[Un evento pubblico nella Piazza Cavour – o del Kuerc – di Bormio. Immagine tratta da www.ilgiorno.it.]Credo, e ne sono convinto sempre più, che il primo e imprescindibile principio per la soluzione di molti dei problemi che affliggono i territori di montagna sia la rivitalizzazione, che a volte è rinascita vera e propria, del senso di comunità delle loro popolazioni. Cioè dell’identità comunitaria, della consapevolezza compiuta e profonda riguardo la relazione che gli abitanti hanno – e devono avere – con le proprie montagne e con il paesaggio del quale sono parte integrante, della presa di coscienza sociale, civica, culturale e antropologica di ciò che sono in quanto unità demografica e rappresentano per il loro territorio – rappresentano, intendo dire, ben di più di quanto possano fare i soggetti politici pubblici pure nella più piena legittimità del loro ruolo.
È una questione centrale, a mio modo di vedere, nell’analisi delle realtà contemporanea delle nostre montagne, a volte citata ma raramente approfondita e messa in evidenza come merita. E questa è una mancanza alla quale è ora di sopperire.
Mi dispiace e avvilisce constatare di persona, oppure sentirla riferito da altri, la frequente disgregazione delle comunità di montagna, che si manifesta su diversi livelli: da quelli più banali e apparentemente innocui (gli screzi tra confinanti, per dire) fino a situazioni quasi inquietanti, vere e proprie faide tra compaesani o convalligiani per i più svariati motivi legati alla gestione del territorio comune – al quale, inutile rimarcarlo, afferiscono anche le singole proprietà o gli interessi personali per i quali ci si scontra.
È una situazione che, al netto delle circostanze locali, deriva molto da quei fenomeni di spaesamento e alienazione che hanno interessato le comunità di montagna nel Novecento e soprattutto dal boom economico in poi, raccontati in quel fondamentale libro di ormai quasi vent’anni che è Il tramonto delle identità tradizionali di Annibale Salsa. In questo stato delle cose la politica troppo spesso ha mancato di guidare le inesorabili trasformazioni socioculturali delle comunità governate, e tanto meno si è curata della tutela delle loro identità, per inseguire modelli economici di stampo viepiù consumista del tutto avulsi alla realtà storica delle montagne i quali, se è vero che hanno portato un certo benessere generale in comunità ancora per certi versi arretrate, di contro ne hanno smembrato l’anima, alienando i montanari dalle loro stesse montagne. Le comunità di montagna, da secoli centrate su modelli di gestione comunitaria e collettiva dei propri territori – modelli spesso inevitabili d’altronde, vista la natura ostica dei territori in quota – e su un’identità culturale altrettanto unitaria (nel bene e nel male, ma tant’è), sono rapidamente implose di fronte a molte delle lusinghe moderne e contemporanee, spesso imposte a forza ai territori montani con l’assenso più o meno tacito della politica: ciò da un lato ha colpito duramente il senso di comunità, come detto, e dall’altro ha privato i montanari degli strumenti culturali atti alla comprensione di quanto stava accadendo.
[Un momento dell’edizione 2024 dell’Alpenfest di Livigno. Immagine tratta da blog.livigno.eu.]Recuperare questo senso di comunità, rivitalizzarlo e rinvigorirlo con l’adeguata consapevolezza socioculturale che lo deve alimentare, è sempre più fondamentale, poste le sfide che attendono le montagne da qui al prossimo futuro e la cronica svagatezza della politica nazionale verso di esse. In nessun altro ambito – dalle nostre parti – come sulle montagne la comunità è il centro dello spazio-tempo locale, e la politica, quella eletta localmente e quella che ai livelli superiori detiene funzioni e competenze amministrative, deve essere al servizio della comunità e non viceversa, giammai. Di contro, la popolazione deve fare lo sforzo di ridare competenza culturale e valore civico al proprio senso di comunità e alla relazione che la lega alle proprie montagne: è un dovere dal quale scaturiscono diritti che oggi, spesso, vengono trascurati o si sono dimenticati, innanzi tutto quello di interloquire alla pari con qualsiasi soggetto, pubblico o privato, che voglia intervenire sulle loro montagne.
