MiArt 2014: opinioni, impressioni, riflessioni, visioni.

MiArt 2014 si è chiusa da poche ore (sto scrivendo questo pezzo lunedì 31) e, come sa chi segue il blog, quando ho occasione di visitare un evento del genere offro poi il mio resoconto di puro appassionato d’arte (contemporanea, in primis) mettendo per iscritto ciò che mi è parso di vedere capire dell’evento stesso.
Per il MiArt di quest’anno, tuttavia, voglio fare qualcosa di diverso e – sia chiaro fin da subito – non di contrario o contrapposto, anzi: è la mia una forma particolare d’omaggio per un evento che, fortunatamente, sta riportando Milano al centro del traffico artistico che conta, dotando la città di una fiera degna di tal nome e con altrettanto degno corollario di appuntamento d’incontro e d’approfondimento – oltre che di immancabile festa. Sì, al di là di quanto vi sto per mostrare, ricavo da questa edizione della fiera milanese, la seconda targata Vincenzo De Bellis, un’ottima impressione generale, che diventa eccellente dal punto di vista dell’organizzazione e del mood generale scaturente dall’evento: bell’atmosfera, tanta gente, ottime gallerie, ben poco di opinabile – ecco, se proprio devo opinare qualcosa, devo dire che la sezione dedicata al design mi pare ancora troppo esigua e poco consona, oltre che piuttosto snobbata da un pubblico che, evidentemente, riserva la propria attenzione verso tale settore all’imminente periodo del Salone del Mobile, dedicandosi qui invece soprattutto all’arte – cosa che mi pare logica, d’altronde, quantunque design e arte contemporanea si stiano imparentando sempre di più.
Per quanto riguarda le proposte delle gallerie, trovo che le italiane siano sempre fin troppo conformiste, per così dire, presentando soprattutto opere già storicizzate e di sicuro appeal, quasi a voler assicurarsi un certo ritorno economico che giustifichi la spesa sostenuta per essere presenti in fiera. O forse l’arte contemporanea italiana non merita d’essere presentata a fianco dei vari (e soliti) Fontana, Boetti, Castellani, Burri e via dicendo? Ciò che voglio dire è che un Fontana, negli stand di certe gallerie, so per certo di poterlo trovare e nel caso acquistare, mentre mi è più difficile trovare opere di nomi nuovi e/o emergenti, che sono sicuro meriterebbero a loro volta un palcoscenico (commerciale) importante come quello offerto dal MiArt, a fronte, certo, di una più difficile vendibilità. Ma, insomma, il nome nuovo diventa importante (e sale di quotazione) se lo si presenta e lo si spinge in pubblico, non certo lasciandolo in galleria e aspettando che arrivi qualche buonanima di giornalista del settore a scoprirlo e farlo scoprire ai potenziali acquirenti… Ho visto invece ben più intraprendenza, in tal senso, nelle gallerie estere: alla fine credo sia anche una questione culturale, di maggior capacità ricettiva verso il “nuovo” dell’ambiente dal quale quelle gallerie provengono – e al MiArt ve n’erano di tedesche, nordeuropee, americane, sudafricane… – ovvero di un atteggiamento dei galleristi stessi più teso alla ricerca continua di nuovi talenti con relativa ricaduta commerciale fruttuosa, aspetto che invece dalle nostre parti è di più ostica realizzazione. E di talenti, in Italia, ce ne sono a iosa: sarebbe bello vederne di più in queste occasioni, appunto.
In ogni caso leggo che la grande parte dei galleristi si dichiara soddisfatta dei riscontri ottenuti durante MiArt, sia in termini di vendite che di contatti potenziali; dunque, a prescindere dalle suddette impressioni, non posso che augurarmi che finalmente la fiera milanese possa continuare a crescere e consolidarsi come evento tra i maggiori e i più proficui del mercato dell’arte italiano, continuando sull’onda di queste due ultime edizioni e alla guida di De Bellis, indubbiamente il principale fautore di tale bella crescita grazie ad un lavoro di sostanza e piacevolmente creativo. Quello targato 2015 sarebbe – stando al contratto vigente – l’ultima edizione di sua direzione; da appassionato visitatore di eventi del genere, beh, uno come lui non me lo farei rubare dalla concorrenza!

