Un misterioso edificio “metafisico” in mezzo alle Alpi svizzere

[Il centro di Silvaplana, in alta Engadina, con alle spalle la valle – detta localmente Vallun – che sale verso lo Julierpass. Foto di Pimlico27, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
L’Architettura è un’arte, lo rimarco spesso. In montagna, se possibile, lo è ancora di più: anche solo per come l’inserimento di un manufatto architettonico in un contesto estremamente delicato, tanto ambientalmente quanto esteticamente, come quello montano sia qualcosa che richieda così tanta abilità da risultare molto affine all’arte. Realtà peraltro ben dimostrata anche dall’aspetto opposto, da certi scempi che progettisti ben poco abili hanno imposto e perpetrato a molti paesaggi montani.

Si tratta di aver a che fare fisicamente – nel senso più materiale ma pure più filosofico del termine – con la peculiare geografia fisica delle montagne, che è “fisica” nel modo più assoluto e si fa paesaggio come in nessun altro contesto e come alcun altro elemento, anche antropico, può fare. Non è cosa da tutti, insomma. Ma quando quell’abilità architettonica che rimanda all’arte si manifesta appieno, allora può nascere qualcosa che non è semplicemente fisico ma diventa addirittura metafisico. C’è un edificio, in mezzo alle Alpi svizzere a 2000 metri di quota, che questa cosa secondo me la dimostra perfettamente.

Ogni volta che transitavo (e l’ho fatto decine e decine di volte) lungo la strada dello Julierpass, che collega l’alta Engadina alla Val Surses e al nord della Svizzera, per praticare scialpinismo o escursionismo su una delle numerose vette della zona, mi sono sempre chiesto cosa diavolo fosse quello strano edificio che fuoriesce dalla montagna, salendo da Silvaplana sulla destra: un monolite squadrato, massiccio, totalmente ricoperto di pietra, con l’ingresso carrabile in una trincea erbosa e con solo un paio di finestrature in vetrocemento. L’apparenza è quella di un muraglione paramassi ma piazzato sulla montagna a casaccio, oppure di una diga rimasta incompiuta; il traliccio dell’alta tensione sul tetto segnala la presenza di energia ma null’altro fa pensare a una centrale elettrica, ad esempio. Inoltre il rivestimento in pietra gli conferisce un che di antico, che tuttavia contrasta con la forma monolitica indubbiamente contemporanea, che fuoriesce dal versante montano suggerendo l’esistenza di una parte nascosta dentro la montagna.

Comunque è una presenza architettonica così strana e misteriosa da sembrare metafisica, appunto.

Dunque, che diavolo è? Una base militare dell’esercito svizzero con aree segrete celate sottoterra? Un centro di ricerca scientifico con laboratori ipogei? O forse è un inespugnabile forziere nel quale sono custoditi i tesori dei milionari che hanno casa nella vicina Sankt Moritz? C’è tuttavia un dettaglio esteriore che rende l’edifico ancora più metafisico e misterioso: il grande portale d’ingresso, una enorme lastra di ottone grezzo che all’ombra si opacizza e invece se illuminata dal Sole diventa scintillante. Be’, in tal senso potrebbe quasi essere un posto da Agente 007, d’altro canto anche James Bond è da sempre di casa in Svizzera (e in alta Engadina vennero girate le scene sciistiche di Agente 007 – La spia che mi amava, film della saga bondiana del 1977).

Successivamente, quando ho cominciato a occuparmi in maniera sistematica di paesaggi montani, e dunque pure di architettura alpina, ho potuto rapidamente svelare l’“arcano” dello strano edificio sulla strada dello Julierpass. Infatti mi è bastato conoscere Hans-Jörg Ruch, uno dei più rinomati architetti alpini, il quale nel 1996 ha progettato l’Unterwerk Albanatscha, una sottostazione elettrica nella quale l’energia trasportata dalla linea ad alta tensione che collega la Val Poschiavo con l’Oberhalbstein (il toponimo tedesco della val Surses) attraverso i passi del Bernina e dello Julier viene trasformata in bassa tensione e immessa nella rete di distribuzione che serve l’alta Engadina. Ecco svelato il mistero!

L’edificio della Unterwerk Albanatscha è veramente molto grande, ben 16.000 metri cubi di volume complessivo, dunque quella che fuoriesce dal corpo della montagna è solo una piccola parte del complesso. Per diminuire il più possibile l’impatto sul luogo, Hans-Jörg Ruch ha messo in atto due originali soluzioni: interrare la gran parte dell’edificio e, per la parte esterna, destrutturarne le forme confondendole nel luogo, così da non far capire all’osservatore cosa abbia di fronte e quindi confondendo anche la sua percezione. La natura metafisica dell’edificio nasce soprattutto da questa “confusione” indotta.