Non è una mera questione di maggioranze o minoranze, di essere d’accordo o meno con questa o quella decisione o azione, e non è affatto una cosa della “politica” – o meglio, politica lo è nel senso più nobile del termine, di partecipazione alla vita collettiva e gestione della cosa pubblica. È, molto semplicemente ma altrettanto emblematicamente, il modo con il quale si posso mantenere vive le nostre montagne, tutelati i loro territori, la bellezza del paesaggio, le risorse naturali e al contempo salvaguardando la socialità vitale delle comunità che vi abitano e vogliono continuare a farlo ancora a lungo, con il giusto orgoglio e il necessario agio per potersi sentire parte integrante e importante con ciascun altro abitante della propria comunità e delle montagne.
P.S. – Pre Scriptum: ringrazio da subito le testate locali che hanno pubblicato l’articolo seguente, come “Valsassina Oggi” e “ValsassinaNews”. Mi auguro sia chiaro il senso di questo scritto (e se non lo è lo sia, da ora) il quale non è contro qualcuno o qualcosa ma a favore di una riflessione generale, centrata sul caso in questione, riguardo l’abitare, il vivere e il fare comunità sulle nostre montagne, il loro presente e il futuro, l’identità e l’anima che le contraddistingue.
[Immagine tratta da www.sagradellesagre.it.]Fino a qualche tempo fa non ne ero al corrente, ma quando poi ho saputo che nella piana di Pasturo, tra i monti della Valsassina (provincia di Lecco), sorgerà un supermercato da 1500 mq di una nota catena della grande distribuzione, un acuto senso di rammarico e pure un certo disgusto mi hanno subito attanagliato l’animo.
La piana di Pasturo, in vista di alcune delle più note e belle vette delle montagne lecchesi – il Grignone in primis – è uno dei luoghi più belli della Valsassina, anche per come appaia, sia provenendo dal Colle di Balisio e da Lecco, sia da oltre la stretta di Baiedo e dalla bassa valle, come una sorta di inaspettato “miracolo” geografico in mezzo a versanti montuosi più o meni ripidi, la più ampia area planiziale della Valsassina. La cui rinomata fertilità ha probabilmente conferito il nome al comune nel cui territorio si trova – Pasturo, toponimo che ha una probabile origine latina da pastorium in rapporto con pastura, “il pascere, il brucare”, da cui il lombardo pastura nonché l’italiano pastura, “il pascolare, il luogo dove trovano da nutrirsi le bestie” – ma che parimenti è stato già parzialmente urbanizzato e cementificato proprio in forza della favorevole geomorfologia. Ciò non toglie che la piana resti un angolo del paesaggio locale di grande bellezza e importanza: ci si rende bene conto di ciò soprattutto se la si attraversa a piedi o in bicicletta, a ritmo lento, lungo la ciclovia della Valsassina, che qui inizia e attraversa la piana in direzione della Rocca di Baiedo.
Detto ciò, e tornando alla questione del nuovo supermercato, sono certo – o quanto meno non posso non augurarmelo – che il punto vendita verrà realizzato secondo tutti i crismi della sostenibilità ambientale, che non consumerà suolo in quanto edificato su un’area industriale dismessa e in una zona peraltro giù urbanizzata, come detto, che amplierà l’offerta commerciale locale, che darà lavoro a gente del posto e migliorerà la viabilità circostanze… ok, tutte cose buone e giuste. Ma a che prezzo? O, per meglio dire: a prezzo di quali e quante conseguenze che si manifesteranno non subito ma tra qualche tempo inesorabilmente? E con quale impatto culturale sulle comunità locali?
Io posso anche apparire un ingenuo o un illuso se rimarco la speranza, ormai svanita, che certi modelli consumistici tipicamente metropolitani se ne debbano restare lontani dai territori rurali e dalle montagne, lì dove le comunità dovrebbero ancora essere animate da modus vivendi collettivi e da una socialità concreta, pur tra mille variabili e restando inevitabilmente al passo con i tempi e le mode. In parole povere: in montagna non si vive come in città e questo è un grande pregio; diviene un difetto nel caso l’abitare tra i monti non venga sostenuto da adeguate politiche socioeconomiche, cosa purtroppo assai diffusa in Italia. E se nelle città grandi e piccole i negozi di quartiere e le piccola attività commerciali sono ormai pressoché scomparsi, sostituiti dai grandi supermercati ormai diffusi in gran numero ovunque, ma vi è la possibilità che la loro valenza di aggregazione sociale possa essere sostituita da altri luoghi, nei piccoli paesi spesso se chiude un negozio viene meno la gran parte della socialità, anche perché – ribadisco – purtroppo in passato tanti comuni non hanno salvaguardato gli altri centri di ritrovo per la propria comunità, giovane e meno giovane.
