Un vostro punto di vista sul turismo

Cari amici, vi sottopongo un quesito al quale chiedo di rispondere (se ne avete voglia, ovviamente) rimarcandomi il vostro punto di vista al riguardo:

Esiste il turismo sostenibile?

O, per dirla in altra forma:

Il turismo può essere realmente sostenibile?

So bene che prima dovremmo stabilire cosa intendere con l’aggettivo «sostenibile», ma è pur vero che il naturale parametro di riferimento sono le circostanze della realtà che riscontriamo intorno a noi le quali in effetti “definiscono” il valore corrente dell’aggettivo, nel bene e nel male nonché al netto di accezioni tanto “ideali” quanto poco o nulla diffuse.

Grazie di cuore per le risposte che vorrete fornire!

Se il turismo non rafforza i territori ma ne sviluppa le diseguaglianze

Progettare un futuro equo richiede il contrasto degli interessi dei potenti e la redistribuzione le risorse, togliendole a coloro che hanno beneficiato del sistema per generazioni; il perseguimento di un modello di crescita economica guidata dal turismo è, al contrario, il percorso di minore resistenza e permette ai potenti di mantenere i propri privilegi. Infatti la pianificazione del turismo tende a rafforzare proprio queste disuguaglianze.

[Sarah Gainsforth, Oltre il turismo, Eris Edizioni, 2020, pagg.60-61.]

In questo passaggio del suo bel libro, del quale vi dirò presto, Gainsforth cita Samuel Stein, geografo e urbanista americano autore di alcuni ottimi libri sui temi della pianificazione territoriale (come Capital City: Gentrification and the Real Estate State, purtroppo non tradotto e pubblicato in Italia ma che ad esempio a Milano dovrebbero leggere tutti) e, attraverso le sue parole spiega bene perché da un lato la politica sostenga e investa molto sul turismo e, dall’altro, perché non sia affatto una risorsa tanto fondamentale come molti luoghi comuni sostengono ma, anzi, se gestito male o non gestito affatto (ciò che generalmente accade in Italia) finisce per provocare disequilibri e danni economici e sociali ai territori che ne sono oggetto.

Questo, ovviamente, non significa che il turismo non rappresenti un’economia estremamente importante per un adeguato sviluppo territoriale: lo è ma, come tutte le cose, è tale se viene integrata armonicamente nel tessuto socioeconomico locale e, appunto, gestito con adeguate competenze e avveduto buon senso. Altrimenti è un maglio che può rapidamente distruggere luoghi e comunità prima che queste se ne rendano conto – anche di esserne complici: e di casi al riguardo ormai ce ne sono molti.

 

Per contrastare l’overtourism occorre determinare e imporre ovunque la “capacità di carico turistica”!

(Questo articolo è uscito ieri, 8 maggio 2025, in forma di “intervento” su “Il Dolomiti”: lo trovate qui e in calce a questo post ne vedete la “copertina”.)

Dopo l’episodio di iperturismo registrato lo scorso 1° maggio a Sirmione, sul Lago di Garda – ennesimo di una lunga e diffusa serie, inutile rimarcarlo; sopra e sotto vedete un paio di immagini in merito tratte da “Il Dolomiti” – il vicepresidente della Comunità del Garda e vicesindaco di Peschiera ha dichiarato (qui) che «La soluzione non è limitare gli accessi ma promuovere un turismo più rispettoso e consapevole».

Occupandomi ormai spesso di turismo – soprattutto in montagna, ovviamente – in tutte le sue fenomenologie, incluse quelle over, potrei essere d’accordo con quanto affermato dal vicepresidente, se non fosse che l’affermazione contiene una sostanziale antitesi: «promuovere un turismo più rispettoso e consapevole» è un’azione culturale che richiede tempo e collegialità di pensiero e volontà politiche che, facilmente, non riesce a generare risultati concreti prima che un fenomeno molto più rapido nelle sue manifestazioni e nella sua evoluzione – o degenerazione – come l’iperturismo finisca per provocare danni più o meno permanenti ai luoghi che lo subiscono.

Di contro, ancora più inefficace oltre che piuttosto ipocrita, a mio modo di vedere e pur considerandone la buona fede alla base, è l’idea già annunciata dall’amministrazione comunale di Sirmione di introdurre una tassa d’ingresso per accedere alla celebre località gardesana: rappresenta comunque e innanzi tutto un far cassa, e per cosa poi? A meno che la tassa non sia di 100 Euro al giorno, dunque realmente deterrente ma certamente non sarà così, è una “non soluzione” già rivelatasi in vari aspetti inconcludente – vedi il caso di Venezia, ad esempio.