[Hans-Jörg Ruch. Foto tratta da www.fondazionecourmayeur.it.]
Come si legge nel sito di Ruch & Partner Architekten, lo studio di Hans-Jörg Ruch (che ha sede proprio a Sankt Moritz), «Il concetto architettonico si basa sul tema del flusso e della potenza dell’energia. L’edificio raffigura l’energia che scorre nel terreno e lo “eleva”. La costruzione esclude il paragone con qualsiasi edificio normale, sembra più un rinforzo del terreno grazie alla pietra di cava proveniente dallo scavo e, in alcuni casi, alla roccia da esplosione, che riveste le parti dell’edificio fuori terra. Le pareti laterali si allungano fino a fondersi con il paesaggio. L’enorme sala de trasformatori della centrale elettrica, che funge da centro operativo dell’impianto, è direttamente accessibile dalla Julierstrasse attraverso l’enorme cancello monolitico in ottone grezzo.»

Le montagne, ciclopici ammassi di roccia che si elevano al cielo, sono quanto di più “fisico” vi sia sulla Terra, come ho già rimarcato. Ma sono anche luoghi di bellezza così assoluta che la loro geografia fisica a volte sembra rivelare una dimensione estetica metafisica, qualcosa che va «oltre gli elementi contingenti dell’esperienza sensibile» e mira al senso assoluto di ciò che si contempla. Intervenire umanamente (l’uomo è nell’ordinario creatura terrena, materiale e mortale per eccellenza, la cui reale quotidianità è ben distante da qualsivoglia metafisica) in un contesto così speciale, capite bene che è cosa assai difficile ma d’altro canto estremamente affascinante: proprio perché permette di generare ulteriore fascino tangibile che diventa trait d’union tra il luogo fisico e il paesaggio metafisico.

È quello che, a mio parere, riesce a fare l’Unterwerk di Hans-Jörg Ruch lungo la strada dello Julier Pass, sui fianchi erbosi del Piz Albana che in quella zona prendono il nome di Albanatscha. Sicuramente una delle opere architettoniche, e umane in genere, più metafisiche delle Alpi. Fateci caso, se passerete da lì.

N.B.: tutte le foto qui presenti, ove non diversamente indicato, sono tratte dal sito web di Ruch & Partner Architekten.

Il “teatro di guerra” dell’Ucraina

Sbaglierò (come sbaglierebbero in tanti, d’altronde), ma credo che non vi sarà alcuna guerra in Ucraina tra Russia e Occidente, perché è un conflitto che, nonostante le dichiarazioni bellicose di entrambe le parti, non conviene a nessuno. Quelli in corso sono soltanto dei “capricci”, con l’aggiunta di un po’ di bullaggine – soprattutto da parte russa – tra “leader” fautori di una geopolitica superficialmente infantile la cui base concreta è invece fatta da ben altro, in primis da equilibri economici che nessuno mai, oggi, si sognerebbe di infrangere con una guerra. Anzi: credo che il livello di tensione raggiunto negli ultimi giorni sia proprio la dimostrazione che nessuna delle parti pensi seriamente alla guerra, e ciò permette ad esse di spingere molto sulla messinscena bellicosa che tuttavia tale resta, senza andare oltre il palcoscenico delimitato da quegli equilibri citati, appunto.


Una guerra non conviene in primis proprio a chi sembra che la voglia più di altri, ovvero alla Russia e a Putin, nonostante la sua ossessione per l’Ucraina e per la rinascita dell’imperialismo geopolitico russo. La Russia resta cronicamente un colosso dai piedi d’argilla capitanata da un leader molto meno forte di quanto appaia (e venga creduto da molti suoi “fan” occidentali), e entrambi hanno bisogno di un’Europa il più possibile collaborativa ben più di quanto la Russia abbia bisogno della Cina, potenza assolutisticamente egocentrica anche nei rapporti con i suoi “alleati” più importanti e per questo del tutto inaffidabile in un ottica di coalizione nel senso più pieno del termine. D’altro canto non conviene nemmeno all’Occidente uno scontro bellico con la Russia, per giunta sul suolo europeo, e infatti ancor meno converrebbe all’Unione Europea, che a sua volta ha bisogno della Russia e delle sue forniture energetiche (ma pure d’una certa spalla geopolitica per molte delle attività comunitarie). Inoltre una guerra in Ucraina per conquistare il paese dall’una o dall’altra parte non sarebbe logica nemmeno dal punto di vista delle strategie geopolitiche, storicizzate su modus operandi che valgono da secoli e oggi parimenti: basta dare un occhio alla mappa politica del continente europeo per comprendere come l’Ucraina sia in una posizione perfetta per fare da cuscinetto tra i due blocchi, una condizione ideale per entrambi al fine di avere un territorio che separi i due confini evitando così attriti che in futuro, ma con ben altre condizioni, potrebbero sì generare problematiche belliche.

