Gli Appennini e le loro montagne sempre più ammalianti

Sarò che divento sempre meno giovane (!) e con ciò sempre più sensibile (almeno spero) a cogliere certi aspetti del mondo in cui vivo, ma ogni volta che mi trovo davanti un’immagine degli Appennini, io che vivo sulle Alpi e delle loro altezze, delle verticalità e delle arditezze mi sono ampiamente nutrito (da alpinista mediocre, sia chiaro), sento nell’animo un moto di fascinazione e attrazione sempre più intenso, al pari della vivida sensazione di bellezza che la mente percepisce.*

Sono montagne relativamente basse, quelle appenniniche, carenti di vette che puntano dritte al cielo come molte alpine e sovente arrotondate, docili, ampiamente boscose più che rocciose e senza più ghiacci, in genere dalle morfologie meno scenografiche – o meno instagrammabili, come oggi si usa dire – di quelle delle Dolomiti o del Monte Bianco… insomma, apparentemente destinate a perdere qualsiasi gara di “montanità” con la catena alpina.

Già, ma solo se non si considera l’anima profonda del loro paesaggio e la manifestazione insuperabile di accoglienza che (mi) suscitano le loro vallate, le vaste foreste, le lunghe dorsali e le sommità che, senza potersi vantare di altitudini sensazionali, come detto, donano sensazioni di immensità potenti e ammalianti. Senza parlare dei meravigliosi borghi sospesi nel tempo, tra le cui case respiro un’aria ben più vitale, nonostante i silenzi e le immobilità, di quella presente in tante località scintillanti e iper-turistiche la cui energia mi sembra semmai quella di un elettroshock, non altro.

A volte mi duole avere tra casa e l’Appennino molta distanza e la Pianura Padana sempre troppo trafficata, inevitabilmente da attraversare per giungere al di là, su quei monti che dai miei vedo emergere lontani dalle cappe di nebbia e di smog che nascondono quasi perennemente il grande piano eridaneo. Ho vagabondato per tutte le Alpi in lungo e in largo, spero nei prossimi anni di poterlo fare anche con l’Appennino, almeno quello più prossimo alla valle del Po. È un mondo alpestre troppo bello e affascinante da permettersi di non conoscerlo più a fondo.

*: ovviamente quanto ho scritto non significa che quelle appenniniche siano montagne “da vecchi”, tanto più che sono più giovani di quelle alpine. Semmai che suscitano sensibilità meno immediate e più ponderate, anche più profonde per molti versi.

Sentire lo spazio

[La conca aquilana, alla quale si riferisce Piovene, nei dintorni di Rocca Calascio. Foto di Federico Di Dio photography da Unsplash.]

Dovunque si sente lo spazio. Lo sguardo, appena trova un varco, subito va lontano, con l’immediatezza di un corpo sommerso che viene a galla, fino al Gran Sasso ed al Sirente dominanti la vasta vallata.

[Guido Piovene, Viaggio in Italia, Baldini & Castoldi, 2013, pagg.557-558; 1a ed. Mondadori, 1957.]

Faggiani, Lazzati, Magrin

Non parlo spesso di libri altrui non ancora letti, ma fatemi fare una rara eccezione per tre autori che ho l’onore e il piacere di conoscere personalmente (più o meno) e che apprezzo molto, ciascuno per le proprie preziose qualità – letterarie e non solo – e per le loro ultime opere che sono uscite pressoché in contemporanea, in questi giorni.

Tutto il cielo che serve è il nuovo romanzo di Franco Faggiani, narratore di grande sensibilità capace come pochi di raccontare la natura umana quand’essa sia in relazione con la natura del mondo in cui vive, soprattutto quando sia natura montana, al punto che Franco è tra i rarissimi (io li conto sulle dita di una mano, e forse me ne avanza qualcuna) che in Italia si possano definire, con cognizione di causa, autori di autentica letteratura di montagna – la quale, più che in genere, è uno stato intellettuale se non spirituale. E infatti i libri di Franco hanno lo stesso spirito dell’orizzonte montano: vasto, intenso, vibrante, emozionante, balsamico.

Navigatori e stelle è invece il nuovo libro di Loris Lazzati, divulgatore scientifico di rara qualità e ammirevole passione, soprattutto ogni qual volta si tratti di vagare tra le stelle del cosmo – e Loris ha la capacità di far realmente “viaggiare” mentalmente chi lo legge, o lo ascolta nelle occasioni pubbliche, tra galassie lontane e misteri siderali. Non solo: ha pure il notevole pregio di saper declinare la materia astronomica, affascinante tanto quanto a volte ostica, in qualsiasi altro contesto, rendendola chiara e coinvolgente. Se poi, come in questo suo ultimo lavoro, unisce al fascino stellare l’altrettanto fascinoso tema della storia delle navigazioni – e gli esploratori di secoli fa erano un po’ come gli astronauti odierni – non si può chiedere altro di meglio, al riguardo.

Altri voli con le nuvole, infine, è l’ultimo libro di Nicola Magrin, artista e illustratore di mirabile bravura e intensa poetica, capace di raccontare con i tratti acquarellati delle sue opere paesaggi, montagne, orizzonti e storie – umane e non solo – con una forza evocativa emozionante. Per ciò questo libro, che oltre alle illustrazioni contiene le sue narrazioni autobiografiche scritte, le quali raccontano e condensano la personale relazione con la Natura che dà anche il colore essenziale ai suoi acquerelli, appare come una preziosa, forse ineluttabile, certamente affascinante quadratura di un cerchio vitale ed esistenziale che qui si compie e, al contempo qui sicuramente riparte.

Tre libri assai consigliati, insomma. Ma penso che non vi sia bisogno di rimarcarlo – be’, ormai l’ho fatto, e va bene così. Comunque, cliccate pure sulle immagini delle copertine, per saperne di più.