Resistete molto, obbedite poco, se volete restare liberi (Walt Whitman dixit)

Agli Stati, a ciascuno di essi, a ogni città degli Stati: “Resistete molto, obbedite poco”, | basta obbedire ciecamente una volta, per esser in pieno asserviti, | e una volta asserviti, nessun popolo, o stato, o città di questa terra può riconquistare la libertà.

(Walt Whitman, Foglie d’erba. Agli Stati, p. 15, 1° ed. 1855)
Walt+Whitman
Resistete molto, obbedite poco. In quante cose un (meraviglioso) principio del genere sarebbe oggi da mettere in atto? Whitman, fedele alla propria celeberrima visione armonica dell’universo naturale, aveva compreso perfettamente che qualsiasi sovrastruttura umana di natura politico-amministrativa, se costruita male ovvero non per i suoi scopi filosofici ordinari, avrebbe finito per rivoltarsi contro l’uomo stesso. D’altro canto, a mio modo di vedere, tale principio whitmaniano può e deve fare il paio con quello altrettanto celebre (e da tantissimi incompreso), “il governo migliore è quello che non governa affatto”, formulato dal mai troppo osannabile H.D.Thoreau, il cui pensiero non a caso si lega a doppio filo, sotto molti aspetto, a quello di Whitman.
A fronte di una società civile contemporanea che invece pare pedissequamente resistere poco e obbedire molto a qualsiasi cosa, e soprattutto a quelle che più le sono civicamente avverse, principi come quelli sopra riportati sarebbero fondamentali, per la salvezza della stessa società.
Sarebbero, già. Da mettere in pratica, sarebbero.
Se si fosse ancora capaci di farlo.

Gli italiani e la cultura: seduti in un ristorante che offre piatti gustosissimi, si stanno lasciando morire di fame…

L’Italia sprofonda in un tunnel e sta rinunciando alla propria vocazione artistica e culturale sulla quale si e’ fondata l’identità e lo sviluppo della comunità nazionale. Nel 2012 la spesa per la cultura e la ricreazione delle famiglie italiane segna un – 4,4%: si tratta del primo calo dopo oltre un decennio di crescita costante, tanto che tra il 2002 e il 2011 l’incremento era stato del 25,4%. Anche i dati relativi alla fruizione culturale sono negativi in tutti i settori con una netta inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni: -8,2% il teatro, -7,3% il cinema, -8,7% i concerti, – 5,7% musei e mostre. In generale diminuisce dell’11,8% la partecipazione culturale dei cittadini italiani. In un solo anno i musei statali perdono circa il 10% dei visitatori che passano da 40 a 36 milioni, poco più di quelli entrati nei soli musei londinesi. Allo stesso tempo diminuiscono gli investimenti nel settore: solo da parte dei comuni in un anno tagliato l’11% delle risorse mentre le sponsorizzazioni private destinate alla cultura scendono nel 2012 del 9,6%, ma dal 2008 il calo e’ del 42%. (fonte: Asca.it)

Mentre le nostre città perdono competitività turistica, il paese crolla al 15° posto nel Country Brand Index 2013. Insomma, con 3.609 musei, 5.000 siti culturali, 46.025 beni architettonici vincolati, 12.609 biblioteche, 34.000 luoghi di spettacolo e 47 siti Unesco, l’Italia è unica per la ricchezza del suo patrimonio, ma anche uno dei paesi europei più arretrati dal punto di vista dell’investimento e della fruizione culturale. E se allarma ma non stupisce che la spesa annua per abitante sia di 25,4 euro, colpisce invece che quella della Grecia sia doppia rispetto alla nostra. (Fonte: Europaquotidiano.it)

