi sociali che tuttavia al minimo ostacolo, imprevisto, eventualità inattesa, scoppiano come bubboni senza che si sappia come contrastarne i relativi danni – che sono individuali tanto quanto collettivi, visto che, appunto, viviamo tutti in una rete relazionale sociale.

Mi pare che Östlund voglia evidenziarci come il vivere contemporaneo non si regga affatto sull’armonia sociale che tutti crediamo (per comodità) di manifestare e agevolare, ma su una somma di singoli egoismi, di varia natura, che ci rinchiudono dentro armature con le quali pensiamo di difenderci ma che al contempo ci impediscono di relazionarci veramente con il prossimo. Tale situazione generale certamente “disturbante”, in quanto deviata/deviante e inquietante, viene resa con uno stile filmico-narrativo assolutamente scandinavo nel cui plot si intrecciano diverse vicende, situazioni al limite del surreale e, come detto, disturbanti, scomode, forse pure irritanti (ad esempio l’incapacità del protagonista di reagire al corso delle cose che lo coinvolgono suo malgrado, delle quali fatica a capire l’impatto sulla propria vita e, ancor più, su quella degli altri) ma assolutamente realistiche, nella sostanza. In tal senso la scelta del regista svedese di ambientare The Square nel mondo dell’arte contemporanea è azzeccato dacché, ribadisco, ne utilizza le tipiche peculiarità di rottura delle convenzioni e di visione alternativa per esaltare i problemi relazionali dei protagonisti del film (e di tutta la società di cui fanno parte) fornendo pure una buona soluzione ad esse, l’unica che il film sembra proporre – proprio l’opera d’arte “The Square”, appunto – il cui salvifico messaggio però nessuno sa recepire e comprendere.

Bellissimo film, intenso (quanto lo può essere un’opera scandinava ma lo è, ve l’assicuro), potente, originale, fuori dagli schemi e conturbante che, se ne sapete intercettare l’anima artistica, vi disturberà in modi assolutamente affascinanti.

Lost In Translation

Ho visto Lost In Translation di Sofia Coppola, del 2003.

È una pellicola sulla quale potete trovare e leggere molto, sul web, visto il notevole interesse che ha suscitato, dunque non sto a ripetere cose che, appunto, potrete quasi certamente riscontrare altrove.
Detto ciò, per quanto mi riguarda, Lost In Translation non è affatto una “commedia d’amore”, come peraltro viene presentata, così come non è – almeno non compiutamente – un omaggio alla città di Tokyo, anche se è la stessa regista a sostenerlo in forza del legame personale con la megalopoli nipponica. Trovo invece che sia un’ottima e coinvolgente narrazione cinematografica sul concetto di “straniamento”: è la storia di due stranieri in una città per loro stran(ier)a e straniante, entrambi in una condizione di straniamento rispetto al loro vissuto quotidiano – lui da una carriera da attore in declino, lei da un matrimonio all’apparenza molto poco appagante – che vivono una “sorta” di flirt per estraniarsi dalla situazione nella quale si trovano accomunati e in generale dalla loro (troppo) ordinaria quotidianità immergendosi – volenti o nolenti – nella strana ovvero assai diversa (per noi occidentali) quotidianità nipponica e vivendo diverse circostanze rispetto le quali sono del tutto estraniati ma, di contro, che ricercano proprio per straniarsi da ogni cosa. Il tutto, poi, attraverso un altrettanto strana storia d’amore/non amore, cioè il sentimento forse più estraniante che un essere umano può ritrovarsi a vivere.

Ecco, da questo punto di vista Lost In Translation trovo che sia un’opera tanto originale quanto ben riuscita, coi valori aggiunti di un Bill Murray assolutamente perfetto nella parte, di una brava ancorché giovane (allora) Scarlett Johansson, e di un girato in sequenza che rende la pellicola per certi versi simile a una docu-fiction e che, supportata da un’ottima fotografia e una bella colonna sonora, risulta senza dubbio coinvolgente. Un film certamente consigliabile, insomma, ben equilibrato, raffinato, peculiare e per questo in grado di farsi apprezzare da chi cerchi qualcosa di inaspettato e diverso dal solito. A parte l’evitabilissimo (secondo me) titolo italiano – ma ormai si sa che un problema comune e cronico, questo.

Snatch – Lo strappo

Ho rivisto Snatch – Lo Strappo, di Guy Ritchie.
Rivisto, già, perché dopo aver visto l’ultima pellicola dell’ex Mister Madonna, The Gentlemen, mi è tornata la voglia di rivedere quel film visto in sala all’epoca dell’uscita, ormai venti e più anni fa, del quale serbavo un piacevolissimo ricordo.

