Una cartolina dal Monte Pelmo

[Foto di Mario da Pixabay.]

In nessun’altra parte delle Alpi si innalzano così bruscamente cime altissime e con così poca apparenza di connessione tra di loro. In nessun’altra parte vi sono contrasti così marcati offerti dalla differenza di struttura geologica come quelli che qui colpiscono il viaggiatore.

Così a metà Ottocento scriveva delle Dolomiti sul proprio diario John Ball, politico, naturalista e alpinista irlandese. Il quale aveva pieno titolo per scrivere quelle parole: Ball nel 1857 salì una delle principali cime dolomitiche per la prima volta, il Pelmo, 3168 m (che spicca al centro della “cartolina” qui sopra), e il suo nome è rimasto “impresso” sulla montagna grazie all’itinerario che egli seguì per raggiungerne la vetta, la cengia di Ball, tutt’oggi la via normale. E se l’alpinista irlandese affermò poi di aver scelto il Pelmo per la sua prima scalata perché gli era sembrato il più bello tra tutti i monti delle Dolomiti che aveva visto (cosa condivisibile, peraltro, anche grazie alla sua particolare forma che gli riserva il nomignolo di Caregón de ‘l Pareterno, “Trono di Dio”), è pure vero che il monte dà bene l’idea di «cima altissima e con così poca apparenza di connessione» con le altre, avendo tale peculiarità anche nel proprio oronimo che deriva dalla forma dialettale Sass de Pelf col significato di “sasso”, “roccia compatta” e anche “sasso isolato” (cfr. il preromano pel- affine a pal(a), “roccia”, “pala”) caratteristica ben evidente anche nella “cartolina” lì sopra.

Le Breuil?

P.S. – Pre Scriptum: visto l’inopinato interesse sorto negli ultimi giorni intorno al toponimo Breuil, in forza del dibattito – invero piuttosto grottesco – sul paventato cambio di nome di Cervinia, ripropongo un post dello scorso anno nel quale ne scrivevo in merito ad un altro toponimo simile, che anche in questi giorni qualcuno ha voluto correlare al primo per assonanza lessicale ma pure – ironicamente -per gli effetti di ciò che commercialmente identifica cagionati ai suddetti Vótornèn (in patois gli abitanti della Valtournenche nel cui territorio si trova Cervinia).

Buona (ri)lettura!

Un amico che sa della mia malsana passione per la toponomastica mi chiede se vi sia qualche attinenza etimologica tra i toponimi di forma e suono molto simili relativi a due località alpine parecchio distanti tra di loro: Breuil, ovvero il villaggio “sul” quale è sorta Cervinia, in Valle d’Aosta, e Braulio, monte e valle (con torrente) tra Bormio e il Passo dello Stelvio in Lombardia.

La domanda è legittima perché accade spesso che toponimi di luoghi anche molto lontani tra di loro, aventi forme lessicali simili oppure differenti dacché adattate agli idiomi locali ma con antiche radici comuni, risultino parimenti dotati dello stesso significato. Nel caso specifico però la risposta è no: il valdostano Breuil è un toponimo derivato dalla voce franco-provenzale breuil o braoulé, che indica i piani paludosi di montagna, cioè l’aspetto che probabilmente un tempo aveva il fondovalle della conca alla testata della Valtournenche ove oggi sorge Cervinia; il lombardo Braulio, invece, un tempo scritto anche nelle forme Braulii o Mombragli e la cui radice è la stessa di un’altra montagna della zona, il Piz Umbrail (a volte italianizzato in Ombraglio), è un toponimo il quale sembra richiamare l’ombra che caratterizza la media e bassa valle omonima, un canyon incassato e profondo più di 800 metri rispetto alle creste delle cime circostanti. Il “Monte dell’Ombra”, insomma.

In ogni caso, che abbiano origini e significati comuni o differenti, fateci caso a quanto siano affascinanti i toponimi, specialmente quelli di luoghi così carichi di storie, bellezze, fascini, narrazioni, peculiarità geografiche, ambientali e paesaggistiche come quelli di montagna. Come sostengo spesso al riguardo, il toponimo è un piccolo e immateriale scrigno che sa custodire un sacco di tesori culturali sempre pronti da scoprire, leggere, conoscere e dai quali farsi illuminare nonché, come ha scritto Paolo Rumiz ne La leggenda dei monti naviganti, è una garanzia affinché ci siano sempre i luoghi, cioè quegli ambiti che sono il frutto della relazione tra il territorio, le sue caratteristiche e le genti che nel tempo lo hanno attraversato, vissuto, abitato, modificato. Per questo conoscere i toponimi e ciò che custodiscono è un po’ conoscere i luoghi che identificano in un modo tanto immediato quanto inaspettatamente profondo. Abbiatene sempre cura, dunque: il loro valore è realmente inestimabile!

(Cartolina in alto: il Breuil intorno al 1900; fonte www.comune.valtournenche.ao.it. Cartolina in basso: la valle del Braulio con la strada che da Bormio sale al Passo dello Stelvio; foto di Philip Pikart, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.)

