In lode e gloria del racconto (Joe R. Lansdale dixit #2)

Scrivere romanzi mi piace, ma non ho mai nascosto di preferire i racconti. Intanto perché mi consentono di sperimentare a volontà. Certo, coi romanzi tento di fare lo stesso, ma è nei racconti che posso spaziare come e quanto desidero. Le opportunità sono maggiori, così come il tempo necessario a scriverne uno è di gran lunga inferiore a quello di un romanzo, anche se dal punto di vista economico sono le grandi dimensioni a fornire un miglior rapporto tempo/benefici, cosa che dalle mie parti è molto apprezzata.
Ciò detto, non è che i racconti siano più facili da scrivere per via della loro brevità e del minor dispendio di tempo. Qualcuno – non ricordo chi – ha sostenuto a ragion veduta che un romanzo costituisce la scappatoia più conveniente per scrivere un racconto.
Niente mi attizza di più di una bella raccolta di racconti, e se c’è una cosa che mi ha sempre stupito, dato l’impatto che il lavoro e gli impegni familiari esercitano oggi giorno sulle nostre vite, è come il racconto non sia diventato il genere letterario più diffuso, invece di quei mallopponi capacissimi di schiantare un bue, se gli cadono addosso. Sulla carta, per come la vedo io, non dovrebbe esserci niente di più piacevole della comoda lettura di un buon racconto, anche soltanto uno al giorno, piuttosto che essere costretti ad aspettare le vacanze estive o un viaggio in aereo per spararsi, una o due volte l’anno, un romanzo di ragguardevole stazza.
Data la mia professione, immagino che ogni anno potrei farmi fuori senza grossi problemi un non esiguo numero di romanzi e raccolte di racconti; ma se amate la lettura, e il fattore tempo ha la sua fondamentale importanza, perché non dovreste prendere in considerazione il racconto invece del romanzo?
A casa mia, negli Stati Uniti, parrebbe in atto una certa rinascita del racconto, ma in confronto alla popolarità del romanzo si tratta ancora di un fenomeno di scarso rilievo. Però è anche vero che il sottoscritto non ha ancora capito bene come funziona il forno a microonde…

(Joe R. Lansdale, introduzione a Altamente esplosivo, Fanucci Editore 2010, traduzione di Luca Conti, pagg.9-10)

Un efficace e ovviamente prestigioso assenso – anche se indiretto – da parte del celebre (e celebrato) scrittore americano al mio post sulla stessa questione di qualche tempo fa…
(E a breve, qui nel blog, la recensione di Altamente esplosivo…)

Scrivere tanto o scrivere poco, per scrivere bene? La ricerca (e la riflessione) continua, anche al di fuori del mondo letterario…

Qualche post fa, qui sul blog (e qui pure), ho iniziato – con me stesso e con alcuni altri colleghi di “penna” e di blogging – una riflessione su come si possa conseguire, in senso pratico, la miglior qualità letteraria personale: se scrivendo il più possibile, per fare in modo di non porre limite alcuno alla creatività e di conseguenza estrarre da essa il maggior numero di potenziali buone idee e da queste la grande opera, oppure se scrivendo il meno possibile, concentrando tutti gli sforzi su un solo buon spunto e continuamente rivederlo, migliorandolo e affinandolo così da ottenere alla fine la stessa grande opera – l’identico evidente fine ma conseguito in due modi – considerabili come gli estremi entro i quali si definisce la pratica di creazione letteraria – totalmente differenti. In poche parole: scrivere tanto o scrivere poco, per scrivere bene?
Nella costante ricerca di una buona risposta alla suddetta domanda, o anche solo per cercare di capirci qualcosa in più – perché certo, una risposta di valore assoluto non esiste, non può esistere dacché ognuno, banalmente, scrive come meglio crede e ritiene per ottenere il proprio meglio, ma è anche per questo che a me piace molto sapere cosa fanno gli altri scrittori al proposito – mi guardo di continuo intorno e cerco anche al di fuori del mondo letterario validi spunti di riflessione quando non potenziali buone risposte adattabili anche al contesto della scrittura.
Eccone ad esempio una molto interessante che viene dal grande gallerista Tucci Russo, tucci_russo_photodunque dal mondo dell’arte, che riguardo a quanto debba produrre un artista per creare buona arte, così si è espresso (e sostituite la parola “artista” con “scrittore” e vedrete come tale dichiarazione risulti perfettamente consona anche al contesto letterario, appunto):

L’artista non può essere una fabbrica, anche perché sennò snatura il proprio lavoro: nella misura in cui comincia a entrare in uno stadio produttivo molto ampio, non pensa più al concetto dell’opera, ma pensa alla capacità che ha lui di realizzare l’opera, per cui questa – poco per volta – si svilisce, assume sempre più connotati decorativi e meno intensi, di ripetitività e accademia. Per questo dico sempre che gli artisti devono avere momenti di pausa, non devono rincorrere il potere che il mercato vuole mettergli nelle mani. Quando qualche cosa funziona troppo, e il mercato lo pretende e lo vuole, devono avere la capacità di non produrlo più.
(Tucci Russo intervistato da Marco Enrico Giacomelli in Dal Mulino alla Stamperia. La storia di Tucci Russo, Artribune anno III #11, Gennaio/Febbraio 2013)

