Ecumænicheismo

(P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto inedito che probabilmente farà parte di una raccolta mooooolto particolare, di futura pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e a breve potrete saperne di più…)

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I rappresentanti delle varie delegazioni si disposero lungo il palco semicircolare antistante la facciata della grande cattedrale e prospiciente la piazza ricolma di fedeli, per l’ormai imminente inizio della funzione celebrativa comune. La giornata era splendida, con il cielo terso come non mai e un’aria leggera e fresca che allietava l’intero paesaggio: un clima che tutti i presenti convennero di ritenere un dono divino, la prova di come “dio” – in qualsiasi modo le religioni presenti a quell’incontro ecumenico lo potessero a loro modo intendere, chiamare, pregare – offrisse il proprio consenso al grande convegno in corso. Tutte insieme, esse elevarono una sorta di orazione condivisa, che nella diversità dei culti riconosceva la natura originaria univoca di “dio”, il solo e giusto punto di incontro di tutte le confessioni religiose lì riunite, e ora pronte a dare inizio alla funzione comune.
La brezza mattutina si fece ancora più frizzante, e sembrò spargere un brivido, un fremito leggero e piacevole non solo nei presenti ma nell’intera piazza e ovunque intorno. Per questo le prime concitate urla non ruppero ancora la mistica atmosfera che pareva aleggiare sul luogo, la quale però svanì totalmente un istante dopo, quando i grossi frammenti di sassi e marmo si schiantarono sul palco, seminando il panico generale. Scossa sismica, cedimento strutturale, qualcuno ipotizzò perfino un attentato: in ogni caso la sostanza degli eventi fu che la parte superiore del campanile della cattedrale crollò, schiantandosi al suolo in enormi cocci e investendo alcune delle delegazioni religiose presenti sul palco. I soccorsi furono immediati ed efficaci, tuttavia si dovettero registrare dei morti, ed alcuni feriti gravi. Ma al peggio di quel peggio i presenti poterono assistere di lì a poco, quando una certa calma tornò nella piazza portandosi però appresso tutta la reale irrazionalità in quei frangenti latente: mentre le delegazioni illese presero a pregare e ringraziare il proprio “dio” per averli preservati quali figli prediletti e non altri, al contrario puniti dall’appena manifestata “volontà divina”, viceversa quelle colpite gridavano tutto il loro dolore e lo sconcerto dacché essi, ugualmente figli prediletti di “dio”, erano stati strappati dalla propria missione evangelica terrena. Come poteva un “dio” unico e univocamente pregato mostrarsi buono con alcuni e crudele con altri? Ben presto le mutue invocazioni divennero biasimi, accuse, poi insulti, finché il cordiale e consacrato incontro ecumenico si trasformò in una violenta, feroce e blasfema rissa tra legittimi e illegittimi “figli di dio”…

L’invenzione

(P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto inedito che probabilmente farà parte di una raccolta mooooolto particolare, di futura pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e a breve potrete saperne di più…)


Di tutte le invenzione mai concepite dall’avanzatissima tecnologia sviluppatasi sul pianeta, frutto di centinaia di secoli di progresso, sviluppo, avanzamento scientifico di una civiltà tra le più evolute dell’Universo, quella era di gran lunga la più strabiliante e incredibile. Eppure, in principio non aveva destato un così gran clamore; certo, la notizia aveva riscosso un cospicuo interesse, ma come spesso succede per ogni novità, quand’anche geniale e rivoluzionaria, molti si erano dichiarati increduli, diffidenti: troppo innovativa, troppo diversa dalla tecnologia corrente, così basata su un’idea totalmente inedita! Il mondo, insomma, sembrava non rendersene conto, proseguendo l’abituale modus vivendi: i traffici stellari continuavano, le astronavi da trasporto intergalattiche volavano come ogni giorno, quelle interdimensionali non sentivano di colpo superata la loro modernissima tecnologia, così come non pareva cambiata la vita dei loro equipaggi, delle rispettive famiglie o di alcun altro che, appunto, pensava fosse così inaudito un oggetto come quello – anche di fronte alle pur fantastiche astronavi superluminari di nuovissima generazione. Eppoi, a quel tempo in cui viaggi di miliardi di anni luce compiuti in pochi giorni erano eventi del tutto ordinari, com’erano concepibili spostamenti di, viceversa, pochi chilometri in tante ore? E senza nemmeno il supporto dei megamputer planetari, o dei più recenti e potenti Sintocerebri?! Cose del tutto inopinate, insomma!
Tuttavia, lentamente ma inesorabilmente, in ogni città, per i percorsi extraveicolari, nelle piazze e nei parchi all’ombra delle altissime sopraelevate fotoniche, uomini e donne a cavallo di quello strabiliante oggetto cominciarono a vedersi, probabilmente all’inizio per quel solito desiderio di esibizionismo, di mostrarsi “avanti” o “alla moda” – dacché molti, ovviamente, tuonarono dai media contro quell’invenzione tacciandola quale “frutto di tecnologia sfrenata”, “spregiudicato orpello da bislacca fantascienza” o simili definizioni biasimevoli… Ma, come detto, inesorabilmente, ove non regni la più bieca e folle ignoranza, ogni genialità prima o poi emerge e viene compresa: così, ormai, quello strabiliante, fantastico oggetto – quelle due ruote gommate pilotabili con una semplice barra dotata di freni a leva e movibile tramite due bracci girevoli collegati ad una catena metallica mossi dai piedi (che infatti la gente ormai comunemente chiama pedali) – trasporta chiunque qui e là sul pianeta con inaudita lentezza e svago supremo, sorvolati velocemente in cielo dalle grandi astronavi superluminari – gioielli tecnologici di colpo divenuti obsoleti ferrivecchi per viaggi interstellari senza più alcun fascino, rispetto a quei pochi chilometri così piacevolmente pedalati

