Daniele Borghi, “L’altra vita di Emma”

cop_laltra-vita-di-emmaRicordate Un giorno di ordinaria follia? In quel celebre e bel film del 1993 diretto da Joel Schumacher, Michael Douglas interpretava William Foster, un perfetto uomo medio che, assillato e depresso da piccoli/grandi problemi quotidiani, familiari in principio e poi “sociali”, perdeva la testa trasformandosi in uno spietato assassino. Con tutti i distinguo del caso, la protagonista del romanzo di Daniele Borghi, L’altra vita di Emma (Fernandel) è una sorta di William Foster in gonnella: donna di mezz’età, si muove ormai come un’estranea in un mondo quotidiano che le soffoca la vitalità tra un matrimonio ormai esaurito nel suo senso classico e una monotonia giornaliera popolata da persone false e ostili…

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(Messaggio autopromozionale!) – Un libro divertente, ironico, fantasioso, ma soprattutto originale! (Ismar Gennari dixit)

Ho finito il tuo libro, “La mia ragazza quasi perfetta“. Sei un genio, oppure sei pazzo o tutti e due. Perché per tirare fuori una storia del genere bisogna essere genialmente fuori! E’ bello e mi è piaciuto una cifra, perché è divertente, ironico, fantasioso, ma soprattutto originale!!! E non è cosa da poco scrivere qualcosa di nuovo, di unico per trama e stile in un mondo dove si è già letto di tutto!

Ismar Gennari. Un collega, già! E in un mondo di serpi come quello degli scrittori – massì, siamo sinceri: ogni autore pensa sempre di essere (comprensibilmente, in fondo) il più bravo di tutti, e tutto sommato deve possedere un minimo di ambizione e di autoconsiderazione – nei confini naturali della propria etica professionale, se così si può dire – per ambire a qualche notorietà… Dunque quando i complimenti (sinceri, ovvio), vengono da un altro autore, in qualche acquisiscono pure più del loro valore “nominale”.
Per chi non lo conoscesse, Ismar Gennari è l’autore di Giallo e Blu, una cop_giallo-e-bluraccolta di sedici racconti che parlano di quanto varia, fragile e talvolta assurda possa essere la specie umana, che per testardaggine o pigrizia si isola creando il vuoto nella propria vita, che si ama senza limiti, che senza remore distrugge la natura e maltratta gli animali, così come ugualmente può arrivare a maltrattare le altre persone o addirittura sé stessa. Un suonatore di contrabbasso che suona per amore della musica e non vuole seguire le orme dei genitori, violinisti di successo che vivono per i riflettori e i riconoscimenti del pubblico ma hanno il vuoto nella loro anima, un ragazzino che scatta furtivamente foto a donne nelle quali si imbatte per caso, un serial killer che svolge con amore il suo lavoro perché adora realizzare i sogni delle persone e nulla è più sincero e profondo dell’odio, una ragazza che ripete quotidianamente rituali stanchi e sempre uguali ed è ostaggio della solitudine e del micidiale rimpianto per le occasioni non colte, un operaio che durante il turno di lavoro alla catena di montaggio riflette sulla vita e sul futuro dei propri figli, un ragazzo tossicodipendente che, dopo aver racimolato in maniera viscida una bella somma, può finalmente permettersi della roba di lusso, per un viaggio sin troppo forte… E molte altre storie, tutte ugualmente sorprendenti e intriganti.
Un libro, Giallo e Blu, del quale a breve vi offrirò le mie impressioni di lettura.
Se invece volete sapere tutto quanto su La mia ragazza quasi perfetta, cliccate QUI.

Andrew Vachss, “The Getaway Man – L’uomo della fuga”

cop_The-getaway-manNon conosco granché il genere hard boiled, almeno al punto da poter confermare quanto scrive Joe R. Lansdale nell’introduzione a questo The Getaway Man – L’uomo della fuga, romanzo di Andrew Vachss edito da Fanucci (con traduzione di Luca Conti), del quale Lansdale ritiene che abbia “tutti gli ingredienti di un romanzo hard-boiled della Gold Medal, tipico prodotto degli anni Cinquanta”, appunto. Ma l’esplorazione già da tempo intrapresa del mondo letterario americano contemporaneo mi consente di poter affermare che, in verità, buona parte della scrittura americana d’oggi presenti in sé elementi hard boiled, anche – e soprattutto, direi – al di fuori del romanzo giallo, del quale lo stesso è un sottogenere – si veda Palahniuk, ad illuminante esempio. Toni spesso violenti, non tanto nelle parole quanto nelle ambientazioni e nelle tematiche, atmosfere cupe, personaggi spesso al limite, una certa propensione al sangue che, posso immaginare, deriva direttamente dalla realtà quotidiana di molte periferie americane: è in effetti più hard boiled la cronaca nera su certi giornali (e non solo in USA, sia chiaro…) che molti romanzi ritenuti tali…