Prendersi delle pause, dunque. Magari anche forzatamente, mettendo da parte la presunzione di poter sempre scrivere bene, che sia tanto o poco, costringendosi a fermarsi per un po’ e a meditare. Sembra facile e banale, ma non lo è affatto – e chi scrive credo comprenderà bene ciò. La pausa, per lo scrittore, assomiglia sempre troppo alla crisi di creatività (il terrore che lo sia la rende tale anche quando non lo è affatto, e in modo lapalissiano), per cui si tende sempre a fuggirla come fosse la peste, continuando a scrivere cose magari di scarso valore o intestardendosi su idee di analogo basso pregio ma che si vuole tentare a tutti i costi di rendere buone, pur magari essendo consapevoli, dentro di sé, che non porteranno da nessuna parte. Ma Tucci Russo ha forse ragione: se a volte fermarsi per un po’, sospendere la propria produzione, obbligarsi a una pausa, potesse servire a rimettere ordine nella mente e nello spirito (letterario) per poi ripartire alleggeriti da incrostazioni e zavorre varie e, per questo, potendo scrivere meglio di prima?
Beh, non so che ne dite voi… Io ci rifletto sopra e continuo la mia ricerca. Potrebbe anche essere che, a quella domanda sopra esposta, non esista una risposta assoluta e nemmeno una risposta univoca, ma che una buona soluzione sia data dalla somma di tanti elementi diversi, tanti frammenti di pratiche differenti (come quella indicata da Tucci Russo) che, appunto sommate, possano aiutare a elevare sempre di più la qualità della propria scrittura… La quale poi resta, in fin dei conti, la vera e fondamentale “domanda” ovvero scopo a cui chiunque scriva – e qualsiasi cosa scriva – deve dare risposta e realizzazione, no?

Ciò che realmente ci distingue dalle bestie da sempre – e, si spera, per sempre… (Dino Buzzati dixit)

Buzzati_photo_smallLe storie che si scriveranno, i quadri che dipingeranno, le musiche che si comporranno, le stolte pazze e incomprensibili cose che tu dici, saranno pur sempre la punta massima dell’uomo, la sua autentica bandiera (…) Quelle idiozie che tu dici saranno ancora la cosa che più ci distingue dalle bestie, non importa se supremamente inutili, forse anzi proprio per questo. Più ancora dell’atomica, dello Sputnik, dei razzi intersiderali. E il giorno in cui quelle idiozie non si faranno più, gli uomini saranno diventati dei nudi miserabili vermi come ai tempi delle caverne.
(Dino Buzzati, Il mago in Il Colombre e altri cinquanta racconti, Mondadori, 1a ed.1966)

Ha ragione, Buzzati: sono quelle cose che a volte molti considerano idiozie a distinguerci – non a renderci più intelligenti, che tale pretesa è pura arroganza ovvero concreta ignoranza, ma a distinguerci, questo sì, dalle “bestie”. Sperando appunto che gli uomini non perdano questa loro preziosa prerogativa, e ancor più che non la corrompano al punto da renderla prova evidente, essa stessa, di primitiva miseria e cavernicola incultura. E a notare certe cose pseudo-artistiche spacciate per “capolavori” o quasi e così imposti al pubblico (ma che con l’arte, visiva, letteraria, musicale o che altro hanno meno a che fare di un diavolo in paradiso), viene purtroppo il dubbio che quel rischio paventato lo si stia correndo veramente…

Il metodo Kilgore Trout, o come scrivere una sola storia scrivendone nel contempo tante…

Ogni scrittore dovrebbe avere un Kilgore Trout. Un Kilgore Trout è un personaggio, scrittore anch’egli, a cui regalare le trame dei romanzi che non si è riusciti a scrivere. Il vero (si fa per dire!) Kilgore Trout è un personaggio che ritorna spesso nei romanzi di Kurt Vonnegut, è squattrinato perché nessun editore ha mai accettato un suo romanzo ed è riuscito a pubblicare qualche racconto solo su riviste pornografiche. Eppure è il più grande scrittore di tutti i tempi e, naturalmente, scrive fantascienza. Insomma, quando Vonnegut si rendeva conto che non avrebbe mai sviluppato un’idea che aveva in testa, la spacciava per un’idea di Trout, creando romanzi potenziali per il lettore, ma reali, scritti davvero dentro la finzione letteraria.
Ogni scrittore dovrebbe inventare un metodo, un Kilgore Trout, che gli consenta di dare in qualche modo forma letteraria ai capolavori che non riesce a scrivere. Potrebbe essere un toccasana.

