Non guardo quasi mai la TV – lo rimarco spesso, ci tengo – e qualche giorno fa, in casa altrui con televisore acceso, ho potuto constatare che, ancora, intorno all’ora di cena va in onda tutta quella messe di quiz di idiozia stratosferica il cui concetto fondamentale, riassumendo in modo succinto tanto quanto pragmatico, è “più c’hai culo, più vinci”.
E se la prima sensazione è quella di un’ira funesta che al confronto quella del pelide Achille è roba da torneo di scopa in un ospizio, la seconda, appena dopo, è quella di un frustrante sconforto, per come tali quiz sappiano rappresentare perfettamente la decadente e letale pochezza della nostra società contemporanea.
Porca miseria, nei quiz mikebongiorneschi di un tempo – tipo Lascia o Raddoppia, per dire – partecipava gente del calibro di John Cage, uno dei più grandi geni del Novecento, e alla stesura delle domande contribuivano intellettuali come Umberto Eco… Secondo alcuni rappresentavano i primi esempi di trasformazione in valore monetario del sapere (in senso negativo, s’intende), ma certamente quelli che vincevano, allora – dacché si presuppone pure che in quegli anni non vi fossero sospetti di brogli e intrallazzi ad’uso d’audience come oggi – erano veri e propri pozzi di scienza nelle materie per le quali si presentavano. Era una forma evidente di meritocrazia, in buona sostanza. Mediatizzata quanto si vuole – e quanto potesse esserlo allora – ma lo era.

Non so cosa abbia risposto la tizia che appare nell’immagine in testa al post alla domanda su cosa lava l’orsetto lavatore, ma mi auguro che seguendo l’indicazione apparente delle lettere abbia effettivamente risposto il culo. Perché in questo modo avrebbe ovviamente sbagliato la risposta, ma sarebbe di sicuro apparsa più onesta e coerente, con sé stessa e con quelli che (con tutto il rispetto) hanno il coraggio di guardare queste divertenti tanto quanto ignobili produzioni televisive contemporanee.
Categoria: (L.)
La ricerca imperitura della bellezza di Mihaela Noroc
Due anni fa la fotografa rumena Mihaela Noroc ha deciso di lasciare il suo lavoro in Romania e iniziare un lungo viaggio. Noroc da allora ha girato 37 paesi, fotografando decine di ragazze della sua età, per “raccontare come la bellezza si trovi ovunque” e per dimostrare come sia proprio la diversità a rendere uniche le donne di tutto il mondo: da questo lungo viaggio è nato il progetto The Atlas of Beauty, che raccoglie i ritratti di decine di ragazze realizzati nei loro contesti quotidiani, dalla foresta amazzonica all’Etiopia, dall’Iran fino alle strade di New York.
“Ora posso affermare che la bellezza è ovunque, e non è una questione di cosmetici, denaro, etnia o stato sociale, quanto dell’essere semplicemente se stessi. Le tendenze globali ci fanno sembrare simili e comportare allo stesso modo, ma siamo belli soprattutto perché siamo diversi. Alla fine la bellezza è negli occhi di chi guarda e chi guarda è sempre qualcun altro” ha affermato Noroc in merito alla sua ricerca.
Beh, nella sua semplicità un progetto molto interessante: troppo spesso leghiamo il concetto di “bellezza” a canoni meramente estetici e, cosa peggiore, a convenzioni e conformismi che hanno poco di che spartire con il senso originario – e antropologico, mi viene da dire – del concetto stesso. Se è dostoevskijanamente vero, come io credo fermamente sia vero, che la bellezza salverà il mondo, forse il mondo stesso non si sta esattamente salvando, al momento, proprio perché noi che lo abitiamo non sappiamo più cogliere la grande bellezza che abbiamo intorno, e che Mihaela Noroc ha voluto identificare con la parte umana femminile di esso (innegabilmente: noi uomini non sapremo mai rappresentare la bellezza come sanno fare le donne, in ogni contesto) ma che indubbiamente si può ritrovare in mille altre cose. Cose sovente ignorate dal modus vivendi che, volenti o nolenti, abbiamo assunto nella nostra quotidianità, e sovente sostituite da mille altre cose che di autenticamente bello nulla hanno ma che ci vengono imposte come tali, col risultato di un inesorabile degrado della nostra capacità di valutazione estetica, appunto.
P.S.: la fonte principale dalla quale ho tratto l’articolo è questa.
Un personale ricordo del professor Luigi Zanzi
Qualche giorno fa – il 31 maggio, per la precisione – è venuto a mancare Luigi Zanzi, avvocato, docente di Metodologia delle scienze storiche prima all’Università di Genova poi all’Università di Pavia, grande e appassionato studioso di storia della Natura e della scienza con particolare attenzione alla cultura montana nonché – per usare un’espressione abusata ma significativa – intellettuale a tutto tondo, di opinioni chiare e nette, forti convinzioni e mirabili capacità argomentative.
