“Le” Parole – 9, PERSONA

Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:

PersonaPersone lo siamo tutti quanti. Persone belle, persone brutte, persone più o meno normali, persone intelligenti, persone maleducate, persone generose oppure egoiste… insomma, persone nel senso di “sostanza individuale di natura razionale” (come definita da Boezio) dotate di “coscienza e responsabilità sociale quali dimensioni indispensabili per la piena realizzazione della persona stessa” (come postulato dal Personalismo), il tutto a seguito della prima definizione “moderna” di persona data dallo Stoicismo come “l’essere umano che ha un ruolo nel mondo affidatogli dal suo destino”.
Evabbé, nulla di strano – direte ora voi – dunque che valore particolare può avere una parola così normale e d’uso comune nonché definito? Beh, un valore sorprendente e sconcertante, soprattutto se posto in relazione con ciò che siamo oggi, nell’epoca contemporanea, ovvero con ciò che sovente siamo portai ad essere/apparire, per innumerevoli input esterni imposti da chi questo nostro mondo attuale comanda e influenza.
Il termine “persona” deriva infatti dal latino persōna persōnam derivato probabilmente dall’etrusco φersu, indi φersuna, che nelle iscrizioni tombali riportate in questa lingua indica “personaggi mascherati”. Tale termine etrusco sarebbe ritenuto un adattamento del greco πρόσωπον (prósōpon) dove indica il volto dell’individuo, ma anche la maschera dell’attore e il personaggio da esso rappresentato. Secondo Giovanni Semerano, originariamente il valore richiamava quello del latino pars ossia parte, funzione, ufficio di un personaggio, mentre quello di maschera è derivato e posteriore come anche per πρόσωπον, che comunque non sarebbe in nessun rapporto etimologico con persona.
Un’etimologia alternativa è stata individuata nel verbo latino personare, (per-sonare: parlare attraverso). Ciò spiegherebbe perché il termine persona indicasse in origine la maschera utilizzata dagli attori teatrali, che serviva a dare all’attore le sembianze del personaggio che interpretava, ma anche a permettere alla sua voce di andare sufficientemente lontano per essere udita dagli spettatori.
Dunque, è chiaro che in origine la parola proclamava un’identificazione fittizia dell’individuo, artificiosa, teatrale/scenica perciò attoriale quindi recitata, simulata. Ovvero falsa. Oggi, secoli e secoli dopo, la sociologia urbana rivela che il mondo contemporaneo, così costruito nei suoi “valori” sull’immagine e su prerogative non necessariamente vere o reali ma ritenute “importanti” dalla maggioranza per convenzione indotta, porta i suoi abitanti a vivere le proprie vite come fossero recitazioni su di un palco teatrale, ove tale palco è sovente l’ambito urbano, sempre più ricco di non luoghi ovvero luoghi non necessariamente realistici – ambito urbano che d’altro canto offre il palcoscenico più ampio e il pubblico più numeroso per queste recitazioni quotidiane contemporanee (è proprio il tema, questo, che ho trattato in The City of Simulation | La Città della Simulazione, e il titolo dell’opera dice già tutto!)
Ecco: non avete ora l’impressione che, a prescindere da qualsiasi altra considerazione si possa fare sul merito, nella parola “persona” sussista un cerchio “ampio” suppergiù 3000 anni e oggi sostanzialmente richiusosi?

P.S.: ringrazio Gian Paolo Serino per avermi ispirato questo articolo.

