Björn Larsson, “Bisogno di libertà”

cop_bisogno_libertàI testi letterari devono parlare. Apparentemente sembrerebbe una banalità, questa, invece è un’evidenza non così scontata. Molti libri crediamo ci stiano parlando ma in realtà si fanno leggere, ovvero siamo noi che diamo loro una voce e una parlata, la nostra. La differenza pare sottile e invece è profondissima, dato che il testo che invece parla è quello che realmente ci sta raccontando, comunicando, trasmettendo qualcosa di nuovo, qualcosa che può rappresentare una buona e proficua rivelazione, piccola o grande. E quando un testo letterario sa parlare, si può instaurare un vero e proprio dialogo con il lettore, un confronto tra ciò che il testo comunica, rivela, illumina, e la reazione intellettuale di chi riceve tali messaggi e, direttamente già nel corso della lettura, vi medita sopra.
Ecco: per quanto mi riguarda Bisogno di libertà, forse l’opera più nota dello scrittore svedese Björn Larsson, anche se non la più venduta (Iperborea, 2007, traduzione di Daniela Crocco, postfazione di Paolo Lodigiani; orig. (francese) Besoin de liberté, 2006), è un libro con il quale mi sono ritrovato ad intessere un dialogo parecchio fitto e, per così dire, concitato.
Bisogno di libertà è una sorta di non-autobiografia, cioè la narrazione della vita dell’autore contestualizzata in un ambito di riflessione e di analisi del concetto di “libertà” – sviscerato dal punto di vista personale ma in modi inevitabilmente condivisibili da tanti…

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Francesca Mazzucato, “Bologna segreta”

cop_bologna-segreta-600x698Può esistere il residente di una città per il quale la città stessa non abbia alcun segreto? Forse sì, ma nel caso sarebbe una condizione piuttosto triste, anche se non mai come la condizione contraria, assai diffusa oggi, ovvero dell’abitante della città (ma ciò vale per qualsiasi territorio più o meno urbanizzato/antropizzato) che da essa è scollato, che in essa vive in uno stato di sostanziale anomia, generando una situazione simile a quella teorizzata da Marc Augé con i suoi ormai celeberrimi non luoghi.
In verità, al contrario, la città è il luogo per eccellenza, ed è a suo modo un’entità viva, una creatura urbana dotata d’una propria personalità, anima, spirito oltre che d’una particolare foggia ed estetica. In quanto tale, è pressoché inevitabile che non conservi nelle sue pieghe architettoniche e urbanistiche, ovvero nella sua storia e pure nella più ordinaria realtà quotidiana, zone segrete che qualsiasi suo vero abitante dovrebbe cercare e trovare, o quanto meno dovrebbe esplorare per scoprire ciò che ancora non sa del luogo in cui vive – il quale, inevitabilmente, dei suoi abitanti influenza anche la personalità, così che una maggior conoscenza dell’ambiente urbano vissuto determina pure una più ampia consapevolezza di sé stessi in esso, oltre che senza dubbio un maggior (e indispensabile) senso civico.
Francesca Mazzucato compie tutto ciò in Bologna Segreta (Historica Edizioni, 2014, collana Cahier di viaggio), tornando nella propria città natale – lei che ora solo saltuariamente ci vive – per ri-trovare ed esplorarne nuovamente l’anima urbana, identificando luoghi, persone, cose e circostanze che più di qualsiasi “ovvio” monumento artistico e architettonico possano non solo tracciare un identikit tanto alternativo quanto approfondito della città, ma rivelandone peculiarità e virtù meno conosciute o più ignorate se non, appunto, segrete…

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Stefano Bartezzaghi, “M – Una metronovela”

cop_m-una-metronovelaLe città di oggi sotto molti aspetti si possono definire un enigma. Questo fin dal capire cosa siano: post-moderne, post-industriali, post-contemporanee ovvero “luoghi” per eccellenza che non di rado si trasformano in non luoghi attraverso trasformazioni o distorsioni il cui senso spesso sfugge persino ai (cosiddetti) “addetti ai lavori”. Siano quel che siano, restano comunque “il” luogo per definizione sociologica, l’ambito nel quale più di qualsiasi altri si possono comprendere e valutare (o si più tentare di percepire) le trasformazioni sociali e antropologiche che modificano nel tempo l’ accezione – almeno in senso urbano – di umanità.
Per questo, verrebbe quasi da pensare che più di architetti, urbanisti o altri “addetti ai lavori” (vedi sopra) del genere, possa essere proprio un enigmista a saper convenientemente interpretare la città di oggi – e in particolare quella città che, in Italia, forse come nessun altra risulta emblematica nel contesto che sto considerando. Se poi l’enigmista è pure arguto giornalista e fine scrittore, oltre che raffinato linguista, tanto meglio. Uno come Stefano Bartezzaghi, ecco, che prova a sciorinare l’analisi logica della propria città – Milano – utilizzando una chiave di lettura particolare eppure, a ben pensarci, forse più determinata e lineare di tante altre (fosse solo per il fatto che sia ben ancorata al suo posto nel sottosuolo o, se preferite, direttamente sotto la pelle urbana della città) ovvero la rete della metropolitana. Ne è venuto fuori M – Una metronovela (Einaudi, collana Frontiere), un viaggio nel profondo del corpo di Milano attraverso quello che, restando nella metafora anatomica, può ben essere considerato il suo sistema cardiocircolatorio – con quello stradale di superficie, invece a rappresentare il sistema nervoso, inevitabilmente…