Dicevo, invece, di come da par mio voglio diversamente raccontare il MiArt 2014: attraverso una galleria di immagini il cui titolo dice tutto, in buona sostanza: l’arte non è l’arte. Perché l’arte è dappertutto, e se la sappiamo cogliere sapremo anche percepire quando essa sia di valore, ovvero quando non sia che un vuoto esercizio di stile.

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Possono delle opere di arte contemporanea stare in un fazzoletto? La risposta allo spazio d’arte “Piscina Comunale” di Milano!

Parecchio originale la nuova mostra presenta presso la Piscina Comunale – Spazio d’arte in Copisteria di Milano: una collettiva curata da Adriano Pasquali che presenta più di cento opere realizzate “in un fazzoletto” – letteralmente s’intende, ovvero create su altrettanti semplici fazzoletti. Non solo una mera reinterpretazione fuori dal comune del supporto artistico, ma pure una sorta di metafora del valore di esso e dell’arte stessa, in grado di offrire un certo valore – estetico, tematico, culturale, sociale persino – al fruitore anche quando “relegata” su di un supporto così apparentemente limitato e limitante… Ma, inutile dirlo, quando l’arte è di valore (e di nuovo intendo ciò in senso artistico, appunto, non certo “commerciale”!), qualsiasi pur ridotta quantità non sarà mai proporzionale alla qualità offerta! E in fondo, appunto, nemmeno al mero godimento estetico di essa…
Fino al prossimo Ottobre, alla Piscina Comunale di Milano, in via Campiglio 13 (zona Lambrate). Cliccate sull’immagine qui sotto per visitare la pagina facebook dello spazio d’arte e avere maggiori informazioni sulla mostra, oltre che per poterne vedere anche qualche interessante video.

Piscinacomunale_set2013

E se domani mattina sparissero di colpo editori, libri e librerie? Sicuri che ci sarebbe una rivolta popolare?

Prendo spunto da un articolo del sempre illuminante Christian Caliandro, intitolato Contemporaneo, patrimonio, stupidità e apparso sul numero 13 della rivista d’arte Artribune, nel quale l’autore propone una interessante provocazione:

Proviamo a immaginare uno scenario: cosa accadrebbe se una mattina, contemporaneamente, scomparissero dall’Italia tutti i musei, le biblioteche, le librerie, le gallerie? Poco o nulla, con ogni probabilità. A parte gli immancabili appelli di intellettuali infuriati, e le proteste di minoranze probe e coscienziose, la maggior parte degli italiani quasi non se ne accorgerebbe, o commenterebbe facendo spallucce.