H

H hSi, è la lettera “H quella lì sopra, maiuscola e minuscola.
Vi chiedo di partecipare con me a un grande esercizio di… ehm, civiltà, ecco. Copiate quella lettera e condividetela ovunque notiate che ve ne sia bisogno – e sono certo che troverete innumerevoli occasioni per poterla, anzi, doverla condividere. Su svariati siti web, sui social (un sacco, qui), nelle mail che riceverete – persino, come è capitato a me, nei comunicati stampa relativi a concorsi letterari (!!!)
Veramente c’è in giro un sacco di gente – non conta poi quanta sia: è sempre e comunque troppa – che evidentemente non la conosce o s’è scordata della sua esistenza, e non si rende conto di quanto fondamentale sia conoscerla, quella lettera, e usarla nel modo corretto. Veramente ‘sta gente non si rende conto che, al contrario, darà sempre di sé un’immagine parecchio brutta, indegna quasi – dacché è facile la considerazione, quantunque gratuita, che se uno non la usa o la usa male, l’H, chissà quante altre cose non saprà usare (mi vien da dire la testa in primis, ma non voglio sarcasmeggiare troppo!)
Ergo, ribadisco: copiate e condividete il più possibile. Aiutiamola, questa gente: magari non lo merita – in effetti è irritante constatare che non ci arrivino da soli, a risolvere tale mancanza – e per di più il nostro aiuto sarà di natura totalmente gratuita (magnanimità assoluta, già). Certo, potreste pensare che viceversa bisognerebbe fargliela pagare – sempre in senso linguistico-metaforico, eh! – ma vorrei di nuovo rimarcare la matrice civica di una tale donazione. Un civismo grammatico contro un drammatico stato di fatto, ecco.  Il quale civismo, poi, inevitabilmente ha e avrà ricadute positive su chiunque e qualsiasi cosa, statene certi – sui miei nervi in primis, senza dubbio!
Ah, ci sarebbe pure uno slogan bell’e pronto, per quanto sopra: “Usatela e correttamente, l’H, non mandate l’italiano in vacca!” Potreste scriverlo nel biglietto d’auguri per un bel dono natalizio di “H”, ecco. Forse chi riceverà il regalo non capirà cosa sia e a cosa serva, ma c’è da sperare che col tempo saprà rendersi conto di che dono assolutamente prezioso gli avrete fatto – e avrete fatto, ancor più, a chiunque leggerà le sue cose scritte.
Se invece in risposta al suddetto dono vi dirà qualcosa del genere “grazie, ma non o capito che regalo è”, beh, allora… passate pure alle vie di fatto. Per quanto mi riguarda, non avrò visto e sentito nulla.

Dello scrivere “ha” senza h e molto altro, ovvero dell’Italia che s’è fatta ma s’è “sfatto” l’italiano…

