
La città finlandese di Seinäjoki è nota in tutto il mondo per essere una delle più importanti realizzazioni del grande architetto Alvar Aalto, che disegno l’urbanistica dell’intero centro città e ne progettò gli edifici principali – peraltro ho avuto la fortuna di visitarla, constatandone la bellezza architettonica.
Dallo scorso anno il centro cittadino è impreziosito da un’altra bellissima opera, la nuova Biblioteca cittadina: ennesimo ottimo esempio di design nordico, nonché della cura incessante che i paesi scandinavi dedicano alla cultura e ai luoghi deputati ad essa, rappresenta – per voce degli stessi architetti che l’hanno progettata – un ambiente “concepito come catalizzatore sociale, che incoraggia gli utenti ad essere attivi, invece di ricevere passivamente informazioni e servizi. In altre parole, la biblioteca deve essere uno spazio pubblico versatile in grado di fornire esperienze.”
Insomma: sia lode e gloria imperitura agli iperborei!
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Tag: Svezia
La forza delle idee, la forza delle parole (Björn Larsson dixit #3)
“Molti credevano che il difficile, nello scrivere, fosse avere qualcosa da dire, mentre in realtà era dirlo con forza, precisione ed eleganza che era problematico.
Nessuno scrive solo perché ha una vita interessante o ricca – anzi, in genere l’esistenza degli scrittori è piuttosto noiosa – ma semplicemente perché sa scrivere. Le esperienze personali non sono altro che una scorta di materiali tra cui scegliere – se si sa farlo, il che non è affatto garantito – quelli universalmente rilevanti, sempre che si sia in grado di metterli nero su bianco.“
(Björn Larsson, I poeti morti non scrivono gialli, Iperborea 2011, pag.256)
E’ da quando ho letto questo passaggio di Larsson, ormai settimane fa, che vi rifletto sopra. Concordo, nel principio, con quanto affermato dallo scrittore svedese, ma è anche vero – a mio parere – che in certi (o in molti?) casi vi sono testi che non appaiono scritti con forza, precisione ed eleganza forse proprio perché, in fin dei conti, non hanno molto da dire. Ovvero, se fosse pur vero che l’esistenza di uno scrittore è piuttosto noiosa (beh, gente come Bukowski o Hemingway – giusto per fare due nomi – non credo la penserebbe così!), egli sa scrivere anche perché sa dire, e ricava da ciò l’energia necessaria per farlo bene. Ci dice e ci racconta di questa sua forza espressiva, insomma, della sua eleganza e dello stile: è in verità una grandissima forma di eloquenza letteraria, questa, che ci fa comprendere come (anche senza essere scrittori, in fondo) è necessario che si abbia l’energia, noi tutti, per dire. Cioè, per pensare, per avere ed esprimere la nostra idea, forte tanto da poter essere espressa con pari forza. Poi si può certo essere più o meno bravi nello scriverla, e magari tanto bravi da diventare scrittori dopo averla scritta ma, appunto, qualcosa da dire dobbiamo averla tutti. Cosa apparentemente ovvia eppure, io credo, sempre più rara. Se non già rarissima.
Di editori che non potrebbero (o non dovrebbero) più guardarsi allo specchio, al mattino… (Björn Larsson dixit #1)
“Se una casa editrice paga un anticipo di mezzo milione di corone per un libro, è ovvio che poi è costretta a dar fiato alle trombe del marketing. Qualsiasi critico che ne parli bene viene citato come arbitro del gusto, di lunga e consolidata esperienza. In certi paesi si arriva perfino a pagare le librerie perché espongano il volume in vetrina: tutto per recuperare le spese sostenute. Ma non è quello il vero pericolo: è se mai il rischio di deludere i lettori. Pubblicare in pompa magna libri che poi non mantengono le promesse è come minare la fiducia nella letteratura. E alla lunga equivale a scavarsi la fossa con le proprie mani.
(…)
Dico solo che dobbiamo fare il possibile per pubblicare il meglio di ogni genere. Dobbiamo imitare i produttori di vini e investire sulla qualità, perché è una scelta che paga. Chi produce più ormai quei vinacci acidi in bottiglioni con il tappo a vite? Nessuno. Perfino i vini bag-in-box sono migliori della feccia a buon mercato di una volta. E perché? Perché i consumatori hanno imparato che ci guadagnano di più a bere vini buoni che cattivi, indipendentemente che si tratti di rossi o bianchi, di Bordeaux o vini del Rodano, di vini tedeschi o bulgari. Perché il mercato editoriale dovrebbe essere diverso? (…) Dobbiamo comunque fare del nostro meglio. Giusto per potersi guardare allo specchio quando ci si alza al mattino.”
(Björn Larsson, I poeti morti non scrivono gialli, Iperborea 2011, pagg.10-11)
Scusi, lei, illustrissimo Björn Larsson: com’è che conosce così bene il panorama editoriale italiano?
Ah, no, un attimo… Forse non si sta riferendo direttamente alla situazione italiana. Qui ormai è da tempo che non si pubblica più il meglio di ogni genere, e che sempre di più i libri si vendono non per la loro bontà letteraria ma per il più tambureggiante marketing, e addirittura che le librerie legate ai grandi gruppi editoriali fanno pagare gli autori che vogliano esporre i propri libri in vetrina… Già, qui la situazione è anche peggiore di quella descritta da Larsson: mi auguro veramente di sbagliare, ma temo che la fossa scavati sia già piuttosto profonda…
Pippi Calzelunghe for President!