Sul Rapporto Annuale di Federculture che illustra lo stato del comparto culturale italiano si potrebbero formulare innumerevoli considerazioni, con la certezza che tutte quante rapporto_federculturerisulterebbero ineluttabilmente monotone. Esattamente come lo è il fulcro del messaggio contenuto nel volume che presenta il Rapporto: “Occorre ripartire dalla cultura, da una strategia per il Paese, un grande progetto culturale, sociale ed economico che restituisca ai cittadini e alle imprese la speranza per il futuro e una qualità della vita migliore”. Da quanto tempo sentite dire cose del genere? 20 anni? 30, forse 40? Beh, chi non è più così giovane forse le sente dire da ancora più tempo.
E, mi permetto di notare, fa abbastanza (amaramente) ridere constatare come tali rapporti così illuminanti su quanto in basso sia caduta l’Italia pure dove invece potrebbe eccellere su chiunque, al mondo, siano abitualmente presentati alla stampa e al pubblico con l’ausilio di un bel corollario di personaggi politici di varia caratura, rappresentanti quelle istituzioni che in primis hanno causato la tragica situazione suddetta…
D’altro canto, a ben vedere, non è forse un caso che la disastrata Grecia, che spende pro capite il doppio di quanto spende un italiano per la cultura, sia da tempo in piazza a protestare contro i suoi politicanti (nonostante le TV abbiano deciso da tempo che non è più conveniente parlarne), di scuola assai simile a quelli nostrani… Ovvero: se da decenni ci sentiamo dire che occorre fare questo, quello e quell’altro, che così non va bene, che bisogna cambiare le cose e via dicendo, ma la situazione non fa che peggiorare per il semplice motivo che chi dovrebbe fare qualcosa non fa nulla, anzi, pare faccia di tutto per agevolare e accelerare il peggioramento, beh, allora tocca a noi, comuni cittadini, agire. E agire in ogni senso, contro quella immonda classe politica che continua beatamente a farsi gli affari propri lasciando coprire di fango la bellezza e la ricchezza che l’Italia possiede, e a favore di noi stessi difendendo la nostra cultura, il nostro patrimonio artistico e culturale, rivendicandone la proprietà e la volontà di goderne e non solo perché è preziosissimo cibo per la mente ma pure per la pancia, per quanto sfruttando la cultura potremmo diventare facilmente e tranquillamente una delle nazioni più ricche del pianeta.
Certo che poi, quando che leggo che a fronte del calo delle spese dedicate alla cultura da parte delle famiglie italiane, quelle destinate al gioco d’azzardo sono in forte e costante aumento, da un lato mi risultano ancora più lampanti i danni derivanti dalla mancanza di cultura diffusa in Italia, ma dall’altro mi ritrovo a pensare che un tale paese probabilmente tutto quel ben di dio artistico e culturale che si ritrova, non se lo merita affatto, al contrario invece dei governanti che si ritrova.
Riflessione finale amara e pessimistica, ma tant’è.

Cultura e politica? Come il diavolo e l’acquasanta… – anzi, viceversa!

Non amo parlare di politica, almeno per come viene inteso tale termine (invero di origini nobilissime) dalle nostre parti: troppo umiliante e potenzialmente infangante l’averci a che fare, anche solo a parole! Ma se proprio devo gettarvi uno sguardo, cercando di cogliere percezioni atte a ricavarne una qualche opinione, beh, una di quelle più lampanti – e per il cui senso qui ne voglio trattare – è quanto la politica italiana, a “destra” come a “sinistra” (si notino le virgolette, e si pensi a quel noto brano musicale di Giorgio Gaber…), abbia ormai quasi del tutto disconosciuto e rinnegato qualsiasi legame con la cultura, ovvero con il pensiero culturale coevo e con coloro i quali ne sono fonte e voce – i cosiddetti “intellettuali”, termine che a dire il vero non mi mai piaciuto granché… – con risultati che più rispettosi della par condicio non si può. E mi tornano in mente le Lezioni sulla missione del dotto di Fichte, e su come i dotti (non l’avevano ancora inventato, allora, il termine “intellettuale”, almeno con l’accezione oggi in uso!) Johann_gottlieb_fichteabbiano la missione di diffondere la loro sapienza agli uomini, ovvero di fare della stessa la base virtuosa di qualsivoglia azione di natura sociale e dunque necessariamente, anzi, inevitabilmente politica. Nozioni di due secoli fa, ma pare che questi duecento anni siano stati percorsi dalla politica all’indietro, non in avanti…
A destra, di intellettuali veri e degni di tal nome credo proprio non ve ne sia nemmeno più uno: non a caso la destra italiana è talmente rozza, cafona, ignorante, demagogica (nel senso peggiore del termine) e politicamente immorale; non a caso vengono spesso definiti “intellettuali” personaggi le cui idee offenderebbero dei bambini di un anno; e non a caso ciò comporta l’arrivo sugli scranni del potere di personaggi che in qualsiasi altro paese genererebbero un senso di profonda vergogna nazionale… Votata al populismo più sfrenato, al panem et circenses estremo e a un concetto di liberalismo falso dacché prettamente oligarchico, la destra italiana ha praticamente fatto estinguere l’intellettualismo di parte per intraprendere una strategia politica (!?) che si basa proprio sull’assenza di pensiero e pure di qualsivoglia pur minima capacità di riflessione critica, anche quando indubitabilmente schierata. Temo che nemmeno ai tempi del fascismo vi fosse una tale assenza di intellettualismo pur di parte, appunto!
A sinistra, invece, di intellettuali ve ne sarebbero, eccome! – inutile dire che da sempre l’intellettualismo ha goduto di un maggior feeling con questa parte politica, piuttosto che con la destra. Epperò che fa la sinistra italiana? Li ignora, gli intellettuali; finge di cullarli tra le sue braccia ma evita accuratamente di ascoltarli, anzi, spesso se ne mostra parecchio infastidita, con atteggiamento saccente e presuntuoso tanto quanto ottuso e autolesionista. Non a caso la sinistra italiana è così tanto mentalmente rattrappita, incapace, sprovveduta, disadattata e inguaribilmente perdente; non a caso così spesso si vanta dei suoi princìpi e valori per poi puntualmente rinnegarli, con gran ipocrisia; non a caso ciò comporta che, così spesso, gli esponenti di sinistra appaiano come quelli di destra, ma seduti dalla parte opposta del parlamento, dando la viva impressione di esserlo, di sinistra, solo perché per un motivo o per l’altro non possono esserlo di destra. E pensare che il materialismo storico, papà del pensiero di sinistra (o comunista che dir si voglia), è frutto della riflessione filosofica, qualcosa che più intellettuale di così non si può!
Ergo, come dicevo all’inizio, par condicio perfettamente rispettata: destra e sinistra italiane ugualmente indegne di qualsivoglia rispetto e considerazione.
Ecco: volendo parlare di politica partendo da un punto di vista culturale, mi viene da dire e ribadire che la politica italiana è talmente immonda anche perché ormai totalmente priva di buona cultura. Cultura nel senso più alto e “propizio” del termine, quella che sarebbe capace di apportare al pensiero politico quanto di buono viene elaborato nelle discipline umanistiche, scientifiche e artistiche… No: oggi pensatori, letterati, scienziati, artisti e intellettuali d’ogni genere sono persone non gradite alla politica. I “dotti” di Fichte stanno ad essa come un animalista starebbe ad un gruppo di bracconieri coi fucili carichi. Pensano troppo, appunto, e il pensiero, quando derivante dalle suddette discipline ovvero da menti illuminate, è quanto di più opposto al magna-magna totale che, a conti fatti, la politica è. Forse perché in questo modo, ridotto tutto e tutti all’ignoranza più profonda, quando questo povero paese imploderà definitivamente non saremmo nemmeno più in grado di rendercene conto. Andremo allo scatafascio ridendo come degli ebeti. Amen.