Vi avrebbero dato la patente se non aveste saputo dove fosse la leva delle frecce sull’auto? E al corso di sci, vi avrebbero promosso se aveste curvato bene verso destra ma male verso sinistra? Oppure – giusto per fare un altro esempio random – al corso di pasticceria, se nel provare a fare la pasta frolla vi fosse venuta una schifezza?
Sì, forse sì. In fondo, non sarebbe stata del tutto colpa vostra se chi vi doveva insegnare come fare bene certe cose magari non l’ha saputo fare, ma è anche vero che le eventuali evidenti lacune potrebbero essere adeguatamente colmate in autonomia, con solo un poco di impegno e applicazione. A meno che tali lacune vi siano invisibili e/o vengano ignorate, convinti viceversa di essere pressoché perfetti nel fare ciò che fate, e di poterlo tranquillamente presentare al prossimo, magari pure con un certo vanto, ricavandone di contro delle figuracce terribili che probabilmente pochi avranno il coraggio di rimarcarvi per mera cortesia e/o commiserazione, però lasciandovi così crogiolare in quel suddetto ingiustificato vanto.
Sia chiaro, mi sto riferendo a un soggetto indefinito, non certo a voi che state leggendo questo post! – beh, “indefinito” forse sì, però assai diffuso…
Il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani dotati d’alti e forti caratteri. E pure troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto: pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani” sostenne Massimo D’Azeglio ne I miei ricordi. Beh, a ‘sto punto, vedendo e leggendo un po’ ovunque in giro come scrivono molti, anzi, troppi italiani – soprattutto sul web, il quale temo abbia indirettamente peggiorato la situazione – sovente in posizioni e mansioni che invece richiederebbero una più che buona conoscenza della propria lingua madre e a volte seppur dotati di un grado di istruzione superiore, bisognerebbe mutare quel celebre motto del D’Azeglio in s’è fatta l’Italia, ma non s’è fatto l’italiano – ovvero, versione alternativa, s’è fatta l’Italia ma s’è sfatto l’italiano!
Ecco: detto ciò, ritengo sia ormai indispensabile istituire con urgenza un comitato di difesa e H-Rescuesalvaguardia strenua per ciascuno di quei tanti diseredati elementi, oggi e sempre di più, della nostra lingua. In primis, quella poveraccia della lettera “H”, credo la più bistrattata del nostro alfabeto, eppoi il congiuntivo, della cui drammatica realtà ho disquisito qui sul blog poco tempo fa, oppure la punteggiatura, altra reietta maltrattata troppo di frequente in modo inaccettabile, o ancora gli accenti, l’apostrofo e molti altri – inutile rimarcarlo, tanti piccoli/grandi esempi di una questione assai più grande e, sotto molti aspetti, grave, come è da tempo cosa lampante.
Voglio dire: meglio uno che non scriva correttamente “ha fatto” dimenticando l’h piuttosto che dimentichi l’onestà, la lealtà, il senso civico o altri valori necessari al buon vivere sociale (affermazione populista, forse, ma pragmatica); tuttavia, sarà che, per ciò che faccio e dunque essendo quotidianamente a contatto con la lingua e la scrittura nonché occupandomi di frequente negli ultimi tempi di tematiche linguistiche, sono particolarmente sensibile a tale questione – che poco o tanto coinvolge tutti, sia chiaro, perché purtroppo di una certa incuria verso la nostra lingua, parlata e scritta, ben pochi non sono colpevoli! – ma d’altronde sono convinto che effettivamente, se si è fatta l’Italia ma gli italiani ancora no, è anche perché non s’è mai del tutto fatto ovvero, appunto, si è troppe volte sfatto l’italiano: e se un popolo non è in grado di padroneggiare per bene la propria lingua, non sarà di sicuro mai in grado di generare quegli alti e forti caratteri nazionali invocati dal D’Azeglio (e da un naturale buon senso, a ben vedere) che fanno il popolo stesso. E se non c’è questo, nemmeno ci può realmente essere l’Italia, qualsiasi cosa essa sia.

A proposito di congiuntivo: imparate a usarlo, o f…!!!

Visto che ne ho parlato giusto qualche giorno/post fa riprendendo un articolo sul merito di Gian Luigi Beccaria, ecco un altro di quei “pittoreschi” quadri linguistici della serie Impara… o fottiti, dedicato impara-a-usare-il-congiuntivo-o-fottitiproprio al famigerato modo congiuntivo.
Scommetto che in tanti prenderanno questi risoluti ausili linguistici come cose simpatiche, divertenti o forse superflue, ma anche per questo ne apprezzo la risolutezza, dacché un popolo che non conosca e, peggio, sappia parlare bene la propria lingua è veramente quanto di più assurdo vi possa essere. Sarebbe come assistere a una gara di automobilismo nella quale i piloti partecipanti non avessero la patente e sapessero guidare le proprie auto in modo del tutto dozzinale!
Ma certo – e lo si sostiene pure nel quadro – se molta gente leggesse più libri, forse il tanto bistrattato congiuntivo se la passerebbe un poco meglio…
Cliccate sull’immagine nell’articolo per ingrandire il quadro, mentre qui trovate il post di qualche tempo fa nel quale avevo presentato altri due quadri della suddetta serie. Sarebbe bene diffonderne qualche milione di copie in giro, io credo…

Il congiuntivo: chi era costui? Una riflessione di Gian Luigi Beccaria sul modo verbale meno amato dagli italiani…

Il congiuntivo, già. Al solo nominarlo, a tanti viene un gran mal di testa… E passi (beh, si fa per dire!) se è gente per la quale la lingua non risulta così importante, ma quando esso diventa una sorta di muro pressoché invalicabile senza farsi del gran male per chi della lingua, parlata e soprattutto scritta, fa lo strumento espressivo principale, se non una fonte di guadagno, la questione diventa indubbiamente seria, e assai spinosa. E mentre a me torna sempre in mente quanto dichiarato tempo fa da Tullio De Mauro sul fatto che “Solo il 29 per cento degli italiani sa padroneggiare la nostra lingua“, anche Gian Luigi Beccaria ha affrontato l’argomento con una bella riflessione dal titolo Non usarlo è come dire di meno apparsa su La Stampa del 23 Aprile 2013, che di seguito vi ripropongo e alla quale non serve aggiungere nulla.