D’altro canto il timore che molti in Valsassina hanno manifestato, cioè che l’apertura del nuovo supermercato provocherà la chiusura di tanti piccoli negozi, non è affatto un timore o un’illusione ma una certezza: sì, tanti negozi in zona chiuderanno, inesorabilmente: è accaduto ovunque in circostanze simili e la Valsassina non si trova su Marte. Chiuderanno anche qui, garantito. Dunque, a fronte dei posti di lavoro che il supermercato offrirà, quanti ne farà perdere nei piccoli paesi del circondario? E con quali impatti sulla quotidianità delle loro comunità, soprattutto della componente più attempata?
[Foto di Maupao70, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Tuttavia non c’è solo una questione socioeconomica alla base di tutto ciò, ve ne sono anche di natura culturale, non meno importanti e impattanti. Ne cito solo alcune.
La prima: il modus vivendi al quale risulta funzionale un supermercato che lavora e guadagna su logiche consumistiche, anche laddove offra prodotti di qualità, è ammissibile e integrabile in una dimensione vitale e residenziale comunitaria come quella della montagna? In altre parole: il modello culturale che il supermercato porta con sé è conciliabile con la cultura del vivere in montagna, la quale avrà numerose criticità ma anche innumerevoli pregi? Oppure la vita in montagna si deve conformare sempre di più a quella di città, livellando ogni differenza e dunque inevitabilmente deprimendo le sue specificità?
[Nel cerchio giallo è lo stabile che è stato demolito per fare spazio al supermercato in costruzione.]La seconda: checché se ne dica, e nonostante il nuovo supermercato di Pasturo sia edificato su una zona ex industriale recuperata senza consumare altro suolo naturale, tale circostanza in loco sancisce un precedente. Molto pericoloso, dal mio punto di vista. Se hanno dato la licenza a quella società della grande distribuzione, perché ad altre non dovrebbero concederla? Chi può garantire – nei fatti, non a parole – che ciò non accadrà, da qui al futuro? La piana peraltro è vasta, di spazio ce n’è ancora e sappiamo bene come in Italia la destinazione d’uso dei terreni possa variare rapidamente e facilmente, quando ve ne sia la convenienza per qualcuno di influente. Ma pure se eventuali altri supermercati dovessero nascere in altri luoghi della valle, i pericoli e le potenziali conseguenze fin qui delineate sarebbero comunque moltiplicate.
[Foto di Ago76, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]La terza: e il paesaggio? Anche se viene proclamato e assicurato che il nuovo grande edificio verrà integrato e armonizzato con il paesaggio, si tratta comunque di un nuovo manufatto antropico che viene inserito – comunque a forza, inevitabilmente – in un paesaggio di gran pregio e bellezza come quello della piana, che sarà altrettanto inevitabilmente meno bella, meno naturale, meno montana e un po’ più simile a una qualsiasi periferia di città. Con conseguenze in tal caso culturali e ancor più identitarie, ovvero impattanti sull’identità, sull’anima del luogo e su quella di chi lo abita, dato che il paesaggio, lo sancisce la relativa Convenzione Europea, è fatto dall’insieme di elementi naturali e elementi antropici per come vengono percepito e culturalmente interpretato da chi vi interagisce, innanzi tutto dai suoi abitanti. In pratica, quel nuovo parallelepipedo di cemento e vetro sarà edificato anche sul carattere e sull’anima dei valsassinesi, con altrettanto inevitabili conseguenze.
