Noi che parliamo con gli alieni? Seee, come no!

Visto come sta andando il nostro mondo (da schifo, certo), e quanto molte parole terribili come “massacro”, “genocidio”, “guerra nucleare” eccetera siano ormai all’ordine del giorno, mi torna spesso in mente quella storiella che dice di quanto sia affascinante la ricerca di altre forme di vita intelligenti nell’Universo portata avanti da alcuni enti scientifici e al contempo di come sia inutile: non perché non siamo in grado di captare i segnali degli alieni, semmai perché gli alieni non hanno assolutamente voglia di parlare con noi del pianeta Terra.

E nel caso invece decidessero di parlare con noi – mi immagino un alieno particolarmente prestigioso che faccia da portavoce per tutte le civiltà dell’Universo prossime alla Terra – sono certo che ci direbbe qualcosa del genere:

Spettabili terrestri,
scusateci tanto, ma con che coraggio pretendete di entrare in contatto con noi, voi, con tutto quello che da secoli e in maniera sempre peggiore combinate a voi stessi e al vostro pianeta? Ok, avete fatto qualcosa di buono – le arti, certe scoperte scientifiche, le opere di alcune vostre figure ammirevoli – ma ciò non è bastato a fermare la vostra perenne volontà di distruggervi a vicenda e distruggere il mondo sul quale abitate. Anzi.
Credete di poter parlare con noi, creature viventi di altri mondi, quando non siete mai riusciti nemmeno lontanamente a comunicare con le creature viventi del vostro mondo, quelle con cui coabitate la Terra. E al riguardo non veniteci a dire dei vostri cani o degli altri animali domestici, suvvia: dei semplici schiavi assoggettati ai vostri banalissimi comandi! D’altro canto di frequente neanche fra di voi sapete comunicare, si veda quanto ho detto prima sulle guerre devastanti che con immutabile impegno scatenate continuamente e alle atrocità che ne conseguono.
E, con tutto ciò, sul serio pensate di poter parlare con noi e che noi abbiamo voglia di dialogare con voi? Ma fateci il favore… Gran bella spocchia, complimenti proprio!
Facciamo così: ci vediamo tra qualche vostro secolo, quando sarete guariti da tutte queste vostre spaventose pazzie, se ci riuscirete. E sempre che non vi autodistruggiate prima, ovviamente: cosa peraltro parecchio probabile.
Addio!

Un record da battere?

«Ti importa dell’Olocausto o pensi che non sia mai successo?»
«Non solo so che abbiamo perso 6 milioni di ebrei, ma quello che mi preoccupa è che i record sono fatti per essere battuti.»

[Da Harry a pezzi (Deconstructing Harry), 1997, film scritto, diretto e interpretato da Woody Allen.]

Dunque, l’umanità saprà battere anche questo «record»?

A considerare lo stato del mondo attuale e la cronica assenza di memoria della civiltà umana (nonostante le belle parole spese nella giornata odierna), qualche buona probabilità ci potrebbe essere. Già.

[Bambini ebrei nel campo di concentramento di Auschwitz, 1945. Foto di Alexander Voronzow, pubblico dominio, fonte commons.wikimedia.org.]

Palestina e Israele

[Foto di hosny salah da Pixabay.]

Se quello a Gaza non è ancora un genocidio, le autorità di Israele stanno facendo di tutto e rapidamente per farlo sembrare.

Il governo Netanyahu si è ormai posto sullo stesso piano terroristico di Hamas, entrambi nemici sia del proprio popolo sia dell’altro. Non c’è più né ragione e né torto, da una parte o dall’altra: ci sono solo civili innocenti che muoiono, tra cui molti bambini. In queste circostanze nessuno vince, tutti ne escono sconfitti.

Occorre un cessate il fuoco immediato. Occorre fermare il massacro dei civili di Gaza e gli attacchi a quelli israeliani. Occorre che Hamas, Netanyahu e i rispettivi sodali spariscano dalla realtà geopolitica mediorientale. Occorre eliminare gli opposti integralismi religiosi e politici. Occorre uno stato palestinese libero e sovrano. E tutto ciò occorre innanzi tutto a Israele e al suo futuro.

P.S.: non ho voluto accompagnare queste mie semplici considerazioni con un’immagine troppo brutale, di quelle che peraltro si trovano facilmente sul web, ma con una (scattata da un fotografo palestinese che vive(va) proprio nella Striscia di Gaza) che, nonostante tutto, possa far credere che un poco di gioia e di speranza si riescano a vivere sempre, anche in una tragedia talmente grande.