Invece, un’azione che Sirmione e tutte le località tanto o poco turistiche italiane dovrebbero rapidamente realizzare è la determinazione della propria capacità di carico turistica, un dato che poi sarebbe da integrare con valore normativo e legale assoluto nei piani di governo territoriale locali e sul quale determinare di conseguenza la gestione generale della frequentazione turistica del luogo.

La “capacità di carico turistica” è un concetto complesso definito fin dal 2000 dalla WTO (World Tourism Organization) come «il numero massimo di persone che visitano, nello stesso periodo, la località senza compromettere le sue caratteristiche ambientali, fisiche, economiche e socioculturali e senza ridurre la soddisfazione dei turisti», e che in questi venticinque anni ha raggiunto un livello di elaborazione molto raffinato e facilmente contestualizzabile alle varie realtà locali. Non un mero numero di estrazione empirica, insomma, ma un dato chiaro e preciso che rappresenta compiutamente le peculiarità, le potenzialità e i limiti di una località turistica e del suo paesaggio, ovviamente inclusa la comunità residente.

Per questo tutte le località, dalle più rinomate e di lunga tradizione turistica a quelle che ambiscono a diventare mete del turismo odierno e futuro, dovrebbero determinare subito la propria CCT e farne uno strumento istituzionale di analisi e gestione dei flussi turistici interessanti il proprio luogo. Sarebbe necessaria una direttiva urgente al riguardo da parte del Ministero del Turismo, alla quale altrettanto rapidamente le località turistiche dovrebbero adeguarsi così da rendere operativo lo strumento della CCT al più presto, se non da questa stagione turistica al massimo dalla prossima, non oltre.

Ritengo sia indispensabile che ciò accada e, nel mio piccolo, lancio un appello al proposito: gli episodi di iperturismo si stanno diffondendo sempre di più e parimenti l’impatto sui territori e il malcontento delle comunità residenti ma, agendo rapidamente, tali effetti credo possano essere limitati e adeguatamente gestiti fino a trarne il maggior beneficio possibile per tutti: residenti, operatori turistici e turisti nonché, appunto, per i luoghi e i paesaggi coinvolti.

Fin dove pensiamo si possano sfruttare le montagne?

Quanto pensiamo ci si possa spingere avanti nella turistificazione dei territori montani?

Dov’è il limite della trasformazione delle montagne in parchi divertimento ad uso prettamente turistico?

E dov’è il punto di equilibro tra presenze turistiche e comunità locale?

A volte, di fronte a certi progetti, opere, infrastrutture proposte e realizzate in montagna, legate all’industria turistica, forse restiamo perplessi ma poi tendiamo a soprassedervi: perché si tratta di opere “piccole”, magari pure “carine”, perché vengono proposte in località già ampiamente sfruttate, perché «non si può dire sempre di no», perché «che sarà mai!», eccetera.

Così una prima volta, poi una seconda, poi una terza e una quarta… e alla fine le località in questione vengono infrastrutturate, sfruttate, cementificate, asfaltate, consumate come la periferia di una grande città e soprattutto degradate nella loro bellezza e nell’identità che un tempo le rendeva peculiari e piacevoli da frequentare.

Con queste modalità, del tutto funzionali agli interessi del turismo massificato e da esso indotte – quel turismo che ragiona solo in termini di quantità e mai di qualità, soprattutto nei confronti del territorio coinvolto nelle proprie iniziative – stiamo lasciando che le nostre montagne si riempiano di non luoghi tali e quali a quelli urbani: località prive di anima, defraudate delle loro specificità, totalmente assoggettate ai modelli turistici imperanti, svendute a turisti-clienti come beni di un centro commerciale.

Dove pensiamo che sia il limite di tutto questo?

O, ancora prima: pensiamo che ci debba essere un limite a tutto questo?

Ce le poniamo qualche volta tali domande, di fronte alla trasformazione di certe località montane e al rischio che altre subiscano modalità simili?

Forse sì, probabilmente non a sufficienza. O lo facciamo con superficialità, senza il necessario approfondimento, senza che le citate perplessità diventino azioni concrete, materiali e immateriali, che diano risposte altrettanto concrete a quelle domande e a favore delle nostre montagne.