Per carità, magari queste mie sono solo fisime e invece hanno ragione i proponenti del nuovo supermercato, gli amministratori pubblici che l’hanno consentito, i valsassinesi che se ne dicono contenti e si sentiranno più “comodi” nel fare la spesa. Ma giusto di recente ho letto un articolo di Serena Milano, direttrice di Slow Food Italia, che in relazione alla chiusura dell’ultima bottega di un piccolo comune dell’Appennino Ligure, così ha scritto: «Lo spostamento a valle è andato di pari passo con la corsa verso il grande: si costruiscono scuole più grandi, ospedali più grandi, impianti sportivi più grandi. È un processo di sviluppo che genera disuguaglianze sociali.» Un processo che, come si può ben vedere, è presente anche nel commercio al minuto: chiudono i piccoli negozi dei paesi e si aprono supermercati sempre più grandi: una disuguaglianza sociale, economica, culturale, antropologica che ora rischia di manifestarsi anche in Valsassina. Conviene veramente? Forse sì. O forse… chissà.
[Marzia Verona con alcune delle sue capre. Foto di Anna Ravizza, Petit Fenis, Nus (Aosta), maggio 2021.]Così scrive l’amica scrittrice e pastoraMarzia Verona in un post sulla sua pagina Facebook del 3 luglio scorso:
Rileggendo i commenti al post di ieri sulle “aree interne” (lo trovate qui, e si riferisce all’articolo che vedete nell’immagine – n.d.L.), mi sono soffermata su un paio di considerazioni.
«Il problema siamo noi montanari che non siamo uniti…», «il problema è che nemmeno più a chi è di qui interessa la salvaguardia del territorio […] il resto è disinteresse e “piccole guerre” di paese. E qui non c’entra il governo ma la testa delle persone purtroppo».
Così scrivono due persone, abitanti in regioni diverse, in aree che conosco bene. Ma non c’è bisogno di andare a cercare chissà dove, queste situazioni le viviamo quotidianamente sulla nostra pelle. Non c’è da scomodare la politica europea, neanche quella nazionale, ma neppure quella regionale o comunale. Molti dei problemi che ci toccano da vicino vengono da diatribe di vicinato, quando non addirittura famigliari, da guerre dei poveri tra chi pratica lo stesso mestiere. Uno ti porta via l’acqua, l’altro ti soffia l’alpeggio, l’altro ancora si accaparra i tuoi prati, i tuoi pascoli. E a te crolla addosso il mondo, ti tocca buttar via i sacrifici e le fatiche di una vita, ti passa ogni entusiasmo, non basta nemmeno più quella famosa passione per andare avanti…
Marzia Verona descrive una situazione che a mia volta ho constatato un po’ ovunque sulle nostre montagne, comprese quelle dove vivo – e ciò non significa che accada solo in montagna, ma certo che la si debba constatare in territori particolari e delicati come quelli montani nei quali è fondamentale – per cui spesso elogiato, invocato o rimpianto – il senso di comunità e una spiccata mutualità del modus vivendi collettivo, al fine di mantenerli antropologicamente vivi, è un fatto parecchio significativo. Spesso sostengo – provocatoriamente ma non troppo – che in certi casi i primi “nemici” delle montagne sono i montanari che le abitano ben più che i forestieri, chiunque essi siano e qualsiasi cosa facciano, e ciò che intendo è (anche) proprio quello che Marzia ha descritto brevemente ma efficacemente.
[Vallone di Rui a Bellino, Val Varaita (Cuneo), settembre 2015.]Una situazione del genere così comune sulle montagne italiane, che ovviamente potrebbe (e dovrebbe) suscitare considerazioni molto articolate quanto parecchio lunghe da esporre qui, trovo di poterla analizzare più rapidamente attraverso due chiavi di lettura fondamentali, di segno opposto – o forse non così tanto.
La prima: quei comportamenti “anticomunitari”, da homini homini lupus delle terre alte, al netto degli interessi personali e degli egoismi del momento temo siano anche il frutto di quello sfarinamento ormai di lungo corso dell’identità culturale delle genti di montagna e della loro relazione con i luoghi abitati e lavorati. Un fenomeno perfettamente descritto da Annibale Salsa in quel fondamentale libro che è Il tramonto delle identità tradizionali, il cui sottotitolo efficacemente recita Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi: ecco, proprio questo spaesamento e il conseguente disagio esistenziale credo possano rappresentare una delle cause (forse la causa?) di quei comportamenti, conseguenza dell’applicazione prolungata di modelli economici, sociali e culturali incongruenti con i territori alpini che hanno finito per generare numerosi cortocircuiti nelle comunità di montagna, nelle relazioni sociali interne e in quelle verso i territori, con il risultato di una rottura della citata, pragmatica mutualità vitale quotidiana e dell’assuefazione a modus vivendi di ispirazione metropolitana, malamente imitati anche perché, come detto, per nulla consoni alla dimensione socio-antropologica montana. Una situazione che si potrebbe recuperare rielaborando la necessaria consapevolezza circa il senso di comunità e il corrispondente legame collettivo tra le genti di montagna e i territori abitati, così da ridare forza anche all’identità culturale dei luoghi quale elemento di unità consapevole tra i membri della comunità in primis e subito dopo tra la stessa comunità e le sue montagne.
