Joe R. Lansdale, “Altamente esplosivo”

cop_altamente_esplosivoPubblicare una raccolta di racconti di un autore parecchio prolifico è un’operazione editoriale che può comportare non pochi rischi, se poi quello in questione è pure un autore “cult”, non propriamente mainstream ma comunque dotato di una propria solida base di aficionados, i rischi sono anche maggiori. Di sicuro Joe R. Lansdale è uno scrittore che rappresenta bene la suddetta categoria, e questo Altamente esplosivo (Fanucci Editore 2010, traduzione di Luca Conti) una raccolta che si presta a diverse considerazioni sulla scia delle iniziali osservazioni esposte.
Altamente esplosivo è composto da 10 racconti inediti per il pubblico italiano (o quasi, dacché pare che qualcosa sia già uscito, invece) scelti personalmente dall’autore – almeno stando alla quarta di copertina – con l’aggiunta di una introduzione esclusiva a firma dell’autore stesso, peraltro piuttosto interessante. Una raccolta del genere, per sua natura, deve avere tra le sue finalità principali quella di far conoscere lo stile peculiare dell’autore a chi ancora non lo conosca, offrendo una scelta ragionata della sua produzione in modo che il lettore possa generarsi un’idea il più possibile definita di cosa e come l’autore scrive. Di contro, la scelta di pubblicare racconti inediti, in considerazione della citata grande prolificità editoriale di Lansdale e a fronte dell’attrattiva inevitabile per i fan, potrebbe non offrire il meglio della sua produzione, rappresentando semmai una buona scusa per pubblicare – e dunque sfruttare editorialmente – scritti “secondari” ovvero seconde scelte oppure “scarti” vari (che non per questo sono da ritenere per principio cose di basso livello: magari sono soltanto opere scritte in periodi di carriera nei quali l’interesse editoriale era diretto verso altre produzioni) che altrimenti non avrebbero altri “buoni” sbocchi sul mercato, sfruttando peraltro la fiducia ovviamente incondizionata della base di aficionados dell’autore, pronti ad acquistare ogni cosa abbia stampato in copertina il suo nome e cognome…

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Un libro di pietra che cade in rovina. Il degrado del Sacrario di Redipuglia e la meschina indifferenza verso la storia di una nazione senza memoria.

La storia è cultura, inutile affermarlo, e “cultura” significa anche ricordo, rimembranza degli eventi che la storia custodisce e per i quali il tempo dona la facoltà di consentirci l’assimilazione del significato e del senso storico, nonché il superamento delle matrici di fondo, siano positive ovvero, e soprattutto, negative o in qualche modo infauste. Si può dire che da sempre la storia passata viene “raccontata”, oltre che dalle parole, dalle testimonianze monumentali che vengono edificate: certamente spesso intrise di retorica anche bieca se non in certi casi riprovevole, di enfasi patriottica (o pseudo-tale) francamente a volte ridondante e tronfia, non si può tuttavia ignorare che, appunto, tali monumenti rappresentano veri e propri libri di storia all’aperto, le cui vicende vengono narrate non da testi e parole ma da alberi, aiuole, costruzioni, architetture e pietre più o meno artistiche capaci di generare nell’animo del visitatore emozioni e sentimenti certamente vividi e autentici. Poi, ribadisco, si potrà essere più o meno concordi con il messaggio commemorativo che questi monumenti trasmettono, con le motivazioni per le quali sono stati edificati e con il senso che oggi, a distanza di decenni, possono ancora conservare, ma ciò non toglie che raccontano un pezzo di storia, e spesso una storia dalla quale, nel bene e nel male, la nostra società attuale deriva.
Posto ciò, trovo del tutto deprecabile lo stato di degrado e di sostanziale abbandono nel quale versa il Sacrario Militare di Redipuglia, il più grande d’Italia e uno dei maggiori al mondo, in cui sono tumulati i resti di oltre 100.000 combattenti della Prima Guerra Mondiale (e tra di essi una sola donna, Margherita Kaiser Parodi Orlando, una crocerossina di 21 anni), molti dei quali morti proprio sulle colline ove il Sacrario è stato costruito. Redipuglia è anche il monumento italiano che ricorda simbolicamente tutte le vittime del primo conflitto mondiale, con un’apposita cerimonia che qui si tiene il 4 Novembre di ogni anno. Un tempo gestito direttamente da un apposito distaccamento dell’Esercito, ora è passato sotto l’amministrazione della Redipuglia_ossa_photoprovincia di Gorizia ma, appunto, le solite mancanze all’italiana – soldi in primis, poi personale, attrezzature e, cosa più grave in assoluto, volontà politica – ne stanno provocando un degrado inesorabile: si veda, nella eloquente foto qui sopra, addirittura le lapidi rotte entro le quali si scorgono i resti mortali conservati… A tal punto, sarebbe più “onorevole”, o meno indegno, radere al suolo tutto quanto e tanti saluti.
Ora, al di là di qualsivoglia parere, considerazione e posizione di matrice retorico/politica, quanto mai lontana dallo scrivente (in fondo lo stesso Sacrario è un esempio notevole della tipica retorica architettonica fascista) e del senso primigenio e attuale dello stesso – è anche una rappresentazione guerresca impressionante tanto quanto spaventosa, per come lo schieramento delle lapidi ricordi quello d’una armata pronta all’attacco, con gli ufficiali sepolti nelle prime file e la truppa dietro – non si può ignorare che nel monumento si trovano le spoglie di uomini morti in battaglia, chissà con quali atroci sofferenze, nella maggior parte dei casi costretti a lasciare le proprie vite quotidiane per diventare soldati con animo – credo di non sbagliare nell’affermare ciò – sicuramente non felice, anzi… Persone, insomma, che sono morte in un periodo tetro della nostra storia recente ma le quali, nel bene e nel male, rappresentano i costruttori di una parte del percorso storico e sociale che porta direttamente al presente e alle nostre attuali vite quotidiane. Il Sacrario narra, per così dire, le loro vite e, soprattutto, il loro contributo alla generazione della storia che noi oggi viviamo. Storia magari giusta, magari sbagliatissima, ma lo ripeto di nuovo: non è questo ciò che conta. Semmai è una questione di cultura, autentica cultura appunto: e una questione di preservazione della storia come inconfondibile monito ai posteri, di ineludibile senso civico, di comprensione sociologica e antropologica della vicenda narrata da quel monumentale “libro” di pietra e, ultimo ma non ultimo, di rispetto per la tragedia che l’impressionante numero di lapidi del Sacrario rende così suggestivamente vivida. Lasciare che venga cancellata, dunque eliminata anche dalla memoria collettiva, è pura ottusità sociopolitica che solo una classe dirigente mentecatta potrebbe mettere in atto.
L’anno prossimo, 2014, ricorrerà il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale: già molti paesi in Europa stanno preparando consone e significative commemorazioni, con relativo stanziamento di fondi governativi (la Gran Bretagna, giusto per citare un esempio, ha stanziato 59 milioni di Sterline, pari a 50 milioni di Euro). C’è da augurarsi che entro tale ricorrenza la situazione di Redipuglia possa finalmente essere risolta e in modo pregevole, anche perché uno stato che disdegna la conservazione e la promozione del ricordo della propria storia – la quale, bella o brutta che sia, sempre storia propria è! – non può certo dirsi realmente “civile” e, al contrario, facilmente diventa promotore della propria irrefrenabile decadenza.