Ora focalizziamo e approfondiamo tale provocazione sul comparto editoriale, supponendo che, appunto, da domani mattina spariscano editori e librerie, dunque svanisca la possibilità di leggere libri. Cosa potrebbe accadere, secondo voi? Sommosse, rivoluzioni, proteste tumultuose contro le classi dirigenti che avranno permesso ciò senza fare nulla di concreto? Forse di primo acchito verrebbe da Christian-Caliandro_imagerispondere: ma certo, accadrà senza dubbio qualcosa del genere! Personalmente, invece, temo che accadrebbe quanto Caliandro ipotizza nel brano sopra riportato del suo articolo: sì, ovviamente qualche protesta anche pubblica ci sarebbe, nelle piazze, fuori dalle serrande abbassate di qualche libreria o magari pure davanti a qualche ministero… Ma quanta gente ci sarebbe, secondo voi, a protestare? Una folla oceanica? Oppure una minoranza proba e coscienziosa la quale, naturalmente, essendo composta da lettori probabilmente forti e dunque di presumibile cultura e relativo alto senso civico, non arriverebbe mai a mettere in atto proteste particolarmente veementi e di matrice sovversiva, se non per via dei soliti “antagonisti” infiltrati. Di certo la loro protesta sarebbe ben più civile e ragionata di quella che verrebbe messa in atto da chissà quanti facinorosi nel caso (sempre ipotetico/fantascientifico, ovvio) che domani mattina venisse abolito il calcio con tutti i suoi annessi e connessi.
Posto ciò, viene da chiedermi una conseguente domanda, che vi propongo in considerazione di come il libro e la letteratura – dunque il comparto editoriale – sia il principale e più popolare segno di “cultura” diffuso nella nostra società: cosa siamo disposti veramente a fare, per difendere la cultura? Ovvero, per porre la stessa questione da un punto di vista complementare: la cultura va difesa a ogni costo, certamente, ma per chi e per quanti la si deve difendere?
La cultura – e, appunto, la lettura di libri, il primario esercizio culturale che noi tutti si possa mettere in atto, come dicevo poc’anzi – è fondamentale per ogni civiltà che si voglia definire realmente tale; di contro, nella nostra epoca contemporanea ricca di difetti e storture, è la domanda che regola l’offerta di un bene, e se non c’è la prima inevitabilmente la seconda diviene non sostenibile. Bene (anzi, male!), con la crisi profonda che attanaglia la nostra società, e che risulta particolarmente dura per il comparto editoriale, da anni in costante calo di vendite e di fatturati – o, se preferite, in costante aumento di debiti – è tanto spaventoso quanto realistico sostenere che, oggi, se il mercato dell’editoria svanisse domani mattina, il danno economico generale non sarebbe affatto grave – e forse è anche per questo che la politica ormai da anni non muove un dito per sostenere l’editoria e il settore culturale in genere, piuttosto configurandosi spesso come un elemento repressore degli stessi (basti cop_laciviltadellospettacolopensare ai costanti ed efferati tagli di fondi!) Non solo: come ha ben sostenuto Mario Vargas Llosa nel suo recente La civiltà dello spettacolo (Einaudi 2013; qui una bella recensione di Francesco Giubilei dal sito di ScrivendoVolo), buona parte dei libri editi che oggi vendono di più e che quindi contribuiscono maggiormente alla sopravvivenza dei principali editori sono quelli che in verità “letteratura” nel senso più alto e virtuoso del termine non lo sono affatto, ma che sono