E le “rivolte dei trattori”, dunque?

Ma… le tante concitate, impetuose, veementi “rivolte dei trattori” degli scorsi giorni?

Già sparite dai riflettori dei media e dall’attenzione pubblica.

Come volevasi dimostrare, d’altro canto. Cioè come quando una presunta “rivolta” in realtà non rivolta un bel niente, anzi: rimette le cose ancora più in “regola” di prima. Peccato, perché di cose da cambiare ce ne sarebbero, in agricoltura… se solo vi fosse un reale interesse nel “rivoltarle”, ecco.

Rispetto a ciò che ne ho scritto io qualche giorno fa, sui trattori in protesta “osservate” dalle montagne, trovo molto significative le osservazioni pubblicate qualche giorno fa sulla propria pagina Facebook dall’amica Marzia Verona, che di mestiere (oltre a scrivere libri) fa la pastora sulle montagne della Valle d’Aosta. Opinioni parecchio allineate con le mie:

Continuo a seguire, con varie perplessità, dubbi e sconcerto, gli sviluppi della protesta degli agricoltori.
Ma la mia domanda principale in questo momento è una.
CHI è l’agricoltore? Chi coltiva la terra, chi alleva, chi…?
Perché chi sforna 50, 100 panettoni è un artigiano pasticcere, chi ne sforna un milione è un industriale. Chi fa dieci tavoli è un artigiano falegname, chi ne fa 100.000 è un industriale.
Sono comuni gli interessi e le necessità di chi alleva 50 vacche in una stalla in montagna, andando in alpeggio, e di chi ha 1000 o più vacche da latte in una stalla in pianura?
Hanno le stesse esigenze un pastore vagante e chi, in pianura, coltiva centinaia di ettari di terreni? E chi è in collina con una piccola azienda di ortofrutta è sullo stesso piano di chi gestisce vasti frutteti o colture orticole “sconfinate”?
Non sarà che, alla fine della “protesta”, chi già beneficia maggiormente di vari aiuti, sarà quello che porterà a casa risultati “migliori”, mentre i piccoli, piccolini e piccolissimi non vedranno alcun cambiamento?

[Le capre di Marzia Verona al pascolo sopra Nus, in Valle d’Aosta.]

E Marzia Verona cita anche Gianni Champion, a sua volta imprenditore agricolo, che in questo suo post tra le altre cose scrive:

Gli agricoltori che hanno deciso di scendere in strada coi trattori appartengono al circuito agricolo industriale. Si tratta di quelle produzioni intensive, orientate allo sfruttamento dei terreni in modo da massimizzare le produzioni, quella che oggi chiamiamo “agricoltura convenzionale”. Per oltre 50 anni le politiche agricole nazionali ed europee hanno incoraggiato questa modalità di coltivazione e allevamento […] Questi agricoltori protestano perché le nuove norme scombineranno via via le regole del gioco a cui sono abituati e non sono pronti.
Poi ci sono quelli che in silenzio sono rimasti a guardare, non condividendo del tutto le ragioni della protesta. Sono l’agricoltura di quelle micro-imprese rispettose dell’ambiente e degli animali, che non sono interessate dalla transizione ecologica perché il loro approccio è già dentro quei cardini.
Alle micro-imprese agricole di filiera corta sembrano interessare maggiormente incentivi alle produzioni sostenibili, l’attenzione alla concorrenza sleale derivata dalle importazioni da paesi con regole diverse e soprattutto la riduzione del carico burocratico.

Insomma, l’ennesima rivolta all’italiana, una minestra riscaldata fatta in parte da pietanze (istanze) giuste e in altra parte da pietanze indigeste se non nocive, da “rugare” in pubblico fino a che qualcuno pensa di poterne mangiare per poi essere buttata via senza che nessuno, veramente, vi sia potuto nutrire. Anche perché, probabilmente, non era affatto buona come volevano farci credere.

Meglio restare alle zuppe di montagna. Rustiche quanto si vuole ma genuine, sempre buone e, a ben vedere, ben più nutrienti.

