Un appello di Matteo Righetto per l’estate imminente

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Se pensate di venire in montagna solo per divertirti, fare chiasso, baccano, baldorie, musiche da discoteca, beh, allora potete starvene tranquillamente a casa!

Comincia così l’“appello” dell’amico Matteo Righetto in vista dell’imminente stagione estiva e vacanziera nelle sue Dolomiti: lo trovate nel video sottostante che rilancio molto volentieri. Un appello peraltro validissimo per qualsiasi altra zona delle nostre montagne sottoposta al turismo più massificato, superficiale e meno responsabile.

La montagna è un luogo speciale che deve essere goduto in modo altrettanto speciale e, proprio per questo, veramente divertente e appagante. Viverlo con un atteggiamento da parco divertimenti non solo è stupido e irrispettoso, ma pure deprimente per chi assume quell’atteggiamento (oltre che per chi lo osserva).

D’altro canto sono certo che si stia diffondendo in maniera crescente una frequentazione turistica delle montagne sempre più consapevole, in primis da parte delle nuove generazioni. Compito fondamentale di chi ha a cuore il destino delle Terre Alte, secondo me, è fare in modo che non ci sia bisogno di dire a qualcuno privo di quella consapevolezza di non venire sulle montagne ma che si possa alimentare una cultura diffusa al riguardo per la quale quel qualcuno resti a casa propria o vada altrove di sua spontanea volontà. Ecco.

Il Ministro Mazzi, l’overtourism da censurare e la (quasi) nostalgia di Santanché

Be’, pare proprio che il Ministro del Turismo italiano Gianmarco Mazzi – prima manager di eventi musicali, ora responsabile di un dicastero statale fondamentale grazie alle solite acrobazie istituzionali moooolto italiane – non solo ci tenga molto a non far rimpiangere la sua predecessora Daniela Santanchè, ma pure a dimostrare di non avere molti argomenti validi a giustificazione del proprio incarico ministeriale da poco assunto.

Così, al Festival dell’Economia di Trento, conclusosi il 24 maggio scorso, il Ministro Mazzi ha di nuovo proposto la propria idea di censurare il termine “overtourism” perché, sostanzialmente, a lui non piace. E lo ha fatto usando quasi le stesse parole che aveva proferito due settimane prima a Lecco:

Una parola che odio e non riesco a pronunciare è overtourism, è una parola pericolosissima perché il turismo in Italia è un pilastro dell’economia che vale il 13% del Pil e si stima che il suo valore, con tutto l’indotto, vada oltre il 25%. Non si può scherzare col turismo, ogni turista è un patrimonio che va coccolato. [Lecco, 10 maggio 2026.]

Sono sempre stato chiaro sul fatto che, secondo me, il termine overtourism sia assolutamente sbagliato. Questo perché cerca di risolvere un problema creando però un clima di terrore nelle persone che vorrebbero invece venire nel nostro Paese. Non possiamo lamentarci dell’overtourism, ma dobbiamo semmai cercare di gestire i numeri… il turismo vale circa il 13% del PIL, che sale al 25% considerando l’indotto. [Trento, 23 maggio 2026.]

Al netto dell’evidente, sconcertante carenza argomentativa al riguardo, il tentativo di censurare un termine e la realtà a cui si riferisce perché dà fastidio alle proprie opinioni mi sembra tanto deprecabile nella forma quanto grottesco nella sostanza. Sarebbe come pretendere di voler eliminare dal vocabolario il termine “alcolismo” perché danneggia il settore vitivinicolo italiano, così pregiato e giustamente osannato. Di contro, mi pare che la pretesa del Ministro Mazzi si basi sullo stesso principio – solo usato al contrario – per il quale, ad esempio, per far credere che qualcosa sia sostenibile basta affermare che «è sostenibile»: ergo, forse il Ministro pensa che per risolvere un problema pur importante come quello del sovraturismo/overtourism basta evitare di nominarlo. Eh già, perché no? Che provi, il Ministro, ad andare a dire che «Non possiamo lamentarci dell’overtourism» alle comunità dei territori che lo stanno subendo ormai da tempo con tutti i disagi conseguenti! Sono certo che lo accoglieranno con applausi fragorosi e «Hurrà!» a manetta. Proprio!