invece mero intrattenimento. Rappresentano “una letteratura che senza il minimo imbarazzo si propone prima di tutto e soprattutto (quasi esclusivamente) di divertire”, in buona sostanza riproponendo sulla carta stampata e rilegata gli stessi meccanismi di facile intrattenimento che soprattutto la TV ha imposto universalmente negli ultimi decenni. Continua Vargas Llosa: “La cultura in cui siamo immersi non favorisce, anzi scoraggia, gli sforzi strenui destinati a culminare in opere che pretendono dal lettore una concentrazione intellettuale. […] I lettori di oggi vogliono libri facili, che li intrattengano, e questo tipo di domanda esercita una pressione che diventa un potente incentivo per i creatori”. Cosa significa tutto ciò? Molto semplice: che nel caso domani mattina sparissero editori e librerie, la maggior parte del pubblico che legge libri (che è quella parte che ne legge ben pochi all’anno, a volte solo uno, come dimostrano bene le statistiche) in fondo potrebbe facilmente sostituirli con qualcos’ altro che possa garantire un simile intrattenimento, visto che alla fine di tutto è questo lo scopo al quale anche molta letteratura si è disgraziatamente piegata. Tuttavia, se il libro decide di mettersi sullo stesso piano dell’immagine – televisiva o cinematografica – in verità firma la propria condanna a morte, dacché mai un media che richiede inevitabilmente uno sforzo mentale (anche minimo) per la propria comprensione e assimilazione potrà competere con quei suddetti media che, grazie all’immagine e ancor più grazie alle strategie di comunicazione visiva messe in atto al giorno d’oggi (ormai del tutto al servizio di contenuti di infimo livello, come saprete bene) offrono tutto bell’e pronto al pubblico fruitore senza bisogno di alcun altro sforzo, anzi, con appagamento ludico ben più immediato e intenso.
Dunque, per tornare a quelle due domande che ho posto poco sopra: cosa faremmo se dovessero sparire i libri e la letteratura? E in quanti saremmo ad agire, a fare qualcosa? Inoltre – aggiungo – con la realtà dei fatti oggi constatabile, saremmo veramente in grado di fare qualcosa? Oppure noi operatori e appassionati dei libri e della lettura siamo sempre più una minoranza le cui eventuali grida di protesta si confonderebbero con lo sbraitare futile e cacofonico che intasa l’etere nostrano?
Forse, sarebbe il caso di lasciare confinata all’ambito fantascientifico/catastrofista un’ipotesi del genere tuttavia riflettendoci sopra per bene, ovvero dovremmo ricominciare e da subito a comprendere appieno quanto la cultura sia fondamentale per la società civile, e quanto anche il semplice gesto del leggere un libro rappresenti un mattone che, se sommato a infiniti altri, è in grado di costruire la più solida e resistente struttura civica sulla quale un paese può e deve sperare di poggiarsi e così di progredire continuamente. Non a caso – lo ribadisco ogni volta che posso – i libri sono sempre stati come fumo negli occhi di tutti i regimi antidemocratici e dittatoriali, per un semplice motivo: fanno pensare. E il pensiero è sinonimo di libertà, sempre, Quindi, o ci facciamo definitivamente assoggettare a un intrattenimento sempre meno intelligente ovvero sempre più imbambolante e rincretinente, oppure continuiamo a restare individui liberi. Per quanto mi riguarda, la domanda nemmeno si pone, ergo compio per l’ennesima volta un gesto rivoluzionario: me ne vado in libreria!