[Capre al pascolo presso Petit Fenis, Nus (Aosta), maggio 2025.]La seconda chiave di lettura: a fronte di quanto ho appena rimarcato, temo che non di rado vi sia uno specifico, mirato interesse della politica locale a fare in modo che questa situazione di scollamento comunitario e di alienazione venga mantenuto e pure per certi versi alimentato, perché in fondo funzionale a evitare l’invero fondamentale interlocuzione con le comunità nel caso di interventi particolarmente importanti sui territori che vadano a modificare in maniera sensibile le geografie, il paesaggio, le modalità di fruizione delle risorse, i relativi beni ecosistemici. Senza una consapevole visione unitaria della comunità riguardo se stessa e i propri territori viene meno la potenziale massa critica che possiede la forza di interloquire con le istituzioni rivendicando il diritto democratico naturale alla partecipazione nella loro gestione, soprattutto posta la grave carenza di rappresentanza politica dei territori montani ai livelli politico-istituzionali superiori. Ed avendo la politica sostanzialmente abbandonato da tempo i territori di montagna e i montanari a loro stessi, con i loro problemi irrisolti e i bisogni insoddisfatti, è facile (e per certi versi inesorabile) che essi smarriscano il senso di comunità e finiscano per sentirsi in diritto (senza in effetti comprenderlo pienamente) di agire innanzi tutto per il proprio interesse individuale, senza più pensare al portato delle proprie azioni su loro stessi in quanto comunità e sui territori nei quali vivono ma, come detto, senza più un’autentica relazione culturale.
In tal caso, cioè per risolvere questa situazione e dopo aver recuperato un consapevole senso di comunità, come rimarcato poc’anzi, è necessario rivendicare il diritto all’interlocuzione con le istituzioni e alla rinascita di una vera rappresentatività civica e politica della comunità, in modo da invertire il senso del rapporto conseguente tra cittadinanza e amministratori – non più l’ente politico che impone cose e decisioni alla comunità (una cosa molto poco affine alla democrazia, a ben vedere e a dispetto del consenso elettorale) ma la comunità che propone e indirizza il lavoro del primo – facendone di nuovo, finalmente, la manifestazione più compiuta e riconosciuta della vita comunitaria nel territorio abitato, della quale ogni residente è membro attivo e accreditato i cui diritti hanno pieno valore quando contestuali alla dimensione locale.
[Fienagione a Cogne (Aosta), luglio 2016.]In fondo, quando i montanari si palesano come i primi nemici delle loro montagne, è in verità la manifestazione di un’ostilità non compresa tanto quanto dannosa verso se stessi più che verso le montagne – le quali, inutile dirlo, restano del tutto indifferenti alle cose umane (anche in caso di interventi all’apparenza particolarmente devastanti) e le supereranno inesorabilmente. Chi non si cura delle proprie montagne non ha cura di se stesso, di chi ha intorno e della comunità della quale fa parte – e ne fa indissolubilmente parte, seppur non se ne renda conto o lo trascuri. Come scrive Marzia Verona, si tratta di «guerre tra poveri» che li renderanno ancora più poveri fino a che non ci sarà più nulla di materiale o immateriale per cui guerreggiare: le montagne saranno ancora lì, come detto, ma i loro abitanti non sapranno più abitarle e perché farlo. Penso sia una prospettiva che sarebbe bene non provare mai, nemmeno per errore o per qualche stupido atteggiamento egoistico.
(Tutte le immagini qui presenti sono tratte dalla pagina Facebook di Marzia Verona.)
