Il poeta del desiderio infinito. Gianni Celati e la necessità indispensabile di leggere Leopardi

Sono sempre estremamente contento quando leggo, sul web o altrove, di qualcuno che riporti l’attenzione del pubblico – in modo il più possibile intenso – su Giacomo Leopardi. Ho cercato nel mio piccolo di farlo anche qui nel blog dacché – giusto per ribadire proprio quanto scrissi in un articolo di qualche tempo fa – sarebbe ora, una volta per tutte, di togliere di dosso da Leopardi quell’immagine convenzionale di uomo ammalato, triste e perennemente depresso che quasi sempre ci hanno tratteggiato e insegnato ai tempi della scuola. In verità il conte Giacomo da Recanati – era anche nobile, già – fu assai di più persona coltissima, pensatore assai raffinato, sagace e molto avanti rispetto ai suoi tempi nonché dotato di grande sense of humor a dispetto delle proprie sofferenze fisiche, appunto. Un grandissimo – anzi, un imprescindibile italiano, che qualsiasi suo connazionale contemporaneo dovrebbe leggere. Per predisposizione genetica, se così posso dire.
Proprio a riguardo di ciò – della necessità indispensabile di leggere Leopardi – ne ha scritto di recente Gianni Celati su doppiozero in un bellissimo articolo, che per quanto sopra (e non solo) vi voglio riproporre di seguito, ringraziando di cuore la redazione del sito per avermi concesso tale possibilità (qui potete leggere l’articolo su doppiozero).

Giacomo Leopardi ritratto da Emiliano Bruzzone (https://scherzatore.wordpress.com/)
Giacomo Leopardi ritratto da Emiliano Bruzzone (https://scherzatore.wordpress.com/)

Leopardi e il desiderio infinito
Ecco perché dobbiamo leggere Leopardi

La prima cosa che vorrei cercare di fare è suggerire di ascoltare i frammenti dello Zibaldone di Leopardi sullo sfondo di tutte queste frasi fatte che ci inducono giorno per giorno a essere sempre più ottimisti verso l’avvenire, verso il progresso, quello che possono fare i politici per noi, ottimisti sulla scuola – tutto quell’ottimismo che quel tale lì per mezz’ora stilò come programma del suo partito. Questo è uno sfondo inevitabile. Non credo che si possa leggere Leopardi al giorno d’oggi senza pensare a questo sfondo, cioè lo sfondo di parole che ci vengono addosso e che sono parole pubblicitarie. La pubblicità ormai non ha più limite, la pubblicità – come posso dire – ha sostituito l’animo umano. La gente al giorno d’oggi crede che la letteratura, parlare o fare letteratura sia fare pubblicità a qualcosa. La letteratura è muta, non fa pubblicità a niente, non serve a niente, la letteratura ci riafferma questo niente che siamo. E solo perché siamo un niente noi abbiamo bisogno di stare assieme. Non c’è idea di comunità possibile se non a partire dal fatto che siamo un niente, ciascuno di noi è un niente. Ecco, tutto questo lo sfondo pubblicitario non solo lo cancella, deve cancellarlo subito – come un tabù assoluto -, ma estende anche un clima di terrore, un terrore totalitario: chi non è d’accordo con questo consenso degli uomini che vogliono essere qualcosa, qualcuno, sostanzialmente essere ricchi, avere del potere nelle mani, questa democratizzazione del potere tirannico nelle mani degli uomini – chi non è d’accordo con questo è eliminato, al giorno d’oggi non trova lavoro, non ha un luogo dove stare. Questo è lo sfondo concreto, che voi potete vedere tutti i giorni, il fatto che si debba diventare imprenditori di noi stessi per far pubblicità a noi stessi, tutti i momenti, altrimenti non c’è spazio per noi.

Tutto Leopardi va letto non contro, ma su questo sfondo, per dire questo: Leopardi è ancora un nostro compagno di strada perché è un alieno rispetto a questo tipo di sfondo in cui siamo immersi, rispetto a questa assegnazione totale dei luoghi. Tutto è assegnato oggi. Leopardi, invece, è il poeta che dice delle parole che non sono assegnate a nessun luogo, neanche a scuola – non si può insegnare Leopardi a scuola. Questa è la prima cosa da dire. (Non so se sia possibile, ma io non credo alla letteratura come tale, che ha un senso come lo hanno gli orologi. Se un orologio non mi dicesse che ore sono, le sue lancette sarebbero solo decorative. E lo stesso la letteratura. La letteratura vale perché c’è qualcos’altro, questo sfondo contro cui ci si trova).