Una cartolina dal Breuil e una dal Braulio

Un amico che sa della mia malsana passione per la toponomastica mi chiede se vi sia qualche attinenza etimologica tra i toponimi di forma e suono molto simili relativi a due località alpine parecchio distanti tra di loro: Breuil, ovvero il villaggio “sul” quale è sorta Cervinia, in Valle d’Aosta, e Braulio, monte e valle (con torrente) tra Bormio e il Passo dello Stelvio in Lombardia.

La domanda è legittima perché accade spesso che toponimi di luoghi anche molto lontani tra di loro, aventi forme lessicali simili oppure differenti dacché adattate agli idiomi locali ma con antiche radici comuni, risultino parimenti dotati dello stesso significato. Nel caso specifico però la risposta è no: il valdostano Breuil è un toponimo derivato dalla voce franco-provenzale breuil o braoulé, che indica i piani paludosi di montagna, cioè l’aspetto che probabilmente un tempo aveva il fondovalle della conca alla testata della Valtournenche ove oggi sorge Cervinia; il lombardo Braulio, invece, un tempo scritto anche nelle forme Braulii o Mombragli e la cui radice è la stessa di un’altra montagna della zona, il Piz Umbrail (a volte italianizzato in Ombraglio), è un toponimo il quale sembra richiamare l’ombra che caratterizza la media e bassa valle omonima, un canyon incassato e profondo più di 800 metri rispetto alle creste delle cime circostanti. Il “Monte dell’Ombra”, insomma.

In ogni caso, che abbiano origini e significati comuni o differenti, fateci caso a quanto siano affascinanti i toponimi, specialmente quelli di luoghi così carichi di storie, bellezze, fascini, narrazioni, peculiarità geografiche, ambientali e paesaggistiche come quelli di montagna. Come sostengo spesso al riguardo, il toponimo è un piccolo e immateriale scrigno che sa custodire un sacco di tesori culturali sempre pronti da scoprire, leggere, conoscere e dai quali farsi illuminare nonché, come ha scritto Paolo Rumiz ne La leggenda dei monti naviganti, è una garanzia affinché ci siano sempre i luoghi, cioè quegli ambiti che sono il frutto della relazione tra il territorio, le sue caratteristiche e le genti che nel tempo lo hanno attraversato, vissuto, abitato, modificato. Per questo conoscere i toponimi e ciò che custodiscono è un po’ conoscere i luoghi che identificano in un modo tanto immediato quanto inaspettatamente profondo. Abbiatene sempre cura, dunque: il loro valore è realmente inestimabile!

(Cartolina in alto: il Breuil intorno al 1900; fonte www.comune.valtournenche.ao.it. Cartolina in basso: la valle del Braulio con la strada che da Bormio sale al Passo dello Stelvio; foto di Philip Pikart, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.)

Una cartolina dal Grand Golliat

Quando da ragazzino, passando i pomeriggi a sfogliare mappe geografiche e libri di montagna e così ritrovandomi davanti il Grand Golliat, oronimo accompagnato da fotografie assai suggestive della sua notevole mole rocciosa, subito la fantasia mi generava nella mente l’immagine di una mitologica creatura ciclopica che qualche incantesimo avesse trasformato in monte, così celandone le enormi membra ma al contempo mantenendone il nome che a chiunque, per facile assonanza, verrebbe da associare al più famoso gigante della storia, Golia. D’altro canto, un toponimo all’apparenza così particolare, “Grand Golliat”, non stonerebbe nemmeno sul fianco di una potente nave da battaglia oppure, per restare in ambiti più o meno adolescenziali, come nome di una paurosa creatura spaziale battagliante contro qualche robottone da manga nipponico – tipo Goldrake, per dire. Di certo farebbe pensare a una montagna enorme, impressionante, tra le più alte in assoluto.

In verità la montagna è imponente ma non così elevata, raggiungendo “solo” i 3238 m, e trovandosi in fondo alla Val Ferret (italiana, ma anche di quella omonima svizzera sul versante opposto) al cospetto del Monte Bianco e dei suoi satelliti nordorientali, il Grand Golliat appare inesorabilmente subalterno a quelle ben più elevate e importanti vette. Forse è anche per questo, viene da ironizzare, che un pur tanto affascinante toponimo non rimanda affatto al Golia biblico (Goliath, sia in francese che in inglese) bensì, molto meno suggestivamente, alle parole goille in patois valdostano o gouille in francese valdostano, che indicano una pozza d’acqua o un piccolo laghetto – in effetti presente alla base della parete est, alimentato soprattutto dalla fusione nivale estiva, sul fondo di una conca un tempo occupata da un ghiacciaio (il Glacier des Bosses) ormai ridotto a piccoli brandelli nevosi.

Nessun gigante mitologico trasformato in montagna, dunque: ma il Grand Golliat resta comunque una vetta tra le più belle di quel settore delle Alpi, ben più rinomata se non avesse vicino i numerosi quattromila del Monte Bianco; un elemento fondamentale di un paesaggio montano alquanto selvaggio e altrettanto affascinante, almeno quanto il suo singolare toponimo.