In lode e gloria del racconto (Joe R. Lansdale dixit #2)

Scrivere romanzi mi piace, ma non ho mai nascosto di preferire i racconti. Intanto perché mi consentono di sperimentare a volontà. Certo, coi romanzi tento di fare lo stesso, ma è nei racconti che posso spaziare come e quanto desidero. Le opportunità sono maggiori, così come il tempo necessario a scriverne uno è di gran lunga inferiore a quello di un romanzo, anche se dal punto di vista economico sono le grandi dimensioni a fornire un miglior rapporto tempo/benefici, cosa che dalle mie parti è molto apprezzata.
Ciò detto, non è che i racconti siano più facili da scrivere per via della loro brevità e del minor dispendio di tempo. Qualcuno – non ricordo chi – ha sostenuto a ragion veduta che un romanzo costituisce la scappatoia più conveniente per scrivere un racconto.
Niente mi attizza di più di una bella raccolta di racconti, e se c’è una cosa che mi ha sempre stupito, dato l’impatto che il lavoro e gli impegni familiari esercitano oggi giorno sulle nostre vite, è come il racconto non sia diventato il genere letterario più diffuso, invece di quei mallopponi capacissimi di schiantare un bue, se gli cadono addosso. Sulla carta, per come la vedo io, non dovrebbe esserci niente di più piacevole della comoda lettura di un buon racconto, anche soltanto uno al giorno, piuttosto che essere costretti ad aspettare le vacanze estive o un viaggio in aereo per spararsi, una o due volte l’anno, un romanzo di ragguardevole stazza.
Data la mia professione, immagino che ogni anno potrei farmi fuori senza grossi problemi un non esiguo numero di romanzi e raccolte di racconti; ma se amate la lettura, e il fattore tempo ha la sua fondamentale importanza, perché non dovreste prendere in considerazione il racconto invece del romanzo?
A casa mia, negli Stati Uniti, parrebbe in atto una certa rinascita del racconto, ma in confronto alla popolarità del romanzo si tratta ancora di un fenomeno di scarso rilievo. Però è anche vero che il sottoscritto non ha ancora capito bene come funziona il forno a microonde…

(Joe R. Lansdale, introduzione a Altamente esplosivo, Fanucci Editore 2010, traduzione di Luca Conti, pagg.9-10)

Un efficace e ovviamente prestigioso assenso – anche se indiretto – da parte del celebre (e celebrato) scrittore americano al mio post sulla stessa questione di qualche tempo fa…
(E a breve, qui nel blog, la recensione di Altamente esplosivo…)

Irvine Welsh, “Ecstasy”

cop_Welsh-ecstasy“Violento, incalzante, cupo, irridente”: basterebbero questi quattro epiteti del collega Nick Hornby per descrivere in modo già abbastanza chiaro Irvine Welsh; se si aggiungesse pure “scurrile” la chiarezza diverrebbe pressoché completa… L’autore dell’ormai “generazionale” Trainspotting raccoglie in questo Ecstasy (TEA 1999, traduzione di Mario Biondi) tre romanzi brevi (o racconti lunghi – la diatriba è sempre aperta: oltre quale numero di pagina avviene la mutazione da racconto a romanzo?…) nei quali, come è facilmente intuibile, la droga più estasiante che ci sia la fa’ da padrone, conducendo la vita e le vicende di quella “solita” parte oscura della società contemporanea della quale Welsh si è fatto cantore, tra rave parties, violenza giovanile, hooligans calcistici, perversioni sessuali assortite e quant’altro possa tracciare i confini di un (apparente) vero e proprio inferno, nel quale i condannati a starci ci stanno ben volentieri e, anzi, una tale “condanna” se la sono cercata e ne vanno fieri…

Leggete la recensione completa di Ecstasy cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

INTERVALLO – Inghilterra/Galles, “The Book Barge” Independent Bookshop

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The Book Barge, una libreria indipendente su un barcone navigante i canali tra Inghilterra e Galles…
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