Lo conobbi di persona fugacemente, ma ebbi più volte modo di fare con Zanzi numerose chiacchierate via mail su alcuni articoli di sua stesura, chiedendogli per un paio di essi di poterli riprodurre qui nel blog – cosa a cui acconsentì con grande cordialità. E’ stata certamente una di quelle figure della cultura nazionale poco note ma assolutamente incisive, illuminanti e influenzanti, e l’eredità saggistico-letteraria che ci lascia sarà certamente un prezioso scrigno di profonda e colta saggezza scientifico-umanistica per chiunque, da oggi e in futuro, vorrà e saprà attingere per conoscere e capire meglio il mondo che abbiamo intorno e la civiltà che lo vive.
In questo articolo pubblicato da Lo Scarpone – notiziario del Club Alpino Italiano, col quale Zanzi collaborò in più occasioni e in particolare per il saggio che sancì la correttezza della verità di Walter Bonatti nel caso K2 e lo chiuse definitivamente – potete trovare una sua articolata bibliografia, mentre vorrei affidare il mio personale commiato ai due articoli coi quali pubblicai suoi scritti: Sterminato Tibet; Tibet sterminato, sulla questione tibetana (pubblicato sul precedente blog da me curato) e la bellissima testimonianza che riproduco qui sotto sul concetto di sacralità (l’originale è qui).
Ho appreso che uno dei criteri principali per tale riconoscimento (di un concetto di sacralità, n.d.s.) è quello della forma del paesaggio: il profilo di uno spigolo roccioso, la figura di una vetta, una linea di cresta, una lingua o una cascata di seracchi di ghiaccio s’impongono come ‘sacri’ per la loro forma. Dove c’è il segno di tale forma, lì non si passa, non si può mettere piede. Là dove non c’è evidenza di una forma pregnante di significato, là si può passare. È, questa, una lezione da apprendere e non c’è miglior scuola del Bhutan per apprenderla. (…)
Un giorno eravamo ai piedi di una mirabile cresta di roccia-ghiaccio nella zona di Chatarake (6500 m); la linea di salita si prospettava rosata nel chiarore dell’alba verso l’altezza di una cima inviolata di circa 6000 m.
Cedendo ad una nostra tentazione istintiva, io e Claudio (Schranz, guida alpina, n.d.s.) abbiamo cercato di convincere Tenzing (la loro guida locale, n.d.s.) ad una deviazione dal programma concordato per una digressione di uno o due giorni per arrivare a quella cima.
Naturalmente mi rispose con un fermo diniego, a cui io prontamente mi adeguai.
Ma non tralasciai di argomentare: “Se su per quelle rocce salisse uno stambecco non avresti nulla da dire e non lo impediresti; perché lo impedisci a me?”. Non seppe rispondermi subito. Dopo più di un’ora di cammino, mi si avvicinò per dirmi: “Sai perché è giusto non essere saliti là in cima? Perché noi uomini siamo gli unici che abbiamo la facoltà di saper rinunciare a tali tentazioni! È questa la nostra spiritualità!”.
L’argomento mi ha lasciato stupito perché l’ho trovato e lo trovo tuttora straordinario.
(Brano tratto da Il paese più verde dell’Himalaya. Viaggio in Bhutan alla scoperta di tradizione e sacralità della montagna, di Luigi Zanzi. La Rivista – Bimestrale del Club Alpino Italiano, Settembre/Ottobre 2011.)
Le parole che servono, nulla più

Ciò fin dai convenevoli, allora come adesso quando torno a trovarli – purtroppo meno di quanto vorrei. Da essi ho imparato che i convenevoli più sono apparentemente cordiali, più facilmente sono falsi. Lassù non ci si vede da mesi, poi ci si incontra e: “Ciao. Allora?” Fine, un sorriso, uno sguardo e nulla di più – al massimo una stretta di mano, ma solo in occasioni particolari. Ma, in così poche e brevi parole, c’era e c’è quella cordialità e quello spirito amichevole che non abbisognano, appunto, di troppe parole, di tante frasi fatte per essere manifestati.
E poi, alla richiesta di farsi raccontare quanto accaduto durante la reciproca lontananza – il suddetto “Allora?” basta e avanza per ciò – nessun ampolloso resoconto da talk show televisivo, semmai poche formule convenzionali. “Ma sì, dai!” significa che va tutto bene, “Insomma…” lascia intendere che vi sia qualche problema, e “Uff!” o “Bah!” che è accaduto qualcosa di preoccupante. Ma in tal caso, nuovamente, non c’è da aspettarsi alcuna articolata cronaca: solo qualche cenno, più o meno vago. E questo non perché non vogliano raccontare o si tengano per sé certi fatti dacché privati e non te li vogliano raccontare; semmai perché lassù la ricerca di consenso e di considerazione altrui – possibilmente condita da una buona dose di (pseudo)condivisione dello stato d’animo, che essendo forzata è immancabilmente falsa – non è cosa ambita, anzi. Forse anche perché quegli amici conservano ancora un tradizionale ovvero innato istinto all’autonomia quotidiana, al cercare di cavarsela da soli, prima di dover chiedere ad altri. E, sia chiaro, non sto parlando di montanari retrogradi e asociali da poco usciti dalle capanne e dalle stalle di legno e paglia – in tal senso c’è molta più primitività civica e sociale in città, sotto parecchi punti di vista.
