Fare cose belle e buone (forse) in montagna: a Carezza (Val d’Ega, Alto Adige/Südtirol)

Qualche tempo fa, in una serie di articoli dedicati ai comprensori sciistici e al loro futuro – al netto dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze nivologiche – avevo indicato cinque punti a mio parere necessari per poter considerare le località dedite allo sci su pista veramente e pienamente sostenibili – non solo in ottica climatica, ribadisco – e dunque giustificabili nella loro presenza come operatori turistico-commerciali nei territori montani di riferimento.

I cinque punti, in brevissimo, erano: essere a bilancio energetico ed ecologico zero o positivo certificato; non costruire più nessun nuovo impianto di risalita e nessuna nuova pista di discesa al di fuori dei comprensori già attivi; eliminare totalmente l’innevamento artificiale; avere l’obbligo, in qualche modo adeguatamente sancito e verificato, di offrire servizi turistici non legati allo sci su pista in maniera equiparabile a quelli offerti agli sciatori; essere obbligate a mettere in atto soluzioni di mobilità sostenibile all’interno dei territori delle stazioni sciistiche. Come detto, questi punti li trovate esposti in maniera ben più articolata ad esempio qui.

Tutto ciò, posto che si possa e si debba considerare la salvaguardia del comparto economico dello sci su pista nel panorama turistico delle nostre montagne, ove possibile: ad esempio, appunto, in quei comprensori che almeno si rendano il più possibile sostenibili e non solo con scaltri tanto quanto biechi greenwashing ma concretamente, presentando fatti effettivi e risultati constatabili al riguardo.

Tra le stazioni sciistiche italiane che – dando credito a quanto si legge – hanno almeno avviato un percorso articolato verso la più elevata sostenibilità delle loro attività economica c’è Carezza Dolomites, comprensorio dotato di 40 chilometri di piste da sci al cospetto dei gruppi dolomitici del Catinaccio e del Latemar posto in comune di Nova Levante (provincia di Bolzano), del quale Carezza è una frazione.

Come si può leggere ad esempio in questo articolo di “Esquire”,

A Carezza da qualche anno l’attenzione è tutta rivolta all’ecosostenibilità. Da accortezze come lo spegnimento degli impianti quando l’afflusso di sciatori è basso alle modalità più verdi per la produzione della neve fresca, dall’eliminazione dell’inquinamento acustico attraverso l’offerta di navette fino alla riduzione dello spreco di carburante da parte dei gatti delle nevi grazie alle tecnologie GPS, l’area di Carezza ha conquistato nel tempo il titolo di comprensorio sciistico più verde dell’Alto Adige.

Su “Wisesociety.it” si legge in aggiunta che

Carezza è il primo comprensorio sciistico italiano a impegnarsi ufficialmente nell’impresa di diventare neutral entro un massimo di tre anni. L’area sciistica altoatesina ha infatti recentemente aderito al Patto per la Neutralità Climatica 2025, l’accordo stipulato nel 2015 da dieci aziende della regione austriaca del Vorarlberg che, grazie al coordinamento di Terra Institute, ha lo scopo di rendere tutte le attività imprenditoriali climaticamente neutrali. Un nuovo e importante impegno per l’area che aveva già intrapreso il suo percorso nel 2011 con l’introduzione, assieme alla località svizzera di Arosa, del progetto “Zone sciistiche climatiche alpine” rendendo possibile una consistente riduzione di carburante, grazie a un sistema di innevamento intelligente e a un metodo di preparazione basato su tracciati GPS e misurazione della profondità della neve. Il carburante risparmiato, in quel caso, è stato fino al 30%, nella preparazione delle piste, e fino al 25% nelle operazioni di innevamento. A guidare le future azioni del comprensorio verso l’obiettivo neutrale, sarà il motto: “Misurare, ridurre e compensare”. Sotto la lente di ingrandimento ci saranno le emissioni di CO₂ e gli altri gas ad effetto serra, come metano o protossido di azoto.

Alla collaborazione tra il comprensorio di Carezza e il Terra Institute è dedicata una sezione del sito di questo secondo, che potete leggere qui.

Questo è quanto. Il “forse” che ho deciso di inserire nel titolo di questo articolo è dovuto al fatto che non ho una conoscenza diretta e approfondita della concretezza e dell’efficacia delle misure di sostenibilità messe in atto a Carezza: ciò non significa affatto che le metta in dubbio ma che, oltre a quanto ho appena osservato, invito chiunque ne sia a conoscenza a fornirmi ulteriori dettagli sul comprensorio altoatesino e sulla sua realtà, in attesa che lo possa conoscere meglio direttamente in loco. Di contro, al netto di tali osservazioni, trovo che l’attivismo a favore dell’ecosostenibilità di Carezza sia un esempio assolutamente interessante, da seguire con attenzione e da proporre come potenziale modello per la miriade di altri comprensori sciistici che viceversa, in tema di armonia con il proprio territorio montano, palesano nella teoria e nella pratica un sostanziale disinteresse quando non un atteggiamento prevaricatore e dannoso. Peraltro in tal modo scavandosi da soli la fossa sotto i piedi senza rendersene nemmeno conto o fingendo al riguardo – il che è anche peggio.

