Parole di guerra – o guerra di parole

Il Post – per inciso, a mio parere uno di quegli organi d’informazione di qualità i quali, complessivamente, in Italia si possono contare sulle dita di una mano, si veda il mio articolo precedente (e si veda non solo per tale questione) – stamattina sulla propria pagina facebook ha dedicato un post (gioco di parole inevitabile!) all’uso di certe parole da parte di altri media d’informazione, in relazione alla situazione politica in essere tra Spagna e Catalogna:

Ci risiamo, insomma. Ovvero si torna esattamente a quanto già scrivevo tempo fa in tema, in questo articolo: l’uso di parole dal senso e dal valore pesantissimi tanto quanto sostanzialmente travisati o incompresi, con la più ingiustificata e sconcertante leggerezza. Oltre che la totale devianza imposta al valore e all’importanza del linguaggio, verbale tanto quanto scritto, e ai suoi fondamentali fini di comunicazione e relazione sociale, civica, politica (nel senso nobile del termine, pressoché estinto nell’omonimo ambito istituzionale).

È un altro grave segno del degrado culturale nel quale sta sprofondando la nostra società, spinta in tale baratro da vigorose spinte ormai quotidiane arrecate, il più delle volte, da quei soggetti che invece dovrebbero preservarla dallo stesso pericolo.
Così almeno la penso, io.

Elena Ferrante chi?

frantumaglia-keme-u1090762750531ml-1024x576lastampa-itÈ l’argomento letterario (beh, per così dire) del momento, quello sullo svelamento della vera identità di Elena Ferrante da parte del giornalista del Sole 24 Ore Claudio Gatti, con un’indagine degna d’una serie poliziesca americana che ha fomentato tanto feroci polemiche quanto condiscendenti difesequesto articolo de Il Post riassume il tutto in modo adeguato.

Al solito, me ne sto fuori dal polverone parecchio manicheo (in perfetto stile italico, d’altronde) levatosi in questi giorni sulla vicenda. Piuttosto, mi viene da riflettere su come tale indagine così mirata intorno alla reale identità d’un autore letterario di successo mi pare ancora una volta poggiarsi su un distorto principio che sembra “regolare” da decenni il panorama editoriale nazionale (non solo quello, in realtà, ma forse più il nostro che altri) nonché il relativo mercato e, in un circolo vizioso, i gusti dei lettori – stortura che ho più volte denunciato, qui sul blog e altrove: il fatto che il grande pubblico conosca i nomi di molti affermati scrittori ma non conosca affatto i libri che hanno scritto. Una illogicità bella e buona, assolutamente paradossale ovvero il frutto di una banalizzazione molto mediatica e molto commerciale (o consumistica) della produzione editoriale la quale, piegata alle leggi dell’imperante mezzo televisivo, deve costruire “personaggi” anche quando questi decidano liberamente di non essere tali – come nel caso di un autore che decida di nascondersi dietro uno pseudonimo. Ribadisco: non entro nel merito dell’iniziativa di Gatti in quanto giusta/sbagliata, corretta/scorretta o quant’altro. Discuto invece quel solito principio – distorto, appunto – che veicola la conoscenza della letteratura presso il pubblico contemporaneo alla notorietà (prettamente mediatica) degli scrittori piuttosto che dei loro libri. E infatti, non serve dirlo, viviamo in un paese dal mercato editoriale asfittico i cui due terzi della popolazione non legge nemmeno un libro all’anno, ma dobbiamo constatare iniziative come quella del giornalista del Sole 24 Ore messe in atto come se la questione sulla reale identità di Elena Ferrante concernesse gli interessi nazionali o dalla quale potesse dipendere il PIL!

Beh, a ‘sto punto cito un altro mio articolo pubblicato tempo fa, nel quale illustravo l’idea dello scrittore ceco Patrik Ouředník, rimbalzata a me tramite Paolo Nori  – un’idea che, posto quanto sopra, mi pare sempre più saggia e pragmatica: libri senza il nome dell’autore ma solo una sigla, come fosse una “targa”, così che l’editore e solo lui possa conoscere chi ne sia l’autore e corrispondergli i soldi in banca. Ovvero, una letteratura autentica dacché fatta di libri e di niente altro, o comunque con i libri prima di tutto e ogni altra cosa in secondo, terzo o sedicesimo piano. Perché a me lettore consapevole, in tutta sincerità, non frega nulla di sapere chi sia veramente Elena Ferrante o qualsivoglia altro autore misterioso. Mi interessa che i suoi libri mi divertano, mi intrighino, mi affascinino, mi facciano pensare, meditare, emozionare, crescere: e se un libro riesce a fare ciò, che l’abbia scritto Tizia, Caio, Sempronia, Pinco o Pallina, un premio Nobel o un quasi analfabeta, ai fini letterari e culturali è veramente quanto di meno importante ci possa essere.

In fondo, se domani scoprissimo che – lavorando di fantasia – Charles Baudelaire in realtà era una donna e si chiamava, per dire, Josephine Mangemerde, i suoi Fleurs du mal diverrebbero di colpo letteratura di quart’ordine?
No, ovviamente.
Ecco.