Dello stesso mio avviso è Luigi Casanova, Presidente di Mountain Wilderness Italia, che sulla questione così scrive nel proprio editoriale del 28 maggio sul sito dell’associazione:

Colpisce che esponenti delle istituzioni arrivino a suggerire quali parole possano essere utilizzate nel dibattito pubblico, quasi a delimitare il vocabolario con cui descrivere fenomeni complessi. Perché non dovrebbe essere possibile affrontare le criticità del turismo attraverso termini chiari e riconosciuti? Parlare di overtourism non significa negare il valore economico del turismo, nelle montagne come sulle coste. Significa, al contrario, aprire uno spazio di confronto sulle sofferenze ormai evidenti in molte vallate dolomitiche e aree protette: l’eccesso di urbanizzazione, la motorizzazione incontrollata, la fuga dei giovani, i conflitti tra pedoni e ciclisti, tra ciclisti e automobili, così come i costi sociali che questo modello economico scarica su una parte consistente della popolazione.

Insomma, la questione mi pare chiara, e pure il giudizio inevitabile sulle uscite del capo del Dicastero turistico italiano. Ora, ribadisco: non che si possa seriamente asserire di dover rimpiangere l’ex Ministra Santanchè… certo è che il Ministro Mazzi è sulla buona strada per raggiungere e sopravanzare la sua pittoresca predecessora in termini di “qualità” dell’attività ministeriale, tanto nella teoria e quanto nella pratica!

Le «bucket lists»? Ma ancora, con tutti i danni che hanno contribuito a fare?

Mi fa abbastanza specie, per non dire altro, constatare sulle pagine social (qui su Instagram, ad esempio) di Svizzera Turismo Italia – cioè la “filiale” italiana dell’Ente turistico federale svizzero – che ancora vengano pubblicizzate mete turistiche tramite la definizione «bucket list», e che lo faccia un paese che già da qualche tempo ha avviato un dibattito su come raccontare e pubblicizzare i propri luoghi turistici al fine di non alimentare i fenomeni di sovraturismo, o overtourism, che già interessano molti di quei luoghi.

[Circolo giallo e faccia inquieta le ho aggiunte io, ovviamente.]
Per chi non lo sapesse, bucket list significa letteralmente «lista dei desideri» o «elenco delle cose da fare prima di morire», ed è stata così utilizzata negli ultimi anni nel linguaggio del turismo di massa da essere ormai considerata una delle peggiori cause di intensificazione dell’overtourism. Infatti, con la diffusione di tali bucket lists sui social network e sui media (soprattutto quelli non tradizionali) alcune destinazioni sono rapidamente diventate, nell’immaginario collettivo, luoghi da visitare assolutamente appena se ne abbia la possibilità. Con il passaparola social (e non solo) che si genera fra i vari utenti, tali destinazioni vengono prese d’assalto da moltissimi turisti (peraltro non sempre responsabili e consapevoli, tocca denotarlo) portandovi pochi reali benefici e di contro notevolissimi disagi a luoghi e comunità locali.

Sconcerto, il mio, che cresce per il fatto che una delle origini conclamate del fenomeno delle bucket lists è proprio svizzera. Come ha denotato Marco Indovino in Overtourism: cause, effetti e soluzioni, «Un chiaro esempio al riguardo è quello accaduto nell’estate del 2017: a luglio è stato postato su Facebook un video che mostrava le bellezze di un fiume in Val Verzasca (in Canton Ticino, Svizzera Italiana) le cui acque cristalline e incontaminate ricordavano quelle delle spiagge tropicali, motivo per il quale la località è stata soprannominata “Le Maldive a un’ora da Milano”. Il filmato, che ha raggiunto milioni di visualizzazioni in pochissimo tempo, rivelava questo piccolo paradiso completamente sconosciuto ai più. Nel corso dell’estate la località è stata letteralmente presa d’assalto da decine di migliaia di persone che hanno trascorso la giornata cercando refrigerio nel fiume. Per i residenti della valle, non abituati ad un tale turismo di massa, sono emerse tutte le già note problematiche legate all’overtourism come l’aumento del traffico, la comparsa di rifiuti e soprattutto la perdita di autenticità del luogo dal momento che, il paradiso incontaminato tanto ricercato, non lo era più.»

