
Carl Ludwig Hackert, Vue de la Mer de Glace et de l’Hôpital de Blair du sommet du Montanvert (“Vista della Mer de Glace e del Rifugio de Blair dalla cima del Montanvert”), stampa all’acquaforte colorata a mano, 1781.
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L’Argentiere, il “frigorifero” ante litteram di Chamonix

Nonostante la sua estensione possa far pensare a un ghiacciaio meno sofferente di altri degli effetti del riscaldamento climatico, è invece tra quelli dai bilanci di massa maggiormente negativi: l’Argentiere in meno di vent’anni – tra il 2003/2004 e il 2020/2021 – ha perso più di 20 metri di acqua equivalente (la differenza tra l’accumulo e le perdite per ablazione, cioè dalla fusione di neve e ghiaccio, espressa come volume equivalente di acqua).
Tuttavia, al solito più dei dati numerici sono le immagini che rendono l’idea della situazione: così, se nel 1877 – anno al quale si riferisce la “cartolina” sopra riprodotta – la fronte del ghiacciaio lambiva l’abitato di Argentiere, a 1250 m di quota, oggi la stessa fronte (peraltro spezzata in due parti delle quali l’inferiore si sta rapidamente coprendo di detrito roccioso) è pressoché invisibile dal paese, nascosta in alto oltre i rilievi del vallone glaciale ormai ampiamente boscato, come si vede nell’altra “cartolina” qui sotto, datata luglio 2023.

Eugenio Pesci, “La scoperta dei ghiacciai. Il Monte Bianco nel ‘700”
Se si considera quanto oggi un panorama alpino, ovvero un orizzonte che sia chiuso dalle linee frastagliate delle vette delle Alpi – ancor più se innevate – sia gradito da tutti, oppure se constatiamo su quante di quelle vette giungano impianti di risalita ed esistano infrastrutture turistiche che ne consentano la frequentazione di massa e il godimento diretto della loro bellezza in tutta comodità e senza alcuna remora, pensare che un tempo la gente non avesse quasi nemmeno il coraggio di levare lo sguardo verso quegli stessi monti sembrerebbe cosa riferita ad epoche a dir poco primitive.
Invece è realtà di nemmeno 3 secoli fa, quando già la rivoluzione industriale stava riscaldando i propri motori (a vapore) per ribaltare il mondo e la gran parte del globo terracqueo era stata esplorata e conosciuta, almeno geograficamente. In effetti, s’è dovuto attendere l’età dei lumi per convincere i meno ingenui che lassù, sulle montagne più alte, non vi fossero affatto spiriti maligni, draghi e demoni come la superstizione popolare di matrice religiosa faceva credere. E proprio su tale “scoperta” – termine che parrebbe fuori luogo ma, appunto, a ben vedere è assolutamente adeguato – disserta Eugenio Pesci in La scoperta dei ghiacciai. Il Monte Bianco nel ‘700 (CDA – Centro Documentazione Alpina, Torino 2001). Da abile e raffinato indagatore dell’essenza filosofica presente alla base della frequentazione alpestre – riversata peraltro anche in ottime guide alpinistiche, Le Grigne della collana “Guida ai Monti d’Italia” CAI-TCI, per dirne una – Pesci ci racconta la lunga epopea che dal tempo in cui si pensava che, appunto, le alte vette montane fossero la tana di esseri demoniaci e i ghiacciai venivano raffigurati come lunghi mostri dalle fauci protese a divorare i fondovalle, ha portato a quella che fu una vera e propria scoperta dell’alta quota e del suo carattere peculiare, quello glaciale…
