
Perché al solito queste giornate, di valore innegabile, sovente generano l’effetto collaterale di condensare nella loro data ogni “bel” discorso sul tema al quale si riferiscono per rarefarlo negli altri 364 giorni dell’anno, e perché, a ben pensarci, mi chiedo: ma disabilità cosa? Quale? Chi?
Non è forse che, al netto degli ovvi aspetti sanitari, la prima disabilità è quella manifestata dalle persone che ritengono e definiscono in tal modo, “disabili”, altre persone? Non è che considerare certe persone in questo modo ovvero per una funzionale convenzione sanitaria, piuttosto che un motivo per agevolarne l’inclusione sotto ogni punto di vista, è una buona scusa per emarginarle?
Nella foto in testa al post potete vedere Giada Canino e Michele Consoli, due ragazzi delle mie parti che sono pluricampioni di danza e unica coppia in Italia con due differenti disabilità (sindrome di Down e autismo) a partecipare a gare di ballo, vincendo spesso anche nelle competizioni individuali. Non li conosco direttamente ma li ammiro molto.
Ribadisco: disabilità cosa, quale, chi?
Uno dei comportamenti che sovente riscontro in numerosi individui e che trovo alquanto bizzarro – con tutto il rispetto, ma tant’è! – è il parlare di se stessi in terza persona. Ci facevo di nuovo caso qualche giorno fa, quando m’è toccato parlare con un tizio il quale, per sottolineare certe sue (presunte) doti professionali e cert’altre conseguenti attività, non faceva che riferirsi a se stesso con cognome e nome. Intuivo e immagino che fosse e sia un sintomo di egocentrismo e irrefrenabile arroganza da un lato o di grande insicurezza e indeterminatezza identitaria dall’altro – in fondo le due facce di una stessa medaglia – ma non arrivavo a supporre che sia addirittura il segno evidente della presenza di una patologia anche molto grave ovvero di una personalità alquanto frammentata che l’individuo adulto 