[Fonte dell’immagine: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Stati_europei.png. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Anche il territorio della Bielorussia ha la stessa funzione di cuscinetto – e infatti la sua vicinanza politica con Mosca è molto meno solida di quanto appaia (solo un paio d’anni fa il potere di Minks era più filoeuropeo che filorusso – mentre le piccole repubbliche baltiche, pur poste in una similare posizione geografica e nonostante siano entrate da tempo nella NATO, risultano meno importanti e necessarie al riguardo, avendo peraltro anche l’affaccio sul Mar Baltico che ne riduce l’importanza strategica. A tal proposito, non è un caso che la Finlandia, paese senza dubbio legato all’Occidente e da sempre piuttosto ostile (soprattutto culturalmente e ciò per motivazioni storiche) nei confronti della Russia, non sia nella NATO stessa, a suo modo “accettando” di rappresentare un ulteriore territorio-cuscinetto tra le due parti.

[I paesi NATO con le date di adesione all’alleanza. Immagine di Patrickneil, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4794601.]
E come non pensare poi che Putin, personaggio debole ma ambiguo e circondato da consiglieri certamente ben più scaltri, non stia pungolando l’Occidente e soprattutto gli USA proprio minacciando quell’Ucraina con la quale la famiglia Biden ha intessuto rapporti d’affari e che ha già dato qualche grattacapo – d’immagine, più che altro, ma certamente fastidiosi – al suo entourage? D’altro canto la dimostrazione di forza russa serve anche a Putin per sviare l’attenzione della stampa dai numerosi problemi interni e da un malcontento diffuso che deriva dalla carenza cronica di consenso di cui soffre da tempo – palesata anche dai precari risultati della gestione dell’emergenza Covid nel paese, secondo molti una conseguenza, tra altre cose, dalla scarsa fiducia nel potere da parte di tanti russi.

Infine: quando mai s’è vista un’invasione militare di un paese straniero, ovvero un’azione che basa molto della sua riuscita sulla sorpresa e sulla rapidità d’intervento, che da settimane viene preparata sotto gli occhi del mondo intero? Sembra il classico caso dell’aspirante suicida che in verità non si vuole affatto ammazzare e dal cornicione del palazzo sul quale è salito si mette a urlare per ore «Mi butto! Ehi, avete capito? Mi sto buttando! Ora lo faccio! Ehi, laggiù, mi avete capito? Conto fino a tre… no, magari a dieci, ehm…» finché qualcuno gli dà l’attenzione che desidera e lo fa scendere soddisfatto. Ciò che è accaduto nel Donbass è stata solo una “scaramuccia” regionale, che ha cagionato molti danni in loco ma praticamente nessun effetto altrove e, risaputamente, per “conquistare” un paese oggi esistono pure altri metodi, che non contemplano l’uso di armi da fuoco ma d’altro tipo, mediatico e d’intelligence ad esempio, che sovente risultano assai più efficaci, molto meno palesi (dunque più difficili da controbattere) e senza dubbio meno dispendiose.

Insomma: si alzano le voci, si lanciano proclami “duri”, si mostrano i muscoli ma ciascuno, ribadisco, stando fermo sui propri palcoscenici ben illuminati dai media, mentre al di fuori dei riflettori la giostra continua come prima, senza sostanziali cambiamenti. La geopolitica contemporanea è questo, in effetti, soprattutto in quelle parti del mondo ove siano attivi e sostanzialmente consolidati equilibri e assetti economico-strategici la cui rottura creerebbe macerie ben più terribili di quelle generate da bombe e proiettili. Dunque per ora l’Europa non ha granché da temere, al riguardo: può osservare con sguardo un po’ bieco ma pure svagato i “grandi leader” giocare coi propri soldatini, come bambinoni gradassi che continueranno così fino al prossimo divertente (per loro) wargame.