Dice Leopardi (Zibaldone, 51):

Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni… Io considero le illusioni come una cosa in certo modo reale stante ch’elle sono ingredienti essenziali del sistema della natura umana, e date dalla natura a tutti quanti gli uomini, in maniera che non è lecito spregiarle come sogni di un solo, ma propri veramente dell’uomo e voluti dalla natura, e senza cui la vita nostra sarebbe la più misera e barbara cosa ec. Onde sono necessari ed entrano sostanzialmente nel composto ed ordine delle cose.

Questo è il punto di partenza più rivoluzionario – se vogliamo usare questa parola – della filosofia leopardiana. Una cosa senza precedenti: il riconoscere questo fatto, ma non in maniera critica, non per condannare le illusioni. Tutti questi richiami alla «concretezza» da parte dei politici fanno veramente ridere.

Seconda cosa: la nostra nullità, il fatto che come individui siamo niente, siamo qui di passaggio, siamo qui che teniamo il posto del nulla (Zibaldone, 72):

Tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione, della quale ogni uomo anche savio, ma più tranquillo, ed io stesso certamente in un’ora più quieta conoscerò, la vanità e l’irragionevolezza e l’immaginario. Misero me, è vano, è un nulla anche questo mio dolore, che in un certo tempo passerà e s’annullerà, lasciandomi in un voto universale, in un’indolenza terribile che mi farà incapace anche di dolermi.

Quello a cui Leopardi ci mette davanti continuamente è che tutta l’energia spirituale – o chiamatela come volete – dipende da un’istanza del desiderio, del desiderio di felicità, che non è la felicità dei consumi, la felicità dell’avere, il desiderio di felicità è lo stato di mancanza, della nostra mancanza, è questo che ci rende attivi, vigorosi, lanciati ancora verso la vita.

Quello che Leopardi ha capito è che questo mondo cancella continuamente il privilegio di essere in uno stato di mancanza: il desiderio carnale – chiamiamolo così – è un desiderio che deriva da uno stato di mancanza, ma questa è una mancanza che non si colmerà mai, ed è proprio per questo che è un desiderio infinito: il desiderio carnale come mancanza è in sostanza il senso che ci manca la vita, che la vita scappa via da tutte le parti, che la vita non è bloccabile. Contro una società che cerca sempre di insegnarci che a questa mancanza si può dare un compenso in modo che l’uomo si riduca ad essere soddisfatto di se stesso, Leopardi ci riporta in un tipo di pensiero dove non c’è più nessuna valutazione positiva per l’uomo cosiddetto soddisfatto, ma dove il grande attizzatoio di tutto quello che possiamo fare è la nostra mancanza, voglio dire la nostra povertà, il nostro dolore. In questo senso, Leopardi è un pensatore che in questo momento è essenziale per andare avanti di giorno in giorno.

Gianni Celati

Auguri, merdaccia! Fantozzi, il miglior saggio italiano di antropologia sociale, compie 40 anni

Fantozzi_Corazzata_kotiomkinUn blog come questo, che vorrebbe occuparsi di cultura sperando di farlo nel miglior modo possibile (ovvero nel modo meno peggiore), non può non celebrare l’anniversario dei 40 anni dalla prima uscita di uno dei più articolati e approfonditi saggi di antropologia sociale (in forma cinematografica) mai realizzati, in Italia: Fantozzi! Il cui primo film della serie, appunto, uscì proprio il 27 marzo 1975. Un capolavoro assoluto, che ancora oggi molti ritengono solo un film comico-demenziale più o meno divertente quando invece è, ribadisco, una delle migliori e più argute analisi della società moderna-contemporanea nazionale, delle sue devianze e del suo protagonista assoluto: l’italiano medio. Purtroppo evolutosi in questi 4 decenni fino a forme spesso ben peggiori e, dacché tali, assai meno divertenti del ragioniere originale.
Insomma: Ugo Fantozzi – anzi, Fantozzi rag. Ugo santo (laico) subito! Che tanto qualcuno al di sopra che ci assoggetterà ai suoi biechi voleri ci sarà sempre, in questa fantozziana Italietta…

Era il Mega Direttore Galattico in persona, colui che nessun impiegato al mondo era mai riuscito soltanto a vedere. Correva anzi voce che non esistesse neppure, che non fosse un uomo, ma solo un’entità astratta.

P.S.: un paio di approfondimenti sul tema. Uno, Diventare Fantozzi, di Claudio Giunta, tratto da Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo, Il Mulino, 2013. Due, Fantozzi, una maschera italiana, saggio di Fabrizio Buratto uscito nel 2003 per Lindau – lo trovate facilmente sul web.