Tra i selciati e i cornicioni di Lucerna

P.S. (Pre Scriptum! – come sempre, in questi casi): il seguente è un brano di anteprima d’un nuovo “scritto di viaggio” che ho voluto dedicare alla città svizzera di Lucerna. Le virgolette sono necessarie, dacché non è un semplice diario di viaggio, nemmeno un resoconto, e certo per nulla una guida turistica. E’ qualcosa invece di… Particolare, ecco, come mi auguro questo brano possa adeguatamente dimostrare.
Buona lettura!

“L’empire des étoiles”, elaborazione fotografica digitale (dal blog lucarotaimages.wordpress.com)
Quando ho l’occasione di visitare una città – anzi, dico meglio: ogni volta che il tempo mi permette di osservare una città, con l’acutezza visiva che spesso il mordi-e-fuggi più tipicamente turistico non consente di fare, è mia abitudine scorrere lo sguardo con una certa attenzione sui selciati e sui cornicioni cittadini. Sì: non solo su facciate, archi, finestrature, torri e quant’altro di classicamente architettonico – come già prima rimarcavo – ma pure ai margini, inferiore e superiore, dell’osservazione ordinaria della città. Perché, se il limite “orizzontale” della città è dato dai margini dell’estensione urbana, dal centro verso la parte di periferia oltre la quale i manufatti antropici non sono più prevalenti rispetto al terreno libero, il limite verticale è proprio quello, selciati e cornicioni. E’ tra di essi che la città è racchiusa, e sono essi che tracciano le linee fondamentali che identificano il corpo cittadino rispetto al territorio tridimensionale in cui è inserito. In alto, il susseguirsi più o meno continuo di falde, gronde, cornicioni, doccioni, ritaglia continue porzioni di cielo, determina la luminosità diffusa nelle vie, pone in dialogo l’opera architettonica, la sua forza oggettiva, la solidità – e il limite del fare umano – con l’aereo vuoto infinito, oltre a donare allo sguardo di chi voglia eventualmente sfuggire dall’abbraccio a volte opprimente delle mura cittadine una fuga, un sollievo, una nota di colore sovente più vivo di quello dei palazzi d’intorno. In basso, la superficie sulla quale si muove la vita – e scorre la vitalità, della città: selciati, marciapiedi, acciottolati, lastrici, fino a che non sia stato reso dominatore assoluto il manto d’asfalto per il traffico motorizzato – perché sia chiaro, che in una città sia preponderante lo scorrere degli autoveicoli rispetto a quello pedonale, è il frutto di una bella e buona stortura della nostra insensata era moderna, e una gran sconfitta dell’urbanistica residenziale, ovvero del buon vivere.
Per fortuna Lucerna non vive una così grave situazione di traffico, e il centro della città è semmai reso trafficato dal viavai dei mezzi pubblici e dei bus turistici più che dai veicoli privati, comunque senza mai divenire realmente caotico. Posso tranquillamente vagare per le vie esclusivamente pedonali, o con accesso agli autoveicoli regimentato, facendo scorrere lo sguardo sui selciati oppure sulle linee di gronda, facendomi guidare da esse come da un filo rosso urbano, un percorso ignorato dai più e tuttavia così tracciante, appunto, così rappresentativo e identificante. E’ l’epidermide cittadina che scorre sotto i miei passi, con le sue rugosità, le ruvidità o le parti più lisce, caratterizzata qui è là da tanti segni, piccoli nei più o meno evidenti – avete mai notato come anche degli ordinari tombini, dei banali e del tutto ignorati chiusini stradali, a volte presentino delle forme e delle armonie quasi artistiche? E come pure possano tracciare una storia minima ma significativa della città nella quale sono sparsi?