[Il cosiddetto “Ponte romano” (in realtà del XVII secolo) o “Ponte dei salti” (per ragioni intuibili) a Lavertezzo, in Valle Verzasca, uno dei luoghi probabilmente più fotografati della Svizzera e parte di innumerevoli “bucket lists” turistiche. Immagine tratta da www.postauto.ch.]
Sono passati quasi dieci anni – ovvero, ribadisco, un decennio di grosse perplessità e ancor maggiori danni originati dalle bucket lists – e ancora in Svizzera insistono con il farne una fonte di attrazione turistica? Per poi magari lamentarsi del sovraffollamento presente in molte località delle Alpi svizzere che, peraltro, non avrebbero proprio bisogno di nulla, tanto meno di un lessico turistico così insensato e pernicioso, per attirare visitatori?

A me, sinceramente, pare una manifestazione di ottusità bella e buona, assolutamente evitabile, e un altro degli aspetti del turismo contemporaneo da mettere in discussione e rettificare al più presto.

274 persone in un giorno sull’Everest, a milioni sulle nostre montagne

[Coda di alpinisti sull’Everest. Immagine tratta da www.mountlive.com.]
Avrete forse visto le immagini di qualche giorno fa delle code di “alpinisti” sull’Everest, sulla cui vetta, a 8848 metri di quota, il 20 maggio scorso sono giunte ben 274 persone (!), un record assoluto.

Cioè, dico: l’Everest, la cima più alta della Terra, la “Madre dell’universo” (Chomolungma) dei tibetani, il “Dio del cielo” (Sagaramāthā) del nepalesi, un luogo inevitabilmente “assoluto” per tutti e non solo per ragioni geografiche, ormai diventato una meta turistica per persone danarose che spesso nemmeno sanno cosa sia l’alpinismo ma, pagando un certo prezzo, pretendono di usufruire del servizio offerto. Cioè la salita alla vetta più alta del mondo, appunto. Come fosse una qualsiasi altra attrazione della quale poi vantarsi.

È una situazione denunciata ormai da anni, ma che evidentemente nessuno pensa veramente di risolvere – il governo nepalese ci prova da anni, senza ottenere risultati concreti. Anzi, pure sugli altri Ottomila la situazione sta degenerando: come riporta un articolo sul tema pubblicato sulla “Rivista del Club Alpino Italiano” lo scorso marzo, sul ben più difficile e pericoloso K2 (8611 metri, la seconda vetta più alta della Terra), dal 2021 al 2025 sono arrivate in vetta 400 persone, tante quante quelle dei precedenti 66 anni dalla prima ascensione.

[Coda di escursionisti sulle Dolomiti. Immagine tratta da www.lavocedibolzano.it.]
Ora, io che cerco sempre di provare a capire, per quel che riesco, il mondo in cui viviamo, inevitabilmente mi chiedo: ma se noi tutti in quanto genere umano, civiltà “più avanzata” del pianeta, “Sapiens”, non sappiamo tutelare uno dei luoghi più simbolicamente assoluti del mondo e pure quello lo svendiamo facendone una fonte di guadagni senza limiti, senza ritegno, senza rispetto e cura per il luogo e per ciò che rappresenta, come possiamo pensare e credere di salvaguardare ogni altro luogo “meno importante” ma, a suo modo, altrettanto fondamentale per la propria parte di mondo? Come possiamo ad esempio salvaguardare le nostre Alpi e gli Appennini, già così antropizzate e vicine alla “civiltà”, se non sappiamo nemmeno tutelare le vette himalayane così selvagge e lontane da tutto? È perché “accettiamo” che sulla montagna più alta del mondo ci possano salire centinaia di persone al giorno che proporzionalmente acconsentiamo pure che sulle cime delle nostre montagne ci possano arrivare in milioni?