La “rivolta” dei trattori vista dalle montagne

[Agricoltura di montagna all’Alpe du Grand Serre, Alpi del Delfinato, Francia. Foto di Guy Jasserand da Pixabay.]

Sono troppi anni che osservo, anche da vicino visto ciò che faccio e dove vivo, le dinamiche legate a un certo tipo di proteste legate ad agricoltura (in montagna, ma non solo). I media generalisti non riescono a fare lo scatto avanti, acquisire conoscenza che vada oltre numeri e statistiche, andare sotto la superficie. Insomma, contingenze, invece che paradigmi come quello, in questo caso, di un’agricoltura ecologicamente insostenibile. E spero di non annoiarvi ripetendo allo sfinimento che prima di tutto parliamo di un problema culturale e di consapevolezza, di incapacità di comunicare tra le parti, perché gli intermediari non agiscono sempre in buona fede e fanno un disservizio sia agli agricoltori che a chi governa la giostra. Continuo ad augurarmi che l’Agricoltura possa cambiare, per davvero, per acquisire una forza duratura, che si prenda coscienza di come le cose sono cambiate e che essere dalla parte della Terra, infine, è essere dalla parte di tutti noi che la abitiamo, temporaneamente.

Come non essere d’accordo con l’amico e inimitabile scrittore (ma il termine è riduttivo) Davide Sapienza con quanto scrive sui propri social riguardo la presunta “rivolta” dei trattori, prendendo spunto da riflessioni parimenti ottime al riguardo del sempre illuminante Paolo Pileri, ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano? Il quale ad esempio scrive, in questo articolo su “Altraeconomia”:

È un ritornello: lo abbiamo già visto. Appena qualcuno tenta una riforma della agricoltura di poco diversa dal solco del peggior consumismo, una fetta dell’agricoltura monta sui giganteschi trattori (comprati inutilmente e in parte con finanziamenti pubblici) e cerca di spaventare opinione pubblica e politica. Questa volta la prima non si sta per nulla spaventando e non sta offrendo solidarietà a prescindere, la seconda al solito ci casca.
Eccesso di zootecnia, consumo di acqua, monocolture a mais, sversamento di liquami, agrofarmaci, pesticidi, emissioni climalteranti, taglio di alberi, consumo di suolo e terre svendute alle grandi aziende dell’energia. Cari trattori, l’agricoltura industriale che difendete è il problema, non la soluzione.

Aggiungo una sola cosa, al seguito di quanto denotato da Davide: sbaglierò, ma credo che tra gli agricoltori in “rivolta” sui loro trattori ce ne siano ben pochi, forse nessuno, che coltivano, allevano e lavorano in montagna. I quali, al netto di rari casi, sono già ben oltre la realtà di quei loro colleghi apparentemente “rivoltosi”, sanno gestire le più varie problematiche senza l’appoggio di chicchessia, sono già capaci di confrontarsi con le questioni climatiche e ambientali, sanno generare resilienza e innovazione. Sono già nel futuro, eppure vengono messi ben più al margine dal sistema dei primi – un sistema assolutamente funzionale ai meccanismi del potere vigente – e dalla politica al solito distaccata dalla realtà effettiva delle cose e capace solo di blaterare vuoti slogan quando si accendono le telecamere delle TV.

Tanto, ne sono più che certo, anche questa ennesima rivolta, almeno in Italia, come tutte le altre precedenti finirà in vacca. Che almeno è una definizione consona, stavolta.

In viaggio con le mucche, e con Calvino

Con la stagione primaverile ormai piena che conta a breve di raggiungere maggio e avanza rapida verso la calura estiva, sta tornando il tempo della transumanza e della prima monticazione verso i maggenghi. Giusto a proposito di pascoli e mucche e dell’articolo al riguardo che ho pubblicato qui qualche settimana fa, cercando sul web alcune cose sull’argomento mi è saltato fuori il seguente bellissimo racconto di Italo Calvino Un viaggio con le mucche, datato 1954 e compreso nell’antologia I Racconti pubblicata da Einaudi nel 1958, nel quale il grande scrittore rende perfettamente l’idea del transito degli animali diretti verso i monti e della dimensione di preziosa naturalità che si portano appresso. Ve ne propongo la prima parte, alla fine della quale troverete il link per leggerlo nella sua interezza (grazie al blog traalpiepascoli.wordpress.com che l’ha pubblicato.)