Poi prendo la scusa dell’incoccio visivo con un pluviale, che sull’angolo di un edificio si immerge in quel selciato, per alzare gli occhi lungo quel canale verso l’alto, e ricominciare a seguire le linee irregolari delle grondaie, dei cornicioni, con lo sguardo illuminato dal frattale celeste da quelle formato. In fondo, è come osservare una sorta di proiezione su un piano ortogonale della skyline cittadina, vista da dentro e per tutta la sua estensione, ovvero da terra fino al punto oltre il quale vi è il vuoto – solo aria, solo cielo.
Il centro di Lucerna non ha palazzoni troppo svettanti verso l’alto – che peraltro sono rari anche in periferia – con facciate sfuggenti, lisce, fredde come le pareti d’un inquietante labirinto, troppo regolari e precise tanto da sembrare inumane – lo sappiamo bene tutti: l’essere umano è imperfetto per sua natura, fortunatamente… – e camminando entro le quali può crescere rapidamente una sensazione di indifferenza verso il luogo se non di disunione, o pure (e peggio!) di anomia. Certo, sono percezioni, queste, del tutto soggettive, legate nel bene o nel male alla quotidianità e all’orizzonte ordinario di ognuno. Ma sono convinto che questi selciati e questi cornicioni lucernesi, con le loro linee irregolari, sghembe, a volte tortuose e apparentemente entropiche, possano tracciare in cielo e sul terreno un disegno nel complesso più armonioso, più equilibrato e urbano di quelle a volte studiate per filo e per segno da celebrati urbanisti che, se all’apparenza paiono perfette, cadono inevitabilmente nella volontà, o necessità, o imposizione, di regolare la dimensione cittadina, di sottometterla in qualche modo a diagrammi statistici che, tra infiniti numeri e calcoli, tendono a dimenticare troppo spesso la variabile “piacere”, ovvero il valore dello sguardo di chi li vive, che poi diverrà la messe di dati con il quale la mente costruirà la propria percezione dei luoghi, dunque la piacevolezza di starci o meno, appunto.
Per questo – anche per questo – mi perdo a osservare la città pure dove a nessun altro verrebbe di ammirarla, se non per motivi funzionali in nessun modo estetici. Personale pungolo visivo bizzarro, forse, eppure a suo modo interessante, illuminante e, come detto, identificativo.
E certo, se a ciò si aggiunge la proverbiale (ed effettiva, non leggendaria) pulizia elvetica del suolo pubblico, tanto meglio. Sui selciati la vita cittadina deve scorrere senza lasciare traccia alcuna; un’epidermide urbana ricca di imperfezioni è indubitabile sintomo di malattia (sociale)…

Elegia Inutile (la razionalità fa’ schivare i colpi di fulmine…)

Un racconto inedito, tratto da una raccolta che ugualmente tale – cioè inedita – forse lo rimarrà ancora per molto tempo, se non per sempre. Perché si scrive una cosa, poi se ne scrive un’altra e un’altra ancora, quindi una di quelle diventa “preponderante” – il che non vuol dire automaticamente che sia la migliore, semmai è quella, per così dire, più nelle proprie corde di quel dato momento, e che finisce sul tavolo dell’editore. Per ciò, tutto il resto di compiutamente scritto al contempo finisce per rimanere nel classico cassetto, in attesa che un altro momento giunga, più consono, più propizio, o soltanto così creduto per chissà quale intuito, e chissà se giusto, quell’intuito, ovvero vacuo e ingenuo…
Buona lettura!