Se il turismo smette di essere cultura e pensa solo all’economia

Sono a pranzo dai miei e, al Tg che stanno guardando alla tivù, passa un ennesimo servizio che esalta il turismo come «driver economico» per i territori che coinvolge. Cosa verissima, sia chiaro: che il turismo rappresenti un’economia di prim’ordine un po’ ovunque si manifesti è indubitabile.

Di contro, per l’ennesima volta – assistendo a quell’ennesimo servizio giornalistico – la sensazione vivida è che il turismo che diventa “economia forte” trascura del tutto la sua natura primigenia che invece è pienamente culturale.

Il turismo, ovvero il viaggio, è (forse) l’esperienza culturale umana per antonomasia, fin da quando l’uomo preistorico è uscito dal riparo delle caverne in cui dimorava e ha cominciato a esplorare il mondo. E lo è perché il viaggio del “turista”  – esperienza culturale – si manifesta come relazione parimenti culturale con il paesaggio che è a sua volta un elemento culturale primario, sia esso naturale oppure antropizzato ovvero si tratti di monumenti della Natura o dell’arte umana. Posto ciò, nel momento in cui il turismo dimentica (funzionalmente) la sua matrice culturale per manifestarsi unicamente come “driver economico”, ecco che diventa inesorabilmente  -ma non sempre inconsapevolmente – un elemento di degrado e di depauperamento dei territori che coinvolge. Fino ad assumere le realtà e le dinamiche del sovraturismo o overtourism, per le quali il turismo estrae valore, benessere, vigore sociale e identità dai territori – per questo in tali casi viene definito “estrattivo” – senza lasciare nulla in cambio. Anzi, lasciando rapidamente dietro di sé le macerie derivanti dal proprio sovrasfruttamento. Macerie che a volte non si vedono nella località turistica/turistificata – che diventa un non luogo ma senza che ciò venga percepito da molti, al contrario venendo riconosciuto come “più familiare” e dunque apparentemente gradito – e che invece si manifestano in modi ben più gravi e deleteri nelle comunità che abitano le località coinvolte. Le quali, infatti, inesorabilmente perdono vitalità urbana e economica, socialità, servizi di base (deviati a favore dei bisogni del turista), benessere residenziale, perdono abitanti che preferiscono andarsene altrove prima di soccombere definitivamente, perdono anima, coscienza di luogo, identità culturale.

Fino a che perderanno pure quel turismo il quale, una volta estratto tutto ciò che si poteva ricavare e consumare dal luogo, lo abbandonerà al suo destino cambiando meta. In tal caso, la speranza è che non tutto nei luoghi soggetti a queste dinamiche sia stato devitalizzato e le loro comunità residue, riacquisite consapevolezza e coscienza di luogo, riescano a riprendersi facendo tesoro di quanto accaduto e rifiutando radicalmente ogni eventuale tentativo di ritorno di quel modello di turismo-driver (mono)economico, estrattivo, per contemplare una frequentazione turistica di matrice nuovamente e compiutamente culturale, che ruoti intorno al benessere della comunità e non più al business dei tour operator, ai bisogni degli abitanti e non alle esigenze dei turisti, alla valorizzazione autentica dei territori e dei paesaggi e non alla messa a valore di essi per farne beni di consumo da vendere – a volte svendere – sul mercato turistico.

Insomma, che il tutto torni a manifestare – oltre a ogni altra cosa possibile – un’autentica e compiuta anima culturale. Di quella cultura che dà valore ai luoghi, ai paesaggi e alla relazione di chi li vive e li frequenta consapevolmente assicurando loro vitalità e benessere oggi e ancor più domani. Quella cultura che fa la civiltà che ci rappresenta e, in fondo, ci rende compiutamente umani, che si sia residenti, turisti, viaggiatori, lavoratori ovvero semplici, ineludibili abitanti di questo nostro mondo.