Mark Twain, “Appunti sparsi su una gita di piacere”, “Storia privata di una campagna militare che fallì”

cop_Twain-entrambe_200Ammettiamolo: l’America, tra tante idiozie, ci ha pure donato qualcosa di buono. Ad esempio alcune parti del suo “mito”, le conquiste spaziali, Il David Letterman Show, i Griffin, Thoreau, Lovecraft e, assolutamente, Mark Twain. Scrittore immenso, brillante, illuminante, sagace, anticipatore di stili e generi, animo profondissimo e spirito di inestimabile valore umano, non solo è da considerarsi il “padre” della letteratura americana moderna e contemporanea, ma pure una sorta di entità protettrice, quando non ispiratrice, di tutta la successiva produzione letteraria mondiale. Un pilastro della scrittura, insomma, senza il quale essa credo stazionerebbe su livelli più bassi e meno valorosi di quanto ha saputo fare lungo tutto il Novecento nella sua produzione migliore.
Posto ciò, e avendo io letto buona parte dei lavori più noti e celebrati del grande scrittore americano, mi faccio facilmente incuriosire da qualsivoglia altro libro che presenti suoi testi pur secondari e minori, dunque meno famosi degli altri – ma chissà poi perché. Per questo motivo, appena ho visto questi due libricini sugli scaffali a metà prezzo di una discutibile libreria di catena (cioè, Mark Twain a metà prezzo… Inconcepibile nel principio, per me, se poi considero certi altri “libri” sparati sul mercato a prezzi folli, e comunque acquistati da pseudo-lettori privi di reale passione per la lettura), ovvero Appunti sparsi su una gita di piacere e Storia privata di una campagna militare che fallì (Passigli Editori, del 1992 il primo, con traduzione di Franca Piazza; del 1994 il secondo, con traduzione di Bruno Oddera) ho dovuto accaparrarmeli.
Sono due volumetti che contengono alcuni racconti di varia lunghezza, un paio sufficientemente lunghi da poter essere considerati romanzi brevi, altri in forma di novella, in pratica…

twainLeggete la recensione completa di Appunti sparsi su una gita di piacere e Storia privata di una campagna militare che fallì cliccando sulla copertina dei libri lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Essere sempre connessi con il mondo intero? Una maledizione! (Mark Twain dixit)

I bermudesi sperano di poter presto comunicare telegraficamente con il resto del mondo. ma anche quando possiederanno questa maledizione il loro rimarrà un paese magnifico per le vacanze, perché vi sono incantevoli isolette sparse nella laguna dove si potrà sempre vivere senz’essere disturbati. Il fattorino del telegrafo dovrebbe venirci in barca, e non sarebbe difficile ammazzarlo mentre approda.

(Mark Twain, Appunti sparsi su una gita di piacere, Passigli Editori Firenze, 1992, p.78-79)

mark_twainInsomma, il sagacissimo Mark Twain, nel dire delle Isole Bermuda non ancora collegate al mondo dal telegrafo – allora il massimo della connettività possibile – aveva già inteso che, per una terra genuina come quella, poter collegarsi col resto del pianeta sarebbe stata una maledizione.
Beh, sarei veramente curioso di sapere cosa direbbe oggi, nell’era del web, della connettività totale e perpetua, nella quale chi in rete non c’è viene guardato peggio che un Neanderthal
Ma (al di là che il web sia una cosa meravigliosa, quando ben utilizzata) chi sono poi, alla fine, i veri trogloditi?

P.S.: qui potete leggere la personale recensione del testo da cui la citazione è tratta.

I poeti? Sono dei minchioni! (Mark Twain dixit)

Suvvia, finiamola! E’ da quando son nato che leggo queste sciocchezze nelle poesie, nei racconti e altre simili balordaggini! Pietà per il povero marinaio! Sì, va bene, ma non nel senso che intendono le poesie. Pietà per la moglie del marinaio! Anche questo va bene, ma non nel senso inteso dai poeti. Pensate un po’: chi, fra tutti gli uomini, conduce la vita più sicura? Il povero marinaio. Date un’occhiata alle statistiche e vedrete. Dunque, non sprecate la vostra pietà per i pericoli, i disagi e le privazioni del povero marinaio. Lasciate che lo facciano quei minchioni dei poeti.

(Mark Twain, Appunti sparsi su una gita di piacere, Passigli Editori Firenze, 1992, p.29)

tom-selleck-as-mark-twain-martha-booysenBeh, quantunque le motivazioni che utilizza Twain – col suo solito meraviglioso e mordace stile – per sostenere quanto sostiene sui poeti siano quanto meno insolite, almeno per noi, oggi, devo inevitabilmente concordare con lui sulla sostanza di molti (troppi) presunti/pretesi poeti contemporanei, che con le loro dabbennaggini spacciate per poesia e ancor più con la boria di definirsi poeti, appunto, giustificano tutt’oggi pienamente il giudizio del grande scrittore americano. Assolutamente.

P.S.: qui potete leggere la personale recensione del testo da cui la citazione è tratta.