Freud e la “guerra genetica”

P.S. – Pre Scriptum: questo è un post che in origine pubblicai qui sul blog 4 anni fa, il 12 aprile 2018, quando la guerra in Siria raggiungeva il proprio apice di barbarie bellica. Oggi, che “la Siria” ce la siamo portata nel mezzo dell’Europa, torna drammaticamente valido.

[Il centro commerciale Podilskyi District di Kiev distrutto da un bombardamento delle forze armate russe, 20 marzo 2022. Foto di Kyivcity.gov.ua, CC BY 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Inizialmente, in una piccola orda umana, la maggior forza muscolare decise a chi dovesse appartenere qualcosa o la volontà di chi dovesse realizzarla. Presto la forza muscolare è accresciuta o sostituita dall’uso di certi strumenti; vince chi possiede le armi migliori o chi le adopera con maggior destrezza. Con l’introduzione delle armi la superiorità intellettuale comincia già a prendere il posto della forza muscolare bruta, benché lo scopo finale della lotta rimanga il medesimo: una delle due parti, a cagione del danno che subisce e dell’infiacchimento delle proprie forze, è costretta a desistere dalle proprie rivendicazioni o opposizioni. Ciò è ottenuto nel modo più radicale quando la violenza toglie di mezzo l’avversario definitivamente, cioè lo uccide.

(Sigmund FreudLe ragioni profonde della guerra in Lettera a Einstein, settembre 1932, in Opere, Torino, Boringhieri, 1966-1978, vol. XI, pp. 293 e sgg.)

Nel 1931 il Comitato sull’Arte e Letteratura della Lega delle Nazioni propose ai più noti intellettuali dell’epoca di iniziare una corrispondenza epistolare su diversi temi; fra di essi, Sigmund Freud e Albert Einstein discussero intorno al tema della guerra. Gli scritti di Freud, che comunque riprendono concetti già espressi in sue opere precedenti, vennero poi raccolti in Perché la guerra? e sono considerati in gran parte premonitori della successiva ascesa del nazismo in Germania e degli eventi della Seconda Guerra MondialeFreud, al contrario di Einstein, affermò l’impossibilità della fine delle guerre, in quanto l’aggressività, fondamento di ogni guerra, è radicata nell’uomo.

Per cui, se così si può dire, non è dunque la guerra il problema – Freud docet. Dobbiamo farcene una ragione o quanto meno meditarci sopra per bene, e sotto ogni punto di vista.

In tempi (ancora) non sospetti

P.S. (Pre Scriptum): l’articolo che vi ripropongo qui sotto – dal tono chiaramente provocatorio ma dal senso assai pragmatico – in origine l’ho pubblicato più di un anno fa, il 3 febbraio 2021. Ovviamente trovai chi se ne risentì e mi disse, nella sostanza, che non capivo niente. In effetti è vero, non capisco granché, ma almeno provo, cerco, tento di riflettere e capire qualcosa. Non è detto che ci riesca ma, come dice il noto detto, tentar non nuoce.

In fondo, come dimostrano benissimo gli eventi degli ultimi giorni, che differenza c’è tra il potere putiniano di matrice sovranista che oggi tiranneggia la Russia e quello del PCUS di retaggio stalinista che un tempo soggiogava l’allora Unione Sovietica?

Cambiano le forme, i colori, le bandiere, gli slogan, ma la sostanza reale cambia di poco o per nulla – nonostante tutta l’ipocrita retorica di contorno, che interessa tanto i media ma per nulla i cittadini russi.

E ugualmente non cambia il destino della Russia, paese grande, nobile, fondamentale tanto quanto angariato, ineluttabilmente incapace di sfuggire ai propri demoni, terra nella quale – scriveva Konstantin Bal’mont in una delle sue poesie – c’è

Una solenne
ma tacita voce di doglie struggenti,
desìo senza speme, silenzio perenne,
vertigini fredde, pianure fuggenti.

Un paese con il quale l’Europa potrebbe e dovrebbe convivere in modi ben più virtuosi e dal quale invece deve diffidare, per colpa di un destino cupo e sciagurato ad esso forzatamente imposto da poteri biechi e meschini che, a constatarlo nuovamente in forza dei fatti recenti, «Al cuore fa male, al cuore fa pena» – per citare ancora Bal’mont.