Vedevo il telefilm quand’ero piccolino, e mi divertivano le avventure di quella piccola peste che lei era – in fondo non potevo che vederla in questo modo giocoso, allora. Di recente ho rivisto alcuni episodi di quella serie su un canale satellitare, con lo sguardo e l’animo di oggi nonché con la mia mente attuale, sui cui “scaffali” stanno le reminiscenze di decenni di letture di filosofia e sociologia, oltre che di tante altre cose. Beh, posto ciò non posso che affermare con decisione: Pippi Calzelunghe for President (of the world, possibilmente)!
Perché? Perché Pippi è intelligente, indipendente, allegra, fantasiosa, creativa, solidale e disponibile con chiunque, libera, insofferente al potere e alle regole quand’esse siano palesemente ottuse (e quante ve ne sono con le quali abbiamo a che fare quotidianamente, no?), anarchica ovvero perfettamente in grado di governarsi da sola e cavarsela in ogni cosa facendo del bene a sé stessa e a chi interagisce con lei, astuta, sagace, onesta, perspicace al punto di capire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, in profonda armonia con quanto la circonda, che sia umano o meno… Se ne sbatte altamente di tutto ciò che c’è di inutile al mondo (e non serve dire quante ce ne sono, di cose inutili!) e sbeffeggia di continuo i poteri precostituiti e chiunque si arroga il diritto di ingiungere la propria idea a scapito di quella degli altri, ovvero di imporre la propria forza e prepotenza quand’esse danneggino qualcuno che non lo merita. E’, insomma, ciò che un essere umano che si proclami una creatura intelligente e senziente – come fa, come facciamo noi tutti da secoli – dovrebbe essere. E’ un esempio, pur in salsa letteraria per ragazzi (il che non gli fa perdere un milligrammo di forza, sia chiaro), tra i più alti di umanità, civiltà e di modus vivendi. Ecco.
Vi parrà ora che stia fin troppo esagerando, forse, con la mia interpretazione del personaggio, il quale in fondo non è che una favola per ragazzi, appunto. Sarà, ma sono convinto che se fossimo tutti un po’ più Pippi Calzelunghe nell’animo e nelle azioni quotidiane, vivremmo in un mondo molto migliore di quello che invece ci impone come “modelli di vita” personaggi immondi, che risulterebbero offensivi persino a bambini di un anno.
“Nel sole dell’estate | andiam per boschi e campi | e mai ci lamentiamo: | cantiamo ovunque andiamo, Trallallà! Trallallà! | Tu che sei giovane | non stare in casa | pigro e indolente | ma vieni con noi! | La nostra truppa | di canterini | sale veloce | sulle montagne. | Nel sole dell’estate | cantiamo ovunque andiamo. Trallallà! Trallallà!“
Björn Larsson, “I poeti morti non scrivono gialli”
Uno dei (tanti) motivi che negli anni mi hanno reso un grande e appassionato cultore della letteratura scandinava, è senza dubbio l’aver constatato la notevole duttilità letteraria dei suoi autori, che senza mai esondare troppo (o facendolo in modo non certo drastico) dall’alveo del peculiare stile iperboreo, lineare e pacato tanto da apparire quasi freddo (ovvia banalità, questa, alla quale tuttavia può venire da pensare) eppure sovente profondissimo come pochi altri, oltre che dal proprio personale mood narrativo, sanno costruire storie a volte molto diverse l’una dall’altra. E fate conto che quando scrivo “letteratura scandinava”, non faccio proprio riferimento alla giallistica di lassù, genere che identifica quel panorama letterario in maniera principale se non esclusiva nel sentore popolare. In verità di gialli nordici ne ho letti proprio pochi, semmai essendo ben più attratto da tutta l’altra narrativa, ovvero da quella che, per così dire, affonda maggiormente le proprie radici nella società scandinava e di essa racconta la (più o meno romanzata) realtà, più che storie di delitti, assassini, poliziotti di qualsivoglia taglia e tutto il resto.
Björn Larsson ad esempio – senza dubbio uno dei più noti scrittori svedesi contemporanei, piuttosto conosciuto anche in Italia dove giunge spesso in veste di autore o di velista (e infatti parla un più che discreto italiano, come ho potuto personalmente appurare incontrandolo qualche anno fa al Salone del Libro di Torino) – non si può certo definire un “giallista”, considerando quanto ha scritto e pubblicato nella sua carriera. I poeti morti non scrivono gialli, ultimo romanzo edito dalle nostre parti al momento in cui vi scrivo queste mie impressioni (Iperborea 2011 – 2010 l’edizione originale svedese, collana “Ombre”, traduzione di Katia De Marco) esce con un sottotitolo strano, “Una specie di giallo”, quasi che l’editore voglia da subito far capire che, se pur questa volta Larsson si è accostato al vasto mondo del romanzo poliziesco, non vi è poi entrato, o almeno non del tutto, diversificando la propria storia da quelle che “gialle” lo sono in toto e non per soltanto chissà quale specie…
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