Be’, anche dopo due decenni riconfermo quel piacere di visione: in Snatch – versione all’ennesima potenza del già divertente predecessore Lock & Stock – Pazzi Scatenatitutto o quasi gira alla perfezione, il ritmo è sovente tiratissimo, il plot narrativo si dipana senza alcun intoppo e le varie sotto-storie (una peculiarità del regista inglese, quella di girare film con sceneggiature che si svolgono su più piani, continuamente intrecciati e sovrapposti) vi si incastrano benissimo, gli attori sono azzeccati, i personaggi ben delineati, le scenografie perfette (seppur inevitabili: sempre di Londra e circondario si tratta, con Ritchie), la colonna sonora di gran pregio, la commistione tra dramma e humor ben riuscita, con alcune scene notevoli e gag esilaranti che schizzano fuori all’improvviso da situazioni all’apparenza noir e violente. Insomma, a mio modo di vedere è quello che si dice un cult movie che dopo vent’anni non ha perso un grammo del suo fascino, ma che temo rappresenti bene il film che ogni regista vorrebbe girare e che al contempo si augura di non girare del tutto. Sì, nel senso che con Snatch Guy Ritchie ha certamente firmato il suo personale “capolavoro” il quale, di contro, è inesorabilmente diventato metro di paragone per tutte le opere successive, che infatti non ne hanno uguagliato, e di tanto, ne i successi di pubblico ne tanto meno quelli di critica (salvo rari casi). Fino almeno al recente The Gentlemen, con il quale Ritchie ha pensato bene di tornare alla formula della commedia d’azione così ben rappresentata con Snatch, ottenendo risultati interessanti e gradevoli ma, di nuovo, senza ripetere il colpo grosso di allora.

Vedetevelo, Snatch: vi divertirà sicuramente, io credo, o magari vi irriterà, che tuttavia per un film del genere è comunque un “bel” risultato, per certi versi ricercato, in fondo.

P.S.: cliccate anche sulla locandina del film, lì sopra, per saperne di più al riguardo. Invece non cliccateci sopra se non volete uno spoiler!

The Brits Are Coming

Ho visto The Brits Are Coming.
Be’, la visione di certi film offre sempre qualcosa di istruttivo, già. Ad esempio, la pellicola in questione dimostra bene come puoi chiamarti Uma Thurman o Tim Roth, essere una/un grande atttrice/attore dalla carriera prestigiosa, pluripremiata/o, osannata/o dalla critica, protagonista di celebri film e quant’altro ma poi non essere altrettanto brava/o nella finanza domestica al punto da contrarre qualche mutuo dalle rate rivelatesi poi troppo alte da sostenere, e per questo essere costretto a far cassa e accettare copioni risibili e parti tanto insulse come quelle che la visione The Brits Are Coming rende evidenti.
Dacché non so per quale altro motivo plausibilmente valido abbiano potuto accettare, due attori di sì chiara fama, di comparire nel film in questione. Ecco.

Fine recensione. Alla prossima!

Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

Ho visto Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve.
Be’, l’ho trovato un film deliziosamente nordico, nel bene – in gran parte, per me – e nel “male” – per molti altri che l’avranno visto o che lo vedranno, credo. Nel senso che chiunque ami la letteratura scandinava, quella così ben diffusa da Iperborea, in Italia (e non solo da lei, certo, ma da lei nel modo più significativo, a mio parere), con tutte le sue peculiarità pressoché uniche nel panorama letterario mondiale, troverà che questo film ne rappresenta una consona versione in immagini, dello stile narrativo nordico (d’altro canto è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di gran successo, in Svezia). Storia in bilico tra realismo e improbabilità, spesso surreale ma pure introspettiva, dotata di humor ferocissimo che tuttavia scaturisce in modi del tutto naturali e spontanei proprio come accade nella letteratura scandinava, dove il tragico e il comico vengono espressi con lo stesso registro, senza una parola di più di quanto serva – ovvero senza una sequenza in più, visto che qui si tratta d’un film – e senza il sovraccarico di pathos tipico di noi sudeuropei. In aggiunta a ciò si percepisce il tentativo di mettere, intorno alla storia narrata, una sorta di morale quasi filosofica – di “filosofia” quotidiana e pratica, intendo dire – che si potrebbe riassumere, credo, con «vivi la vita istante per istante e cerca di cogliere sempre le migliori occasioni possibili», a 10 anni come a 100; un tentativo forse non così ben riuscito, anche per quel costante mood surreale che scaturisce dalla pellicola.

Qualcuno, leggo, lo trova un film poco dinamico, ovvero che alterna in modi un po’ disordinati dinamismo e fasi di stanca: lo capisco ma non lo condivido se, appunto, considero il film dal punto di vista del tipico stile narrativo scandinavo. Paradossalmente nella narrazione letteraria è più facile gestire le fasi di quiete di una storia: la parola scritta impone un ritmo comunque più pacato che invece la narrazione per immagini non può permettersi troppo: ma ho visto film molto più blasonati che mi sono sembrati ben più lenti de Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve e comunque qui, lo ribadisco ancora, siamo ben affini al suddetto nordic style. Eppoi, che diamine, il protagonista è un vecchietto di 100 anni! Va bene che il film si diverte (e fa divertire) a mostrarsi surreale e poco credibile, ma se corresse troppo risulterebbe quasi ridicolo, ecco.

Insomma: a me è piaciuto. Sarò tra i pochi a pensarla così e forse sarò di parte, ma tant’è.

Come sempre, cliccate sull’immagine della locandina per saperne di più e guardatevi il trailer, qui sotto.