“Il governo migliore è quello che non governa affatto” (Thoreau dixit)

Thoreau_Disobey_imageAccetto di tutto cuore l’affermazione, – “Il governo migliore è quello che governa meno”, e vorrei vederla messa in pratica più rapidamente e sistematicamente. Se attuata, essa porta infine a quest’altra affermazione, alla quale pure credo, – “Il miglior governo è quello che non governa affatto”, e quando gli uomini saranno pronti, sarà proprio quello il tipo di governo che avranno. Il governo è nell’ipotesi migliore solo un espediente; ma la maggior parte dei governi sono di solito espedienti inutili, e tutti i governi sono tali di quando in quando. Le obiezioni che sono state sollevate contro l’esistenza di un esercito permanente, ed esse sono molte, sono consistenti e meriterebbero di prevalere, potrebbero essere sollevate anche contro l’esistenza di un governo permanente.
Henry David Thoreau, Disobbedienza civile (traduzione originale di Manuela Federella)

In effetti è già da tanto tempo che me lo domando…
Sì, insomma: se l’uomo si è (auto)proclamato “razza più intelligente ed evoluta sul pianeta”, com’è che ancora oggi, dopo millenni di evoluzione intellettuale, sociale, civile (presunta, forse, ma ora diamola per effettiva), ha ancora bisogno di essere governato da un potere superiore? Com’è che ancora abbiamo bisogno di avere un “capo”, un “leader”, qualcuno che stabilisca per noi ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? Peggio, che ci imponga cosa fare e cosa no, a cosa credere e a cosa no, come dobbiamo vivere per essere considerate “brave persone” e viceversa? Peggio ancora, che ci metta in bocca le parole “giuste” da dire, e in testa le “verità” a cui dare pedissequamente credito?!?
E non intendo fare riferimento – lo capirete bene – alle cose pratiche, alla gestione concreta del vivere sociale quotidiano, semmai proprio alla necessità di un riferimento superiore che, in quanto tale, possa e debba detenere un potere di suddetta foggia su tutti noi “esseri intelligenti”. Perché, insomma?
Non dovremmo ormai, dopo i citati millenni di evoluzione generale, essere in grado di capire da soli come vivere nel modo più virtuoso possibile per sé stessi e di rimando per l’intera comunità che abbiamo intorno, nella quale viviamo e con la quale interagiamo?
Siamo veramente così intelligenti, noi tutti, se ancora abbiamo bisogno di sottostare al volere di capi politici, religiosi e affini, e alle loro mere volontà?
Forse, con Thoreau, sto solo navigando nel grande oceano dell’utopia più spinta, eppure il dubbio ce l’ho ed è fortissimo, su che noi si sia veramente così intelligenti o che non sia l’ennesima dimostrazione della nostra presunzione, della limitatezza mentale e spirituale ovvero della nostra stupidità… Dunque, della nostra scarsissima cultura – sto pensando ancora a Thoreau, e a quella sua affermazione contenuta nel Walden ovvero Vita nei boschi: Per quanti uomini la lettura d’un libro è stata l’inizio d’una nuova era nella loro vita!
Già, proprio così… Una nuova era assai lontana, se il nostro pretenderci così “intelligenti” sarà soltanto una boriosa vanteria, e non una concreta realtà.