Montagne e libertà

[Montagne delle Alpi. Foto di Robert Heiser su Unsplash.]
Qualche giorno fa ascoltavo alla radio la testimonianza di un cronista di guerra italiano da poco tornato dal Myanmar, la ex Birmania ora nelle mani di una cruenta dittatura militare. Per incontrare i suoi oppositori il cronista è salito sulle montagne del paese, tra le quali si sono nascosti e operano contro l’esercito: nel parlarne li ha definiti «partigiani» come gli italiani che combatterono la dittatura fascista. E, esattamente come i nostri, anche i partigiani birmani sono saliti sui monti per organizzare la loro opposizione e tentare di riportare la libertà nel paese.

Montagne e libertà, già. Un accostamento ribadito da sempre e costantemente: quando qualche giorno fa ho chiesto qui sui social quale fossa la prima cosa che veniva da associare alla montagna, in molti hanno risposto proprio «libertà». Solo che qui oggi frequentiamo i monti per sentirci liberi dalle costrizioni della quotidianità delle quali spesso siamo noi stessi a farcene prigionieri, in altri luoghi e tempi si è saliti in alto combattendo per la libertà e sfuggendo a chi l’ha sottomessa al dispotismo. In ogni caso quell’accostamento è quanto mai reale e non così scontato come si potrebbe pensare: è ovvio che nei territori montani ci si senta ben più liberi che negli agglomerati urbani, ma è una libertà soprattutto materiale; non è detto che questa libertà diventi pure immateriale cioè antropologica, filosofica, una dimensione non solo del corpo ma pure della mente e dello spirito. È qualcosa che la montagna sa donarci, al pari di altri spazi similari al mondo, che dobbiamo anche saper percepire e comprendere autenticamente, non solo per convinzione diffusa e per impressione indotta.

[Montagne del Myanmar. Foto tratta da www.remotelands.com.]
Così può accadere che si salga sui monti «per sentirsi liberi» ma ci si porti appresso, o non si sappia lasciare a valle, i conformismi, le costrizioni, le coercizioni, gli obblighi e le pretese che caratterizzano la nostra quotidianità, e che più o meno inconsciamente finiscono per influenzare anche la permanenza in montagna. Quasi che avessimo paura della libertà, come scrisse Carlo Levi nel 1944 in riferimento a una privazione della libertà ben più grave, quella imposta dal fascismo:

La paura della libertà è il sentimento che ha generato il fascismo. Per chi ha l’animo di un servo, la sola pace, la sola felicità è nell’avere un padrone e nulla è più faticoso e veramente spaventoso dell’esercizio della libertà.

Ecco, a mio parere il principio è lo stesso – se mi permettete l’accostamento (che forse qualcuno lo riterrà “blasfemo” in forza della differenza di circostanze – ma sto ragionando per princìpi, appunto): la libertà è uno stato che bisogna esercitare e bisogna saperlo fare, altrimenti possiamo sentirci e crederci liberi ma in effetti non lo siamo veramente. E se non lo siamo sul serio, per giunta senza saperlo comprendere, la libertà di cui godiamo finirà per essere inesorabilmente erosa.

La montagna è un luogo, un ambito, una dimensione che in ogni circostanza ci aiuta a comprendere pienamente cosa sia la libertà o, quanto meno, ce lo può far intendere: ma dobbiamo saperla capire e farne esperienza concreta e benefica. I nostri partigiani come quelli birmani e altri ancora ci hanno insegnato (in circostanze storiche assolutamente tragiche) che la montagna è uno scrigno di libertà e dalla montagna la libertà può fluire verso il mondo sia materialmente (stato e condizione del corpo) che immaterialmente (ideale e dimensione dello spirito), proprio come l’acqua dei torrenti montani che corre verso valle: e questo secondo me è un principio che vale sempre, in ogni modo, in ogni senso e in qualsiasi circostanza, anche nel corso delle nostre più svagate scampagnate in quota.

Decadenze necessarie

Ecco, ci risiamo – ma non c’erano dubbi, al riguardo.

Se qualche giorno fa i credenti della tradizione cristiana hanno celebrato la risurrezione di Gesù, c’è da augurarsi che l’intera società civile possa presto festeggiare la definitiva decadenza di questi suoi ignominiosi (autoproclamati) “rappresentanti” terreni. Anche se, fosse anche solo per il fatto che la loro esistenza rappresenta la più drastica forma di ateismo, dovrebbero essere proprio i credenti cristiani i primi a festeggiare la fine di tale perversa presenza.

Dovrebbero, già.

Cliccate sull’immagine in testa al post oppure qui per leggere l’articolato approfondimento che il portale tio.ch dedica al tema. La situazione italiana è invece al solito ben delineata e denunciata dall’Associazione Rete l’Abuso.