In molte località montane il processo avvenuto è proprio quello a cui ho accennato lì sopra: da alcuni piccoli interventi, il cui reale impatto si è trascurato o ignorato, si è arrivati ai megaparcheggi, ai condomini di venti piani come nelle periferie metropolitane, alle discoteche all’aperto a 2000 e più metri di quota, alle ostriche e champagne per avventori benestanti alla faccia delle tradizioni e delle identità locali oltre che di tutti i veri appassionati di montagna.

Da luoghi speciali a non luoghi, ribadisco.

Da località montane dalle peculiarità uniche e pregevoli a spazi anonimi esclusivamente vocati al divertimento, simili gli uni agli altri perché così dev’essere, non conta più il contenitore ma il contenuto, non conta più il luogo e ciò che offre ma a che prezzo ciò che offre sia vendibile e sfruttabile.

Quindi? Fin dove pensiamo di poterci spingere, con il destino delle nostre montagne? Fino a che punto possiamo accettare silenti la loro trasformazione?

Perché, è bene rimarcarlo, si fa presto a consumare il paesaggio ma poi spesso ci voglio decenni e generazioni per ripristinarlo. Siamo disposti ad accettare questa cosa, oppure no?

Anno 1903, con la giacca e l’abito lungo in vetta all’Eiger

[Fonte: Daniel Anker: “Jungfrau”, in Dizionario storico della Svizzera (DSS), versione del 06.01.2025 (traduzione dal tedesco). Online: https://hls-dhs-dss.ch/it/articles/008786/2025-01-06/, consultato il 26.03.2025.
Il manifesto turistico che vedete qui sopra fu realizzato nel 1898 dal pittore austriaco Anton Reckziegel e pubblicato dall’atelier di arti grafiche Hubacher & Biedermann di Berna in occasione dell’inaugurazione del tratto della celebre Ferrovia della Jungfrau / Jungfrau Bahn che porta dalla Kleine Scheidegg alla stazione di Eigergletscher, ai bordi del ghiacciaio dell’Eiger.

Il manifesto mostra (cliccateci sopra per ingrandirlo) quello che sarebbe dovuto essere il percorso completo progettato per la ferrovia, che dallo Jungfraujoch, dove giunse nel 1912, doveva giungere fino in vetta alla Jungfrau. Non solo: la mappa sottostante, del 1903, mostra che il progetto prevedeva anche una funivia che dalla stazione Eismeer giungeva in vetta all’Eiger nonché un’altra fermata prima del Jungfraujoch, quella di Mönch. Negli anni successivi a queste ipotesi progettuali varie difficoltà tecniche e finanziare, oltre ad alcuni gravi incidenti nei cantieri e alla morte dell’industriale zurighese Adolf Guyer-Zeller, committente e finanziatore principale dell’opera, indussero a rinunciare agli sviluppi citati e diedero alla Ferrovia della Jungfrau la forma attuale.

[Fonte: Schweizerisches Bundesarchiv – Scan aus Daniel Anker: Eiger – Die vertikale Arena, 2008 (S.39), pubblico dominio su https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5714664.]
Considerando che, grazie alla Ferrovia, nel 2024 sono arrivati ai quasi 3500 metri di quota del Jungfraujoch più di un milione di visitatori, tanto da fare del luogo il più elevato caso di overtourism d’Europa, vi immaginate cosa sarebbe potuto accadere alla zona se effettivamente si fossero raggiunte pure le vette dell’Eiger e della Jungfrau? Gente in bermuda e infradito che oggi si scatterebbe selfies in cima all’Orco – l’Eiger, appunto – una delle montagne più iconiche e temibili delle Alpi!

D’altronde erano tempi, quelli, nei quali il progresso tecnologico galoppante, in un mondo che nemmeno lontanamente poteva immaginare crisi climatiche di sorta o altre criticità, faceva pensare che tutto fosse possibile, anche giungere in cima a montagne di oltre 4000 metri comodamente seduti nei vagoni di un treno – pure il Cervino fu sottoposto a un progetto del genere, ne scrissi al riguardo qui. Nei decenni successivi e fino a oggi il progresso, in senso generale, ha preso altre strade (a volte migliori, altre volte no) e consentito l’elaborazione di sensibilità diverse rispetto al mondo che viviamo e alle montagne nello specifico, per fortuna.

Eppure c’è ancora qualcuno che piazzerebbe (e piazza) funivie ovunque pur di lucrare sui paesaggi montani e senza curarsi della realtà in divenire. Si tratta di iniziative obsolete già bocciate dalla storia: ma, evidentemente, quelli che le pensano hanno un’idea di montagna e di paesaggio rimasta ferma a un secolo e mezzo fa, già.