Francesco De Girolamo, “Colpo di fulmine a ciel sereno”, 1999.
Quando la vide, da lontano entrando dalla porta, laggiù dietro il bancone, fu come entrare nella sala d’un museo che custodisce la più grande opera d’arte del mondo – e la si vede laggiù, in fondo, lontana ancora e ancora vaga, indeterminata, sì che l’impressione derivante sia quasi di indifferenza… Poi prese ad avvicinarsi, lei sistemava qualcosa dal bancone nei ripiani sottostanti, la figura che si piegava e si distendeva, movimenti limitati e fluidi, non lo guardava ancora, la capigliatura d’un tono così particolare – i colori che si fanno più nitidi e luminosi ad ogni passo, le forme, i tratti, e una certa sensazione d’armonia sembra cominciare a venire da quell’arte, dolce, sublime, ad aprire la mente e il cuore verso quel dono di bellezza imminente. Levò gli occhi, quasi nascosti sotto la frangetta cadente dalla chioma ne rossa e ne arancione, così particolare appunto, si distese, sorrise luminosamente, uscì dal banco – azzurrissimi, quegli occhi – si fece incontro d’un passo o due, sembrò portarsi appresso tutto il mondo che aveva intorno ponendosi in centro ad esso come elemento armonizzante – un’armonia che egli recepì come un qualcosa di enigmatico, ovvero di enigmaticamente dolce, sublime. Le fu davanti, chiese, lei rispose, si dissero ciò che l’occasione imponeva, vicini – lui a lei, lei a lui – ora come unico elemento del mondo, compendiatosi nella visuale fissata sulla sua figura e su quanto di essa, e tutto il resto evanescente intorno, come se un’unica luce illuminasse lei e solo lei, e ne svelasse finalmente il segreto meraviglioso – l’opera d’arte assoluta come unico elemento in quella sala, in modo che ogni cosa tendesse ad essa e dunque si annullasse in essa, in quel luogo e in quel momento unica cosa esistente e importante, e niente altro a poter confrontarsi: tutto il mondo lì, in sostanza, e nulla più.

Aveva le gambe fasciate in jeans attillati, lunghi fino in terra, dal cui orlo sfilacciato sbucava la punta di scarpe dal tacco verosimilmente vertiginoso, che le stagliavano la figura in un paradiso estetico per il quale ogni settimo cielo non era che un basso, lontano e gretto secondo regno – e il sedere piccolo e sodo che reggeva un busto esemplare, quale metro di paragone anatomico d’una nuova razza esteticamente superiore, nel quale la vita minuta pareva esaltare oltre ogni pensabile limite di voluttà la forma del seno rendendolo persino esuberante, con quella maglietta leggera che riprendeva il colore della capigliatura, stretta, aderente, aperta senza indecenza alcuna sul decolleté ma ancor più sulla schiena, a scoprire una pelle di velluto roseo mossa appena dalle scapole, fin dove il contegno e la galanteria speravano fortemente vi fosse l’elastico del reggiseno, appena sotto il punto dal quale la stoffa della maglietta riprendeva a coprire quell’epidermide, e a mantenere vive e attive quelle virtù di cavalleria altrimenti in pericolo di svanire e mutare in pura concupiscenza… Ma il suo viso, peraltro, così dolce, tranquillo, delicato nei tratti, così illuminato da quel sorriso rifulgente e sereno incorniciato da labbra sensuali perché lussuriosamente pudiche, da quegli occhi ad ogni istante più azzurri, profondi ed espressivi, faceva di ogni possibile concupiscenza un desiderio di sublimità, plasmato dalle sue mani, dalle affusolate dita, dalle unghie curate e colorate d’avorio, dalle movenze sinuose, delicate, euritmiche alla sensualità più elevata, come leggiadri movimenti d’una danza ammaliante che il suo corpo eseguiva con la naturalezza d’un angelo che avesse rubato l’arte dell’incanto al diavolo più tentatore elevandola, al sommo apice di fascino e seduzione. Un’opera d’arte totale, definitiva, insuperabile, assoluta, per quel luogo, per quel momento, per quel contesto: la bellezza nella sua forma più pura e inauditamente perfetta.

Ed improvvisamente egli sentì il bisogno indispensabile di essere illuminato dalla sua luce, come se d’un tratto il suo corpo fosse mutato in penombra bisognosa di quel bagliore per non lasciare che la tenebra vincesse sulla luminosità vitale; e sentì che la luce da lei emanata era purissima energia, ne sentì la vibrazione provenire dalla sua meravigliosa figura come se ne sfolgorassero scintille infinite che lo avvolgessero e lo penetrassero nel loro fascio voluttuoso inebriandone i sensi, e scuotendone il corpo come se colpito da una scarica di immensa potenza sessuale…