P.S.: tutte le immagini che vedete nell’articolo sono tratte dalla pagina Facebook Carezza Dolomites.

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna delle quali ho scritto qui sul blog:

Fare cose belle e buone in montagna: a Balme (Val d’Ala, Piemonte)

Mentre lungo le Alpi, vi sono (purtroppo) numerose località il cui paesaggio di grande bellezza viene concepito dagli amministratori pubblici locali soltanto come un prodotto da mettere in vendita e far consumare al turismo massificato – definendo tale pratica una “valorizzazione” quando le uniche cose che essi intendono valorizzare sono la propria immagine politica a fini elettorali e gli interessi dei sodali che possono consentire loro certe iniziative – in altri luoghi si ha la capacità, la sensibilità, la cultura e il buon senso di comprendere che l’unica autentica pratica di valorizzazione dei territori montani e delle comunità che li abitano può avere origine solo e soltanto dalla loro salvaguardia ambientale e socioculturale. Così vi si può costruire il miglior futuro possibile, quando viceversa, cioè in quelle altre località citate soggiogate alla turistificazione consumistica più insensata, si sta solo avviando la loro drammatica rovina.

Balme (Bàrmes in francoprovenzale) è un villaggio con poco più di cento abitanti situato nella Val d’Ala, in provincia di Torino, a 1432 m di quota. E’ un luogo pieno di fascino oltre che di ricchezze naturali di cui l’amministrazione comunale ha piena consapevolezza tanto che già nel 2016 esordì con una delibera dove si scriveva che «natura preservata e paesaggio tradizionale sono gli elementi su cui fondare durature prospettive di futuro decoroso agli abitanti della montagna». Queste affermazioni accompagnavano una delibera dove il comune di Balme con grande coraggio decise di

«ritenere inopportuna, impropria e dunque di esprimere la propria contrarietà alla pratica di qualsiasi tipologia di accesso e di fruizione motorizzata a scopo ludico del proprio territorio, sia estiva, quando preveda la percorrenza di sentieri e piste con motocicli, mezzi fuoristrada e quad, sia nel periodo invernale quando ciò avvenga per mezzo di motoslitte e di elicotteri per il trasporto turistico.»

Una scelta significativa e pionieristica che ha avuto un seguito: infatti dopo aver vietato l’eliski accogliendo l’idea originaria di Toni Farina dalla quale poi è scaturito il progetto “BalmExperience” a cura di Mountain Wilderness. il comune è diventato “Villaggio degli Alpinisti e ora sta pensando di riorganizzarsi puntando soprattutto sul turismo invernale delle ciaspole e degli sport in natura. Per l’estate, intanto, il Comune, nell’ambito di un progetto coordinato da CIPRA, sta cercando di mitigare gli effetti dei picchi di presenze turistiche domenicali estive in particolare in luoghi incantevoli quanto delicati come il Pian della Mussa, vasto altopiano erboso a 1800 m originatosi dall’interramento di un antico lago glaciale e area che ricade all’interno di un sito di interesse comunitario. Tra le misure previste c’è la delimitazione di aree parcheggio, insieme all’adozione di un servizio di vigilanza per i periodi di maggior presenza turistica ed il coinvolgimento della Città Metropolitana di Torino (gestore del SIC e proprietaria della strada) nell’elaborazione di un piano di fruizione dell’area con regolamentazione degli accessi motorizzati e dei parcheggi e individuazione aree camper e pic nic.

Balme partecipa anche al progetto “BeyondSnow”, rivolto alle località che dovranno reinventarsi per la carenza di precipitazioni nevose, e allo studio avviato dall’Università di Economia di Torino dal titolo “Sostenibilità Economico-ambientale delle micro-stazioni sciistiche di bassa quota nel tempo dei climate change (SCI-ALP)”. Inoltre, per tutto quanto sopra descritto, Balme è anche una delle località montane alle quali è stata assegnata la “Bandiera Verde” 2023 di Legambiente, che contraddistingue le migliori pratiche di sviluppo socioeconomico e ambientale sostenibile messe in atto sulle montagne italiane, dal quale report ho tratto le informazioni qui proposte.

Fare cose belle e buone in montagna, dunque costruire per le comunità che vivono i territori montani e i visitatori che le frequentano un buon futuro e una visione economica, sociale e culturale favorevoli, si può. Conviene farla sapere con decisione a quei tanti amministratori pubblici citati all’inizio di questo articolo, questa innegabile realtà.

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna delle quali ho scritto qui sul blog: