Il giornalismo è un commercio su larga scala (Sergej Dovlatov dixit)

Sui giornalisti si è espresso in modo eccellente Ford: “Un cronista onesto si vende una volta sola”. Ritengo tuttavia che questa affermazione sia idealistica. Il giornalismo ha i suoi punti-vendita, i suoi negozi dell’usato e persino il suo mercatino delle pulci. Cioè è un commercio su larga scala.

(Sergej Dovlatov, CompromessoSellerio Editore, Palermo, 1996, traduzione dal russo e cura di Laura Salmon, pag.176.)

dovlatov-photo2No! Non ci crederete, ma in questa citazione non si sta dissertando del giornalismo nostrano! Impossibile, dal momento che Dovlatov, nel libro dal quale è tratta tale citazione, raccontava della sua esperienza di corrispondente a Tallinn, a metà anni Settanta, nell’Estonia allora sotto il dominio del comunismo sovietico.
Come? Ma allora da quei tempi e da quella condizione politico-ideologica repressiva non è cambiato molto, dite?
Eh, in effetti…

(P.S.: cliccate sull’immagine di Dovlatov per leggere la mia recensione a Compromesso.)

Libri da leggere ma non da scriverne (Stefano Bartezzaghi dixit #2)

Devo scrivere un articolo, sono preoccupato. E’ un libro di Francis Ponge, mi piace, ma mi piace in quel modo che non mi renderà agevole scriverne. Ho già capito, infatti, che ci sono libri che voglio solo leggere e magari sono i miei preferiti: a distanza di decenni potrò dire di non averne mai scritto o parlato, se non pochissimo. (…) Ogni articolo commissionato è una vasta incognita, anzi, una somma di incognite. Troverò anche questa volta un incipit? Una chiusa? Commetterò un errore che mi tradirà? Reggerà, il mio bluff, una volta di più? Mi aggiro per la città all’ombra di una minaccia di ignominia, che mi agita e protegge e di cui sono l’unico, ancorché infaticabile, alimentatore.

Stefano Bartezzaghi, M – Una metronovela (Einaudi, 2015, collana Frontiere, pag.105-106)

bartezzaghi-1280x628E’ vero che di certi libri la cui lettura risulta particolarmente significativa e colpente sarebbe meglio non scriverne, per chi invece lo deve fare a volte inevitabilmente. E’ un po’ come offendere quell’importanza particolare, come svilirla attraverso parole che gioco forza mai potranno del tutto riportare il valore di essa – il che genera le paturnie rimarcate da Bartezzaghi, poi. Paturnie peraltro importanti delle quali chi scrive dovrebbe comunque almeno un poco soffrire, per garantire ai lettori l’offerta di testi che siano interessanti ovvero, per quanto possibile, mai insignificanti. Cosa mai semplice, appunto – e si vede, leggendo in giro.

P.S.: chi è quel Francis Ponge? Qui.

Una letteratura condannata all’irrilevanza. Stralci da un articolo di Martina Testa, di Minimum Fax

Stralci di un articolo di Martina Testa, direttore editoriale di Minimum Fax, pubblicato su Artribune nr.15, Settembre-Ottobre 2013. Lo rimetto alla vostra attenzione (nonostante il pezzo sia di qualche settimana fa, appunto) e li cito, tali stralci, perché in qualche modo confermano certe mie opinioni circa il panorama letterario/editoriale nostrano di oggi da una posizione interna al panorama stesso e peraltro di prestigio, vista la bontà del lavoro di Minimum Fax. Un buon lavoro, quello della casa editrice romana e di molte altre piccole, medie e indipendenti, che rischia di essere “infangato” e reso vano dalla situazione in corso, caratterizzata da (per semplificare al massimo) troppa quantità edita a fronte di sempre più scarsa qualità letteraria. Certo, gli italiani leggono poco e questa è una colpa gravissima e una questione non solo culturale ma pure sociale: tuttavia se l’editoria (che è un’industria culturale, è bene non dimenticarlo mai!), piuttosto che far di tutto per invertire tale tendenza la sfrutta biecamente per conseguire meri fini consumistici ovvero di guadagno – il che significa, nella logica industriale in cui pure i grandi editori sono finiti, elargire dividendi agli azionisti, e pace se nel frattempo il paese diventa sempre più ignorante… – allora non solo scivoliamo verso l’orlo del baratro ma veniamo pure brutalmente spinti in esso.
E, si noti, l’articolo pare scritto sull’onda della visione del “talent show” RAI per scrittori Masterpiece! Invece no, non era ancora in onda, all’epoca della pubblicazione, d’altro canto tale parvenza ne conferma la bontà: in fondo il programma di RAI 3 non è che una macroscopica prova di quanto asserito.
L’articolo completo di Martina Testa lo trovate QUI.

Da una dozzina d’anni lavoro per una casa editrice di Roma: prima come redattrice, poi anche come editor e ora come direttore editoriale. (…) La mia professione si svolge all’interno della cosiddetta “industria culturale”: un complesso di attività che comprende non solo la produzione di materiali culturali ma anche la loro diffusione, comunicazione, valutazione; un ambito in cui la letteratura e l’editoria convivono con la musica e le arti visive, ma anche con l’organizzazione di eventi e il giornalismo. Riflettendo sulle dinamiche di questo vasto settore, un fenomeno che negli ultimi anni mi sembra evidente è quello del sostituirsi della forza della personalità alla forza della competenza. Un ventennio di berlusconismo, televisivo e non, ha eroso alla base l’idea che lo studio, l’acquisizione di sapere, il possesso di un bagaglio di tecniche specifiche e di strumenti critici siano necessari per farsi strada professionalmente. Il biglietto da visita è diventato quello del carattere: simpatia, spigliatezza, voglia di fare; sensibilità, originalità, passione; capacità di farsi notare. Questo tipo di mentalità anti-intellettuale, la mentalità per cui chi “sa” è un pedante da sbeffeggiare, o un elitario da guardare con sospetto, ha trovato terreno fertile nella democrazia telematica da blog e da social network. Il preoccupante risultato è che, oggi, chiunque scriva si sente scrittore, chiunque faccia musica si sente musicista, chiunque abbia un’opinione su un libro si sente critico letterario, chiunque scatti una foto si sente fotografo. E spesso si ritiene che la passione per la lettura basti di per sé a dare accesso a una vita professionale nell’editoria. Non molti sembrano consapevoli del fatto che per lavorare nella redazione di una casa editrice è utile saper scrivere senza errori in un paio di lingue straniere, o saper usare uno scanner, o saper creare un file .epub, o conoscere il linguaggio HTML o anche solo la regola per la formazione del plurale dei sostantivi in –cia e –gia. (E il fatto che gran parte delle case editrici esternalizzino sempre più il lavoro, rinunciando a formare il proprio personale interno, non contribuisce certo a innalzare il livello di competenza generale nel settore.) (…) Ritenere la letteratura e l’arte – nonché il fare libri, e il curare mostre – questione di sentire più che di sapere fa gioco a chi vuole ridurle a passatempo o a puro mercato, e privarle di valore conoscitivo, critico e, in definitiva, politico. Se in nome di un generico rifiuto della “casta” (la casta dei critici, la casta dell’“editoria tradizionale” ecc.) la cultura si pensa fatta solo di gusto, estro creativo, intraprendenza personale, e non più di abilità tecnica, di patrimonio cognitivo condiviso da accrescere e trasmettere, la si condanna all’irrilevanza. Proprio come, nella vita politica, la progressiva sostituzione della personalità alla competenza e l’idea che voler fare equivalga tout court a saper fare hanno portato agli esiti desolanti degli ultimi mesi.

L’inarrestabile caduta nel fango di tanti “cugini di penna”…

Una stampa cinica e mercenaria, prima o poi, creerà un pubblico ignobile. (Joseph Pulitzer)

Con l’inchiostro, una mano può innalzare un furfante ed abbassare un galantuomo. (detto popolare italiano)

I giornalisti sono, sotto molti aspetti, “cugini” degli autori letterari. Scrivono anch’essi – almeno così i più iniziano – e scrivono storie che in teoria dovrebbero essere vere, mentre quelle dei secondi sono di norma opera di fantasia – ma sapete bene che ora tale distinzione, per colpa dei primi, è assai aleatoria.
I più scaltri di loro – nel bene o, temo più spesso, nel male – finiscono in TV, a volte diventando opinion leader, altre volte (che di frequente coincidono con le prime) ammanicandosi per bene con chi detiene il potere politico. Che, inutile rimarcarlo, a Sud delle Alpi e a Nord di Lampedusa è di infima specie.
Beh, forse se questa “specie” fatta di autentica marmaglia continua a essere votata dalla gente e quindi eletta, a rubare, a farsi gli affari propri alle (e sulle) spalle di tutti e alla fine a farla sempre franca, è anche perché certi sedicenti “giornalisti”, da perfetti e viscidi servi dei poteri dominanti, continuano a dare a siffatti immondi personaggi attenzione e considerazione mediatica, dunque importanza, dunque influenza – oltre a un diritto di parola che degli inquisiti/rei confessi non dovrebbero avere, a mio parere. Alla fine, da bravi complici, sono i primi a consentir loro di svicolare e salvarsi – magari con la promessa di qualche futuro tornaconto, visto che questa gentaglia, una volta fatta franca, trova sempre il modo di tornare a fare ciò che di illegale faceva prima…

Nel giornalismo confluiscono i falliti della lotta quotidiana, i competenti di tutti i mestieri, incapaci di esercitarne uno. (Enciclopedia Vallardi, 1901)

(N.B.: le citazioni sono tratte da Wikiquote)