(Cristò, Il metodo Kilgore Trout, in Artribune #11, Gennaio/Febbraio 2013, pag.25)

Molto interessante, il metodo indicato da Kurt Vonnegut – e segnalato da Cristò su Artribune – vero? In effetti, si potrebbe collegare alla discussione avviata Kurt Vonnegut -glassofchocolate.deviantartqualche tempo fa qui sul blog circa il dover scrivere poco oppure tanto per scrivere bene: nel secondo caso, ovvero quando si scelga di praticare la scrittura in quantità abbondante al fine di porre meno limiti possibile al fluire inventivo della propria creatività e, dunque, per ottenere più facilmente, da tale massa produttiva, un qualcosa di valore superiore alla media, il costruirsi un alter ego letterario, uno a cui delegare il lavoro più sporco cioè quelle idee e quegli spunti che, una volta iniziato il loro sviluppo, si dimostrano meno proficui di quanto ci si poteva aspettare, potrebbe effettivamente essere un’ottima strategia di lavoro. Sfrondare insomma quelle parti letterarie che non sembrano buone come altre per portare avanti queste senza però abbandonare del tutto le prime, lasciandole nelle mani di quel nostro alter ego (personaggio più o meno protagonista d’una qualche storia, comparsa, invenzione pura o altro del genere) in modo che potrebbe pure succedere, più avanti, che un diverso momento, diversi predisposizione mentale e stato d’animo o ulteriori spunti nel frattempo coltivati non sappiano invece nuovamente illuminare e rinvigorire le parti suddette e, magari, trasformarle in ottimi spin-off proprio grazie al lavoro sporco di quell’alter ego che nel frattempo ha lavorato (ovvero abbiamo fatto lavorare) per noi.
Ciò, peraltro – come segnala lo stesso Cristò nell’articolo citato – potrebbe aprire una infinita e inopinata dimensione metaletteraria, la possibilità cioè di scrivere storie nelle storie, diversi piani narrativi più o meno intersecanti con notevoli potenzialità di sviluppo, in qualche modo venendo incontro ad entrambe quelle “scuole di pensiero” – scrivere poco o scrivere tanto – tra le quali si divide il senso della disquisizione su come ottenere la migliore qualità letteraria avviata in quel post di cui dicevo poco sopra: in buona sostanza, scrivere una sola storia e nel contempo scriverne in essa (e per essa) tante.
Un metodo assolutamente interessante, lo ribadisco. In fondo, avere un personale Kilgore Trout al proprio servizio potrebbe rivelarsi ben più utile di quanto si possa su due piedi credere…

Domenica 14 Aprile, ore 12.00 a Cesena, Fiera del Libro della Romagna: MI presento e VI presento i miei ultimi romanzi!

Domenica 14 Aprile sarò presente con Senso Inverso Edizioni alla Fiera del Libro della Romagna, un nuovo e interessante evento letterario che si terrà il 13/14 Aprile a Cesena, città da sempre culturalmente molto viva, sede della prestigiosa Biblioteca Malatestiana nonché di centinaia di eventi, iniziative culturali, mostre che si svolgono con grande successo grazie a una cittadinanza attenta e sensibile a tutto ciò che è legato alla cultura. La fiera, organizzata dal gruppo editoriale Historica, nasce come un momento di festa per tutti i cesenati, i romagnoli e per tutti gli amanti dei libri e della cultura. Oltre agli stand degli editori, infatti, nell’orario di apertura della fiera (dalle 10 alle 20 di Sabato 13 e Domenica 14 aprile), ci saranno presentazioni di ogni genere: dall’autore Premio Bancarella all’autrice (cesenate) finalista al Premio Strega, dai libri per bambini ai testi di storia, dai laboratori di scrittura ai fantasy, dagli CLMRD_FieraLibroRomagnaincontri per conoscere il mondo dell’editoria agli autori esordienti. Ma soprattutto…
Domenica, alle ore 12.00, presso la Sala Grande del Palazzo del Capitano, location della fiera, presenterò i miei due ultimi romanzi Cercasi la mia ragazza disperatamente e La mia ragazza quasi perfetta, editi da Senso Inverso. Un’occasione ottima non solo per conoscere i libri e gli incredibili personaggi le cui vicende vi sono narrate, ma anche per conoscermi e conoscerci, scambiare due chiacchiere, condividere idee e opinioni, e il tutto in un contesto assolutamente affascinante e stimolante come lo è ogni luogo che permette di stare in mezzo ai libri e alla letteratura di qualità. Insomma, un appuntamento da non perdere!
Per qualsiasi altra informazione sulla fiera cliccate sulla copertina di Cercasi la mia ragazza disperatamente, qui sopra, per visitarne il sito web ufficiale. E se potrete e vorrete visitarla, beh, non indugiate a farlo: non ve ne pentirete, ve lo assicuro!