MIA Fair 2013, Milano: la fotografia tra buliMIA, metoniMIA e anoniMIA…

Si è chiusa ieri a Milano la terza edizione della MIA Fair, la miglior esplorazione possibile che si possa compiere nella fotografia moderna e (soprattutto) contemporanea: Oltre duecento gallerie, ciascuna presentante un solo artista/fotografo – formula tipica della fiera milanese, che personalmente trovo molto funzionale e gradevole – e inoltre una sezione dedicata alle proposte direttamente scelte dalla direzione artistica MIA, una bella presenza dell’editoria di settore, molti eventi di contorno, il tutto ben organizzato dal team guidato in prima persona da Fabio Castelli, l’inventore della fiera.
Visitare MIA Fair è veramente come compiere la migliore esplorazione possibile nella produzione d’arte fotografica odierna, come già dicevo poco sopra: si può capire piuttosto bene cosa si sta facendo, come lo si fa, le tendenze più in voga e, ovviamente, pure le “devianze” verso futilità e sciatterie più o meno accentuate. Ormai la fotografia, da figlia di un dio minore come è stata considerata dal mondo dell’arte fino a poco tempo fa, è diventata non solo membro effettivo di esso ma pure, per così dire, onorario – come ho potuto constatare anche al MiArt, per restare in ambito milanese, ovvero altrove in altri eventi artistici recenti. La fotografia tira parecchio, non c’è che dire, ed è forse oggi uno dei MIA_logo_photomedia artistici più in grado, potenzialmente, di fare onore a quelli che sono gli scopi stessi dell’arte in quanto espressione dell’umano intelletto; innegabilmente ciò è dovuto pure alla relativa facilità produttiva e alle infinite possibilità date dall’elaborazione digitale, che possono certo creare inaspettati capolavori ma pure mostruosità indicibili – l’onnipotenza della tecnologia mi pare che a volte faccia uscir di senno qualcuno fotografo, artista o che altro, nella falsissima e pericolosa convinzione che tutto possa essere considerato “arte” se dotato d’una qualche “elaborazione” (in senso generale) la quale, più o meno direttamente, possa giustificare un significato profondo e (pseudo)filosofico a immagini viceversa d’una banalità sconcertante…
Insomma: quei tre termini con i quali ho costruito il titolo di questo post – giocando come mio solito con le parole, le rime e i concetti – credo possano abbastanza ben riassumere le sensazione che ho ricavato dalla personale esplorazione della MIA Fair di quest’anno.
Partiamo con bulimia, ovvero “grande fame” – di fotografia, ovviamente: come dicevo, l’interesse attorno all’arte fotografica è costante se non sempre crescente, nonostante i tempi magri che stiamo vivendo. Molti prezzi di opere esposte sono certamente accessibili a tanta gente, e si è ormai creato un collezionismo e un mercato di genere sostanzialmente diverso rispetto a quello dell’arte visuale “classica” nonché piuttosto vasto, che giustifica una produzione di lavori imponente, con tutto quanto ciò comporta in termini di livellamento della qualità per eccesso di quantità, appunto. Ma se finché il “tiro” suddetto tiene ci può essere posto per tutti, non ho potuto non notare un po’ meno fremito del pubblico tra gli stand, rispetto allo scorso anno… Mi aspettavo un maggior affollamento interessato, insomma, nella giornata di apertura della mostra più nazionalpopolare quale è sempre la domenica: non so se questo sia un segno di calo della fame, o di dieta forzata per evidenti carenze finanziarie di sempre più persone oppure, più semplicemente, perchè la fotografia è un media che più di altri può essere apprezzato, valutato e magari pure acquistato, almeno a livello di trattative iniziali, sul web. L’interesse e il tiro ci sono, lo ribadisco e me lo confermano molti galleristi con cui ho chiacchierato: forse il problema è opposto, ovvero c’è fin troppo da mangiare, ora, rispetto alla capienza degli stomaci, e ogni tanto una insalata leggera ci sta anche bene!