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Andrzej Żuławski, “C’era un frutteto”

cop_zulawskiC’è un motteggio, in dialetto tipico milanese (ma esiste certamente un po’ ovunque), che suppergiù suona così: ogni ofelè al fa el so mestè. Significa “Ogni pasticcere deve fare la sua specializzazione”, nel senso che ognuno dovrebbe compiere ciò che gli compete, fare ciò che gli riesce bene e non altro, insomma, dacché quando avviene il contrario sovente ne scaturiscono dei gran pastrocchi.
Ora, disquisendo di Andrzej Żuławski, regista polacco non troppo noto da noi (se non per una certa fama di “maledetto” accompagnata da censure varie e assortite le quali, tuttavia, alla fine fan forse più bene che danno) ma apprezzato alquanto dalla critica internazionale, tanto da vantare in curriculum un’opera – Possession, del 1981 – premiata a Cannes, si potrebbe supporre la validità di quel motteggio citato, dato che Żuławski, dall’inizio degli anni ’90 in poi, ha diradato parecchio la propria produzione cinematografica per “trasformarsi” in scrittore, pubblicando nel complesso più di venti romanzi ma, appunto, non nascendo come autore letterario, quantunque si potrebbe discutere a lungo sulla contiguità delle due arti. Anche in veste di scrittore, Żuławski non è affatto noto in Italia, e di edito si ricorda solo il romanzo Barbablù, del 2003. Ora la casa editrice Alpine Studio – in verità specializzata in letteratura di montagna, come il nome fa intendere – cerca di mettere una pezza a tale “ignoranza” italiana sul regista polacco, pubblicando C’era un frutteto (1° ediz. Settembre 2013, traduzione di Marina Fabbri; orig. Byl sad, 1992), con una utilissima prefazione/contestualizzazione “storica” della stessa traduttrice e una bella introduzione al personaggio Żuławski di Mirella Tenderini

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Caterina Carpinato (a cura di), “Nuovi narratori greci”

cop_nuovi-narratori-greciNegli ultimi anni dalla Grecia abbiamo ricevuto quasi soltanto notizie tristi e drammatiche, che ci hanno delineato una situazione di crisi economica e sociale tanto inedita nel panorama europeo e occidentale quanto preoccupante anche (o forse soprattutto) in prospettiva di situazioni analoghe (ogni riferimento italico è puramente voluto!). I media ci hanno detto che la crisi greca era soprattutto causata da un grave dissesto politico, che poi ha generato quello finanziario con tutti gli annessi e connessi del caso, ma è risaputo che, molto spesso, i media tendono a costruire da realtà effettive verità relative, per motivi risaputi e che non è comunque il caso ora di approfondire. Inoltre, agli appassionati di cultura non è sfuggita l’evidenza che ad essere così in gravi condizioni è il paese culla della civiltà e di buona parte del pensiero europei, quello in cui è nata la democrazia, e dove pure si è sviluppata la letteratura per come ancora oggi noi la intendiamo.
Posto ciò, ho sfruttato la mia abituale curiosità verso panorami letterari a me poco noti per capire se, nella letteratura moderna e contemporanea greca, vi fossero le avvisaglie di quella situazione dalla quale è scaturita la crisi – visto come le arti, quasi sempre prima e meglio di qualsiasi altra cosa, sanno leggere nel profondo la realtà, interpretarla e renderla comprensibile, o quanto meno illuminata, al grande pubblico. Mi sono dunque affidato, per tale mio scopo, a Nuovi narratori greci, una raccolta di racconti scritti da nove dei più importanti e conosciuti (in patria) scrittori ellenici, curata da Caterina Carpinato per le Edizioni Theoria (e uscita nella collana “Ritmi”)…

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