Il colpo del fulmine d’amore? E cos’è, il cosiddetto e così bramato da tanti colpo di fulmine, se non un singolo istante di totale irrazionalità che storce improvvisamente l’intera vita fino ad avvilupparla attorno ad esso, ovvero causando l’opposto di ciò che dovrebbe essere? Ed esiste veramente, in fondo, o è soltanto l’abbacinamento d’un solo, unico attimo dell’intelletto che perde la propria ordinaria razionalità il tempo sufficiente a credere in ciò che mai avrebbe creduto senza quel lapsus? Un varco rabbrividente si spalanca all’improvviso, come se dal proprio punto vitale, da un istante all’altro, comparisse attorno a sé l’Universo intero in una forma che non potrebbe che apparire incredibile, impossibile, e parimenti ammaliante, irretente; e ogni varco invita al transito immediato, o all’arretramento altrettanto immediato, dacché aperto nell’istante presente e forse già svanito in quello appena successivo: è nel punto di giunzione e separazione tra quella irrazionalità che gode dell’abbacinamento e la razionalità che lo rifugge per mantenere la migliore visuale in fronte a sé, che si decide il transito o l’arretramento, e in cui si genera la voluttà o il dolore, la delizia o il rimpianto, la follia o il senno, un nuovo orizzonte vitale o un velo scuro che ne limiterà una parte e inviterà a voltarsi altrove…

La salutò, privo d’ogni altra parola e altro pensiero; lei gli rispose, illuminò nuovamente il suo viso con quello splendido sorriso, coi suoi denti bianchi e perfetti, coi suoi occhi iridescenti, piegando leggermente in avanti il corpo e incrociando le mani davanti all’inguine, così stringendo inconsapevolmente con le braccia convergenti il seno, che gli parve per un attimo aumentarsi in modo inconcepibile, tremando per un attimo la frangetta di quel colore indefinibilmente unico davanti agli occhi e poi, come in un ultimo fremito di voluttà, tutta la sublime figura, come per avviare l’ultimo, definitivo incantesimo. E gli sguardi, fissi l’uno all’altro, si scambiarono un’estrema, languida lusinga.
Uscì quasi affrettando il passo, dicendosi che era meglio così, e rispondendosi subito di quanto fosse stupido a pensarlo, e di come la razionalità, a volte, sia la cosa più irrazionale possibile…

L’apparenza inganna…

(P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto inedito che farà parte di una raccolta mooooolto particolare, di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e ne saprete di più, a breve…)

Il Boss picchiettava nervosamente le dita della mano sul grande tavolo di legno grezzo, nascondendo occhi certamente torvi dietro i soliti occhiali neri. Quando la porta si spalancò e il sicario vi comparì, le dita si contrassero in modo che ricordassero degli artigli pronti a ghermire. Parlò seccamente.
“E’ ora di dare a quelli una lezione che non possano mai più scordare! Non devono ficcare più il naso nei nostri affari… E’ un lavoro sporco, ed è per questo che ho fatto venire te. Ti hanno già detto cosa fare: fallo, e torna qui. Troverai la tua ricompensa!”.
Senza dir nulla, e soltanto piegando le labbra in un ghigno di estrema baldanza, il killer uscì dal buio magazzino sul molo del porto. Niente di più semplice – ripeté tra sé: ammazzare una ragazzina di quindici o sedici anni, la figlia del capo dei rivali… Lavoro sporco perchè la vittima era una “semplice, candida scolaretta”? Beh, in quelle cose non ci doveva essere posto per i sentimenti e le suggestioni, nel bene e nel male; aveva ragione il Boss, egli per questi “lavori” era una garanzia…
La mattina successiva si appostò poco fuori il cancello della villa del capo dei rivali; questi ne era appena uscito, nella propria lussuosa auto nera: meglio così, il campo era ancora più sgombro… Di lì a breve il cancello elettrico si aprì nuovamente: ora doveva essere la figlia, che usciva per recarsi a scuola… Sbloccò la sicura della pistola impugnandola, pronto ad agire.
E fu proprio lei, ad apparire, la figlia del capo avversario… Il killer trasalì: la “bambina” doveva avere sì sedici anni, ma quale differenza con la media della sua età!… Alta, i capelli lunghi biondi, la pelle diafana, un fisico da donna adulta, armoniosa, formosa – e che donna, con tanto di minigonna scoprente gambe perfette e… Insomma, roba da non poter restare insensibili, tanto che il killer quasi istintivamente uscì dall’auto entro cui si era appostato, per osservare meglio quella gran bellezza, tanto giovane quanto già così attraente… Inevitabilmente lei lo notò; lo guardò un istante con espressione prima perplessa e quindi in un certo senso conscia, poi sorridendo gli venne incontro di qualche passo. Il sicario reagì come ogni uomo di fronte ad una bella donna, con impettito compiacimento; la ragazza, giunta a qualche metro da lui, fulmineamente estrasse un piccolo revolver dalla borsa a tracolla e lo freddò, un solo preciso colpo in mezzo agli occhi. Poi tranquilla si rincamminò, notando lo scuolabus spuntare sul viale.