Metonimia, ovvero il sostituire una parola con un’altra di significato correlato o correlabile. Cioè, in tal caso: fotografia per arte, e viceversa. Correlazione esistente ed evidente, in certi casi, del tutto ambigua in altri se non forzata o peggio fasulla in alcuni. Come affermavo prima, la fotografia è diventata ormai membro d’onore del mondo artistico contemporaneo, ma ciò non significa automaticamente che tutti i lavori fotografici presentino un considerabile valore artistico, dacché a volte tale valore mi pare più affermato da un certo apprezzamento interessato di chi vuole spingere il lavoro in oggetto piuttosto che dalle peculiarità dello stesso. Insomma, per intenderci, forse certa fotografia sta nelle gallerie d’arte come una bottiglia d’acqua sta in una enoteca: non è detto che siccome l’involucro è lo stesso, anche il contenuto sia assimilabile… Ma, sia chiaro, di fotografia creata con intento autenticamente artistico ce n’è e anche di alto livello: nella produzione imponente immessa sul mercato di oggi, si tende forse troppo a fare di tutta l’erba un fascio, quando invece certe ben determinate distinzioni dovrebbero essere più fermamente mantenute, anche per non annacquare il valore complessivo della fotografia contemporanea e, indirettamente ma nemmeno troppo, dell’arte stessa.
Anonimia, infine, termine che è inutile spiegare, e il cui senso qui è facilmente intuibile. Come ha brillantemente affermato Pio Tarantini in uno scritto che ho ripreso tempo fa anche qui sul blog, che la fotografia, con tutte le sue enormi potenzialità digitali, ancora oggi tenda a riprodurre (e/o a imitare) quanto già fatto dalle altre arti visive e in particolare dalla pittura, è una cosa parecchio discutibile. Sarebbe come avere tra le mani un computer potentissimo e utilizzarlo a mo’ di calcolatrice… In questa edizione della MIA mi è parso di vedere ben poca sperimentazione, poco coraggio e intraprendenza, mentre ho notato una certa standardizzazione di molta produzione su immagini che, evidentemente, sono ritenute quelle di maggior impatto, ergo di miglior apprezzamento da parte del pubblico – con relative buone ricadute commerciali, ovvio. Ugualmente, molta produzione rinnova con forme odierne ma sostanza “classica” cose già fatte in passato – anni ’50 e ’60 del Novecento, soprattutto – mentre non è ancora molto diffuso un approccio di matrice artistica alla creazione dell’immagine fotografica, la quale vive ancora molto, io credo anche troppo, di tecnica. Il che non significa certamente che tali immagini non siano belle – anzi, di brutte opere alla MIA ce n’erano assolutamente poche – ma di contro significa che esse, andando oltre la loro valenza estetica, alla fine non offrono granché.
Per finire, due nomi a mio parere rimarcabili tra i fotografi presentati in fiera: uno, Gian Paolo Tomasi (con Galleria Elleni di Bergamo), tra i pochi che ha veramente reso la propria fotografia un media del tutto artistico, capace di colpire l’occhio tanto quanto la mente e l’animo, illuminando e parimenti confondendo tutti ovvero instillando quello stato di estatico smarrimento che è sovente una delle fonti primarie della ricerca di conoscenza e consapevolezza sulla realtà d’intorno. Due, Piero Leonardi (proposta MIA), con la sua serie Purgatory, tutta giocata su variazioni del bianco in paesaggi apparentemente invernali ma che potrebbero benissimo essere altro ovvero ambientazioni indeterminate, metafisiche, ultra-minimaliste al punto da poter/dover essere colmate dalla percezioni e dalle visioni mentali del visitatore.
Per concludere: fiera bellissima, evento che resta imprescindibile, tempi grami anche per lo sfavillante sistema dell’arte del quale la fotografia è parte ormai integrante, con conseguente vago eppure percepibile momento di attesa, di stiamo-sul-chi-va-là-più-di-prima, di assestamento d’un mercato ancora piuttosto nuovo e probabilmente per questo non del tutto definito e definibile.
A Ottobre MIA Fair raddoppierà, e debutterà a Singapore: un format italiano di successo da esportare, o una fuga verso mercati più ricchi e intraprendenti? Vedremo, vedremo…