[Foto di CamDib, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

I rumori della città che le notti d’estate entrano dalle finestre aperte nelle stanze di chi non può dormire per il caldo, i rumori veri della città notturna si fanno udire quando a una cert’ora l’anonimo frastuono dei motori dirada e tace, e dal silenzio vengon fuori discreti, nitidi, graduati secondo la distanza, un passo di nottambulo, il fruscio della bici d’una guardia notturna, uno smorzato lontano schiamazzo, ed un russare dai piani di sopra, il gemito d’un malato, un vecchio pendolo che continua ogni ora a battere le ore. Finché comincia dall’alba l’orchestra delle sveglie nelle case operaie, e sulle rotaie passa un tram. Così una notte Marcovaldo, tra la moglie e i quattro figli che sudavano nel sonno, stava a occhi chiusi ad ascoltare quanto di questo pulviscolo di esili suoni filtrava giù dal selciato del marciapiede per le basse finestrelle, fin in fondo al suo seminterrato. Sentiva il tacco veloce e ilare delle donne in ritardo, la suola sfasciata del raccoglitore di mozziconi dalle irregolari soste, il fischiettio di chi si sente solo, e ogni tanto un rotto accozzo di parole di un dialogo tra amici, tanto da indovinare se parlavano di sport o di ragazze. Ma nella notte calda quei rumori perdevano ogni spicco, si sfacevano come attutiti dall’afa che ingombrava il vuoto delle vie, e pure sembravano volersi imporre, sancire il proprio dominio su quel regno disabitato. In ogni presenza umana Marcovaldo riconosceva tristemente un fratello come lui inchiodato anche in tempo di ferie a quel forno di cemento cotto e polveroso, dai debiti, dal peso della famiglia, dai salari scarsi o nulli.
E come se l’idea d’un impossibile vacanza gli avesse subito schiuse le porte d’un sogno, gli sembrò d’intendere lontano un suono di campani, e il latrato d’un cane, e pure un corto muggito. Ma aveva gli occhi aperti, non sognava: e cercava, tendendo l’orecchio, di trovare ancora un appiglio a quelle vaghe impressioni, o una smentita; e davvero gli arrivava un rumore come di centinaia e centinaia di passi, lenti, sparpagliati, sordi, che s’avvicinava e sovrastava ogni altro suono, tranne appunto quel rintocco rugginoso.
Marcovaldo s’alzò, s’infilò la camicia, i pantaloni.
– Dove vai?- disse la moglie che dormiva con un occhio solo.
– C’è una mandria che passa per la via. Vado a vedere.
– Anch’io! Anch’io! – fecero i tre bambini che sapevano svegliarsi al punto giusto.
Era una mandria come ne attraversavano nottetempo la città, al principio dell’estate, andando verso le montagne per l’alpeggio. Saliti in strada con gli occhi ancora mezz’appiccicati dal sonno, i bambini videro il fiume delle groppe bigie e pezzate che invadeva il marciapiede, e strisciava contro i muri ricoperti di manifesti, le saracinesche abbassate, i pali dei cartelli di sosta vietata, le pompe di benzina. Avanzando i prudenti zoccoli giù dal gradino ai crocicchi, i musi senza mai un soprassalto di curiosità accostati ai lombi di quelle che le precedevano, le mucche si portavano dietro il loro odore di strame e di fiori di campo e latte e il languido suono dei campani, e la città pareva non toccarle, tanto erano già dentro il loro mondo di prati umidi, nebbie montane e guadi di torrenti.

[Continua qui.]

Le mucche

[Foto di Oliver Augustijn da Unsplash.]
Avete mai guardato una mucca negli occhi? E, se sì, cosa avete visto, cosa avete percepito nel suo sguardo? E avete mai pensato a cosa lei, la mucca, abbia visto nel vostro sguardo?