GLBeccaria_photoDicono in molti che in italiano il congiuntivo sta sparendo. Anche se così fosse, non dovremmo strapparci le vesti, perché ci sono lingue che senza il congiuntivo funzionano benissimo (vedi l’inglese). Ad ogni modo, ricerche assai documentate provano che il congiuntivo in italiano non sta affatto uscendo di scena. Certamente è in crisi nel registro informale-colloquiale. Lo si usa sempre di meno. Al suo posto troviamo l’indicativo. Soprattutto nelle proposizioni oggettive rette da verbi come «credere», «pensare», «ritenere», «sembrare» («credo che tu hai ragione» invece di «che tu abbia ragione»), nelle interrogative indirette come «non so se tu sei tornato a casa» invece di «non so se tu sia tornato a casa», e nel periodo ipotetico dell’irrealtà («se me lo dicevi, non ti sgridavo» invece di «se me lo avessi detto, non ti avrei sgridato»). Comunque stiano le cose, di sicuro l’indicativo è inadatto ad esprimere dubbi o desideri.
L’indicativo è il modo della certezza, dell’obiettività, il congiuntivo è il modo della soggettività: presenta i fatti come noi li desideriamo, li temiamo, li speriamo. È obbligatorio nelle esortazioni o inviti o comandi («nessuno parli! »), in una interrogazione dubbiosa («Che sia proprio lui? »), in una esclamazione («Sapessi che bello! »), è raccomandabile coi verbi che esprimono punti di vista, opinioni, giudizi, e volontà personali, stati d’animo, un’incertezza, o dubbio, timore, volontà, possibilità ecc. Torno a dire che frasi come «Penso che è lui», «Credo che tu hai torto», «Mi dispiace che Rodotà non ce l’ha fatta», «Spero che non fai come l’altra volta», «Voglio che me lo dici di persona» si possono benissimo usare in situazioni informali, chiacchierando; e sappiamo tutti che «non so se viene» è più colloquiale rispetto a «non so se venga». Ma quando scrivo, è certamente meglio non abbandonare il congiuntivo. Non vedo perché dobbiamo rinunciare alle molte finezze, alle innumerevoli sfumature che il congiuntivo ci offre. Esiste una differenza notevole tra «capisco che Giovanna è felice» e «capisco che Giovanna sia felice»: nel primo esempio si tratta di una constatazione evidente, nel secondo significa che mi rendo conto delle ragioni della felicità di Giovanna; esiste una notevole differenza tra «dicono che le elezioni sono in autunno» e «dicono che le elezioni siano in autunno»: nel primo caso si dà la cosa come sicura, nel secondo caso si dubita della notizia, non si è del tutto convinti che sia vera.
La scelta tra indicativo/congiuntivo non è affatto una scelta tra un modo più o meno elevato e raffinato. L’importante per chi parla o scrive è poter scegliere in base alle diverse situazioni comunicative. E per poter scegliere tra congiuntivo e indicativo occorre conoscerli entrambi, perché spesso chi non usa il congiuntivo non è che scelga l’indicativo, ma è l’indicativo che costringe il parlante a sceglierlo.
Se dunque l’indicativo indica certezza, e il congiuntivo ci dà invece la possibilità di esprimere meglio un nostro giudizio, una nostra ipotesi, un nostro dubbio, un nostro pensiero, non si vede perché si debba rinunciare al congiuntivo, dal momento che significa rinunciare a un mezzo che coglie intense sfumature. Non usarlo significa (forse) semplificare, ma certamente significa dire di meno.