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Arto Paasilinna, “La fattoria dei malfattori”

COP_lafattoriadeimalfattoriHo avuto la fortuna, qualche anno fa, di scorrazzare in lungo e in largo per la Finlandia, da Helsinki lungo la parte centrale, l’ovest del paese e le rive del Golfo di Botnia su fino alla Lapponia e oltre il Circolo Polare Artico, per poi ridiscendere dalla parte orientale, quella confinante con la Russia, oltrepassando la Carelia per tornare a Helsinki. Ho attraversato città e villaggi meravigliosi, un’infinità di laghi, fiumi impetuosi, montagne antichissime e soprattutto foreste, foreste, foreste, foreste. E, andando sempre più verso Nord e il Circolo Polare Artico, foreste, foreste e foreste. “Un po’ monotono!” penserete forse voi: beh, anch’io lo credevo, prima di andarci, e l’ho pensato nel primo paio di giorni che ci stavo in mezzo. Poi, ho cominciato a percepire vividamente una sorta di aura spirituale scaturente da quel paesaggio, difficile da spiegare ma assolutamente intensa, e l’unico modo per non sentirsi persi, in quelle estensioni forestali infinite, era proprio quello di intercettare quell’aura, quell’ordine naturale ancestrale, e armonizzarsi ad esso. D’altro canto, mi è servito pure osservare come vivessero quella condizione i finlandesi stessi, gli abitanti di cittadine e villaggi sparsi in quel nulla arboreo e distanti decine e decine di chilometri gli uni dagli altri: una Natura così soverchiante si può percepire come non ostile solamente inglobandola nel proprio dna, nella propria essenza antropologica e sociologica. Di nuovo, per poter capire e comprendere la visione delle cose quotidiane e la cultura di fondo dei finlandesi – oltre che, non posso non ammetterlo, per trovare così affascinante un paesaggio che altri apprezzano per i primi 5 minuti e poi dal quale non vedono l’ora di fuggire, sentendosi totalmente smarriti e lontani dalla cosiddetta “civiltà” – è stata per fondamentale la lettura dei romanzi di Arto Paasilinna.
Ecco: ho voluto annoiarvi con questa lunga introduzione perché, letto pure La fattoria dei malfattori (Iperborea, 2013, pag.352, traduzione di Francesco Felici; orig. Hirttämättömien lurjusten yrttitarha, 1998) e sui libri di Paasilinna – che considero in assoluto il “caposcuola” del peculiare stile letterario scandinavo – avendo già scritto molto, m’è sorto il dubbio che dovendone scrivere ancora avrei finito per risultare ripetitivo…

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Thomas Meyer, “Non tutte le sciagure vengono dal cielo”

cop-nontuttelesciagureAh, le donne, capaci di portare gli uomini alla perdizione! Beh, ovvio che non è proprio così, in verità, perché il “merito” di quella perdizione va semmai ricercato nell’ingenuità e nell’ottusità di molti uomini (che ormai “sesso forte” non lo sono più da decenni – e meno male, per certi aspetti). Anzi: e se quella “perdizione” da qualcuno paventata e messa a colpa delle donne non sia invece una visione perbenista se non oscurantista di un buon concetto di libertà, che altrimenti tanti uomini non saprebbero ottenere? Tanto più se si è di sesso maschile e di religione ebrea ortodossa
Mordechai Wolkenbruch è proprio uno di essi, un ebreo ortodosso svizzero residente a Zurigo, ed è il protagonista del romanzo di Thomas Meyer Non tutte le sciagure vengono dal cielo (Keller Editore, 2015, traduzione di Franco Filice; orig. Wolkenbruchs wunderliche Reise in die Arme einer Schickse, 2012): Motti – è il suo nomignolo – studia all’università, per mantenersi lavora nell’agenzia assicurativa del padre ma, soprattutto, è ormai in età da matrimonio – anzi, è già pure in ritardo rispetto ai suoi confratelli coetanei. Dunque la madre, donna di rigidità confessionale e invadenza vitale terrificanti, non fa che organizzargli degli shidekh (termine della lingua yiddish), ovvero degli incontri con ragazze di famiglia rigorosamente ebrea e possibilmente ben vista nella relativa comunità, finalizzati a trovare moglie. Peccato però che nessuna delle ragazze scelte dalla madre piacciano a Motti…

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