Insomma, giusto le parole che servono, non di più, mai fuori luogo, mai senza un senso necessario – almeno nei discorsi importanti. Un’abitudine derivante dall’essere di frequente soli, in quell’ambiente montano? No, non credo. Forse un tempo poteva essere così, quando la vita in montagna era certamente ben più ostica di quella attuale. Penso invece più alla preservata facoltà di comprendere l’essenza delle cose, di stare nel nocciolo di esse senza troppe divagazioni nell’inutilità d’intorno – una facoltà che senza dubbio la montagna aiuta a perseguire. Oppure – mi viene da pensare in modo forse esageratamente poetico – la capacità di saper ancora apprezzare il silenzio. Il silenzio della Natura, quel silenzio che a noi cittadini ci è stato vietato dalla nostra rumorosa, cacofonica società, che viene costantemente cancellato dall’incontrollato e insensato profluvio di parole proveniente da ovunque, che ci è stato imposto dalla TV – strumento fondamentale di controllo di massa, ça va sans dire – la quale ci ha abituato a sentire di continuo qualcuno che parla fino ad averci disabituato (strategicamente) ad ascoltare veramente. Quel silenzio che invece tra i monti probabilmente c’è ancora, e che rappresenta la condizione ideale per ascoltare, appunto, quanto si ha intorno e, ancor più, sé stessi.
Tornerò presto a trovare quei miei amici, su in Valtellina. Una volta ancora ci si saluterà come se ci si fosse visti ieri – e invece sono mesi che non passo da loro – si scambieranno tre parole, e poi magari si starà sul terrazzo ad osservare verso il possente orizzonte alpino fatto di boschi, cime, pareti e nevi eterne che chiude su tre lati l’orizzonte della valle, senza dire nulla. Ma ascoltandoci reciprocamente come difficilmente mi può accadere altrove.
Quando tra il dire e il fare c’è di mezzo la buona scuola (un articolo di Tullio De Mauro)
Sia chiaro: per “buona scuola” intendo la scuola (e la didattica) di qualità! Nessun riferimento, dunque, a una certa “riforma” che di questi tempi si sta discutendo dalle nostre parti. No, qui l’argomento è serio (!), e Tullio De Mauro ne disquisisce con riferimento all’ambito scolastico finlandese, tra i più avanzati ed efficienti al mondo.
Ho avuto modo di conoscerla piuttosto bene, la Finlandia, dunque non solo comprendo perfettamente il senso dell’articolo di De Mauro qui sotto riprodotto – pubblicato sul sito web de Internazionale il 23 maggio (vedi qui l’originale), ma posso anche dire di aver visto di persona gli effetti collaterali della bontà del sistema scolastico di lassù: società avanzata, cultura diffusa, senso civico elevato. Tutte cose, appunto, che la scuola deve e dovrebbe essere in grado – ed essere messa in grado – di insegnare fin dall’infanzia. E che – come anche chiosa De Mauro sul finale del suo articolo – fanno la differenza tra una mera riforma politica (qualsiasi essa sia, ribadisco) e un’autentica gestione culturale del sistema scolastico. Coi risultati che possiamo constatare quotidianamente attorno a noi.
Finlandia: liberi tutti
La Finlandia è la palestra educativa del mondo, scrive Liisa Niveri sullo Spiegel di fine aprile. Dopo Le Monde, The Guardian e Die Zeit anche Der Spiegel torna a dare ampio spazio alle novità che si profilano nella scuola finlandese.
I confronti internazionali sulle prestazioni degli alunni nelle prove oggettive non lasciano dubbi: gli alunni finlandesi contendono a giapponesi e sudcoreani i primi posti nel mondo. Il sistema scolastico tiene insieme la massima inclusività (nessuno è lasciato indietro) e i massimi risultati di qualità, come avviene in Giappone e in Corea del Sud – e in Italia nella scuola elementare. Si cercano i segreti del successo. Il benessere e le scelte soggettive degli alunni sono, a tutti i livelli di istruzione, in primo piano, in un modo che sorprende e spiazza atteggiamenti pedagogici consolidati.
Per esempio, dall’autunno scorso bambine e bambini possono scegliere liberamente tempi e vie per imparare a scrivere: messaggini, computer, stampatello o corsivo a mano. Irneli Halinen, a capo dell’ufficio nazionale per lo sviluppo dei curricoli, spiega che nella media superiore le materie non verranno cancellate, ma, dopo aver studiato la cosa e intervistato singolarmente migliaia di studenti e docenti, si è deciso di favorire sempre di più lo studio attraverso ricerche di gruppo su temi trasversali scelti dagli studenti. Cento o cinquant’anni fa cose del genere suggerirono Édouard Claparède o Guido Calogero. In Finlandia le realizzano.
(Tullio De Mauro)