(P.S.: la foto in testa al post è di M.Tarantini)

MIART 2013: priMI ARTicolati passi verso un futuro migliore…

C’era parecchia attesa, e relative cospicue aspettative, sull’edizione appena conclusa di MIART, la fiera d’arte moderna e contemporanea di Milano quest’anno messa nelle mani di Vincenzo De Bellis dopo la parecchio deludente edizione 2012 e una storia passata che non ha quasi mai saputo essere degna della piazza meneghina: inutile dire che la metropoli Milano, città centrale nel sistema dell’arte italiano e non solo, priva di una propria almeno “buona” fiera del settore, è sempre parsa a molti una cosa non accettabile – come possedere un bellissimo aereo ma non un adeguato aeroporto sul quale farlo atterrare, ecco. Ciò, ovviamente, saltando a piè pari tutte le solite varie discussioni sul senso e valore delle fiere d’arte, sulla loro utilità o futilità, su che l’esserci significhi far parte del sistema dell’arte odierno oppure dimostrarsi di esso ostaggio eccetera, eccetera, eccetera…
Beh, per quanto ho potuto vedere e trarre, dico da subito che Vincenzo De Bellis credo sia riuscito a rimettere MIART sulla strada giusta. Non era semplice, e non solo per una questione di progetto e di lavoro da realizzare in concreto ma pure di immagine, non poco offuscata dalle discutibili edizioni miart2013_logopassate, appunto. Presenti le solite gallerie “senatrici” del mercato italiano, nettamente aumentate quelle provenienti dall’estero – alle quali pare siano state riservate condizioni di favore, il che ha fatto storcere il naso a qualcuno: dare spazio alle gallerie straniere per “aprire” e internazionalizzare il mercato italiano – oltre che per dare un lustro più cosmopolita all’evento fieristico, ça va sans dire! – non comporta di contro il sbarrare la strada a molte meritorie gallerie italiane che avrebbero potuto e voluto essere presenti? Questione che d’altro canto riporta alle prima citate discussioni generali sulle fiere d’arte: una fiera italiana – qualsiasi essa sia – deve essere soprattutto una vetrina per le gallerie italiane oppure, di contro, deve rappresentare un palcoscenico per quelle estere molte delle quali altrimenti non saprebbero come presentarsi al pubblico nostrano?
Sia quel che sia, il nuovo corso debellisiano ha certamente contribuito a rinfrescare le proposte che ho visto nei vari stand, con una maggiore presenza di arte contemporanea “effettiva” più che di opere già storicizzate – le quali continuo a non capire granché cosa ci facciano in un evento comunque “popolare” come una fiera del genere… Posso capire qualche pezzo di “rappresentanza”, ma interi stand dedicati a opere che, io penso, a mai nessuno o quasi verrebbe in mente di acquistare nella confusione di una fiera d’arte piuttosto che nella tranquilla riservatezza della galleria, mi sembrano spazio rubato a proposte invece più meritorie di una presentazione in tale contesto, di luogo e di pubblico, senza con ciò deprimere il senso della presenza della galleria stessa… – e una migliore disposizione degli espositori, grazie anche all’introduzione di sezioni diversificate identificanti le varie proposte – sistema già in uso da tempo altrove e dunque già dimostratosi efficace. Da notare la sempre importante e cospicua presenza del media fotografico – ormai quasi fondamentale nell’arte contemporanea – con viceversa la pittura buona solo in rari casi e semmai confermante il suo stato piuttosto comatoso, mentre altrettanto numerose le installazioni, propriamente dette (ovvio, non monumentali!) ovvero ibride, a metà strada tra installazione e scultura, insomma; il video è presente ma sempre come media di nicchia, si affaccia timidamente il fumetto e invece sembrano ancora del tutto assenti o quasi certe nuove espressioni artistiche che invece altrove stanno già riscontrando notevoli consensi di critica e di mercato – la street art, ad esempio, oppure certa altra arte legata alle nuove tecnologie, digitali o meno.
Nel complesso, insomma, e con tutti i distinguo del caso, le proposte che le gallerie hanno presentato in fiera mi pare si siano rivelate spesso interessanti, in alcuni casi notevoli come d’altronde in altri ignobili – ma certamente nella massa eterogenea di una fiera è normale che si possa trovare l’eccelso come il pessimo: in fondo, è sempre il de gustibus che trionfa… – anzi, no, ma che dico: magari fosse solo quello! In verità è ben più la pecunia che trionfa, e basti constatare certe quotazioni esagerate di opere quanto meno discutibili eppure, con i giusti appoggi (trad.: “raccomandazioni”, già!), presentate e imposte come ovvie dal gallerista di turno… Nota di merito alle gallerie berlinesi presenti: si dice che la capitale tedesca non sia più l’ombelico del mondo dell’arte maggiormente avanguardista e innovativa come qualche anno fa, tuttavia mi sembra si sappia difendere ancora bene.
Per concludere: molti sostenevano (a ragione) che fare peggio della scorsa e delle precedenti edizioni era quasi impossibile, fatto sta che il MIART 2013 firmato Vincenzo De Bellis non avrà certamente dissolto come neve al Sole tutto la patina di perplessità accumulatasi nel tempo sulla superficie della fiera milanese ma, ribadisco, mi sembra che abbia mosso i primi buoni e articolati passi sulla via giusta e verso un futuro senza dubbio migliore. Tale considerazione positiva l’ho potuta evincere non solo da quanto ho detto finora e dalla buona affluenza di pubblico durante l’intero orario di apertura (fate conto che sto facendo riferimento alla giornata di domenica 7) ma pure, devo dire, in una diversa e più positiva – o meno deprimente! – atmosfera che si respirava tra gli stand rispetto già ad un anno fa… Tutto ciò, sia chiaro, non decreta il successo “concreto” di un evento come il MIART – nel quale e grazie al quale se i galleristi non vendono sarebbe comunque da considerarsi viceversa fallimentare, pure con i padiglioni della fiera traboccanti di gente! – ma, almeno, aiuta a ricostruire l’immagine di un evento del quale Milano necessita sicuramente, e che ora può finalmente guardare con qualche buona certezza in più verso il futuro, nella speranza che De Bellis (il quale, forte del suo contratto triennale, ha dunque ancora due edizioni da curare) possa far fruttare nel migliore modo possibile il lavoro iniziato – senza nessuno che giunga a infilargli il classico (in Italia) bastone tra le ruote…