La mucca credo sia una delle creature che noi umani più sottovalutiamo in assoluto, in senso specista, eppure è tra quelle fondamentali per la nostra vita e per lo sviluppo della nostra civiltà – con “nostra” intendo di questa parte di mondo e in particolare dei territori di montagna o adiacenti a essi, come è l’intera Italia. La vediamo quieta e paciosa pascolare sugli alpeggi o nei prati di pianura, la sentiamo raramente muggire e praticamente mai reagire con apparente “animalità” come fanno altri, la guardiamo quasi sempre con sufficienza, come una bestia forse un po’ stupida, poco empatica, priva di emozioni o comunque incapace di manifestarle, buona soprattutto per fare da immancabile elemento scenografico ai paesaggi montani. Di contro, è uno degli animali che più abbiamo votato al nostro assoluto servizio: le abbiamo imposto il dovere di darci latte e carne e di contro l’abbiamo spesso imprigionata in allevamenti industriali spaventosi, in condizioni criminali, senza che mai si sia rivoltata contro i suoi carcerieri umani; al di là di tali brutture, storicamente è soprattutto grazie alla mucca se la zootecnia si è sviluppata dall’Alto Medioevo in poi fin nelle forme odierne, innanzi tutto nelle zone europee a ridosso dei monti, sviluppando poi tutta un’economia fondamentale per l’evoluzione dell’intera civiltà di cui siamo parte. È un animale, insomma, che abbiamo sempre guardato, e osserviamo tutt’ora, soprattutto attraverso la sua utilità a nostro vantaggio, quasi mai osservandola come un essere vivente tale quale a noi, come tutti gli altri nel mondo che viviamo e come i tanti verso cui riserviamo ben maggiori attenzioni e considerazioni.

Ma, ribadisco, provate a guardare una mucca negli occhi. Se lo fate, lei probabilmente ricambierà lo sguardo e vi osserverà fissamente; come voi verso di lei, ugualmente in quegli istanti cercherà di relazionarsi a voi, in un modo tanto elementare come quello offerto dagli occhi eppure potenzialmente intenso, profondo e “dialogante” come nessun altro senso forse può fare. E provate a immaginare, con quel suo sguardo, cosa vi stia chiedendo. Perché qualcosa ce lo chiede, io credo, e in fondo comprenderà essa stessa che noi umani siamo le creature del mondo che quotidianamente vive più importanti per lei, quelle con cui deve intrattenere la relazione principale. Di più: sono certo che non si fermi solo a questo il suo pensiero, che quel suo fare così docilmente “tonto” non sia affatto il segno di scarsa intelligenza ma forse il contrario, sia un modo di osservarci senza dare troppo nell’occhio e, chissà, nel frattempo per studiarci e capirci – e capire cosa ci facciamo realmente al mondo – come noi, che continuiamo a osservarle con sufficienza e un po’ di scherno pensando al formaggio, al cioccolato al latte e a profumate bistecche, non sappiamo invece fare. E dunque, se così fosse, chi sarebbe veramente l’animale, tra i due?

Per tutto ciò sono molto curioso di poter vedere, appena possibile, Cow, il film della regista inglese Andrea Arnold – apprezzatissimo dalla critica, il cui trailer vedete qui sopra – che, dice la presentazione, «esplora la vita di una mucca da latte, offrendoci la possibilità di osservare da vicino la sua realtà quotidiana e facendoci riflettere su quale grande servizio ci offra» nonché ci fa pensare proprio sulla nostra relazione con animali del genere, così importanti per noi, attraverso il loro punto di vista – sta qui la novità sostanziale del film in forza dell’animale in questione. Più in generale Cow ci costringe a riflettere sulla nostra relazione con l’intero ambiente naturale, verso il quale – altra drammatica supponenza nostra – ci sentiamo sempre così superiori e dominanti ma generando di continuo prove dell’insussistenza di una tale condizione.

Spero di vederlo presto, ripeto, così come di tornare a dialogare attraverso lo sguardo reciproco con qualche mucca, in giro per le montagne, e “scambiarci” qualcosa di sicuramente interessante, ecco.