[Veduta della Val di Rabbi, in Trentino. Foto di Mauro Mariotti tratta da https://organizzazione.cai.it.]Da lungo tempo ormai si segnala e denuncia la carenza quando non la mancanza pressoché totale di rappresentanza politica dei territori montani (comuni sempre più privati di servizi e meno dotati di risorse, comunità montane sovente ridotte a scatole vuote, disinteresse degli enti di livello superiore, eccetera), una condizione che poi si riflette nell’equivalente carenza, o mancanza, di ascolto delle comunità di montagna. Le quali invece hanno un disperato bisogno non solo di farsi sentire ma, soprattutto, di essere ascoltate. La politica locale – cioè i comuni, sostanzialmente e unicamente – a volte lo fa, con incontri e assemblee pubbliche (seppur spesso legate a discussioni intorno a decisioni comunque già assunte, alle quali si può solo assentire o no), ma poi a ciò non fa seguito nulla di veramente concreto e costruttivo, vuoi per oggettive difficoltà dei comuni al riguardo (vedi sopra), vuoi per mera noncuranza o per convenienze politiche opposte a quanto espresso dal pubblico.
Tuttavia, se da un lato quanto illustrato non è sufficiente, dall’altro nasconde un potenziale rischio: non basta ascoltare pur attentamente le comunità di montagna, ma di contro non è corretto assecondarne qualsiasi richiesta, per ragioni di facile consenso più o meno ampio o per altre ragioni similari. In verità manca un elemento fondamentale, che di frequente la politica non sa offrire e la società civile non sempre possiede: le competenze, atte a far che qualsiasi decisione presa attraverso l’interlocuzione dei due soggetti principali, il pubblico e il privato possa risultare logica e realmente utile. Ci vuole, in pratica, la presenza di un soggetto tecnico o scientifico (indipendente) nel dialogo: il soggetto politico interloquisce con la comunità civile, ne recepisce bisogni e necessità, le passa al soggetto tecnico competente a ricavarne un progetto sensato che così può essere approvato dalla comunità e deliberato dall’ente politico.
Questo processo, di per sé ovvio e “normale”, è invece assai raro da constatare. Se la politica si serve di un soggetto tecnico, è perché lo ha già posto al suo “servizio”; se la comunità è sostenuta da un proprio soggetto tecnico, questo facilmente resterà inascoltato dalla politica e, in ogni caso, quasi mai la presenza di un tale soggetto dotato di competenze specifiche – per intenderci: università, enti di ricerca, soggetti dell’ambito culturali, esperti e specialisti, eccetera – riesce ad avere peso progettuale e decisionale nelle dinamiche di gestione territoriale locale. E questa è una carenza che ritengo molto grave, causa di molte situazioni problematiche e perniciose per le nostre montagne e le loro comunità.
[Un altro scorcio della Val di Rabbi. Foto di Gianni Penasa, tratta da www.facebook.com/valdirabbi.]Faccio un esempio concreto: l’ente politico ha intenzione di realizzare una nuova infrastruttura turistica, che apporterà effetti di vario genere sul territorio locale e dunque sulla comunità. Per questo motivo l’ente politico deve avviare la doverosa interlocuzione con la comunità, ma questa probabilmente non possiede tutte le competenze necessarie a stabilire se l’iniziativa progettata possa essere positiva o negativa per il proprio territorio. Dunque servono le competenze che il soggetto tecnico/scientifico può offrire e che faranno da buona base per la successiva definizione collettiva dell’iniziativa, la quale se approvata lo sarà per motivi non solo validi ma pure rigorosi, e se bocciata lo sarà allo stesso modo. Comunque, in entrambi i casi, la procedura logica che avrà portato alla decisione finale sarà elaborata in modi realmente condivisi e razionali, con il necessario (ma per certi versi anche naturale) bilanciamento delle parti che eviterà pure molti disequilibri che spesso si constatano in tanti progetti (come quando la politica si riserva l’intero potere decisionale evitando l’interlocuzione con la parte pubblica o quando si lascia decidere alla comunità ma senza prima dotarla degli strumenti necessari utili a giustificare la decisione).
Da un processo del genere tutti hanno da guadagnare: la comunità civile perché sa di poter essere veramente ascoltata e di poter incidere nelle decisioni che interessano la propria realtà, la politica perché sa di poter assumere decisioni ben meditate e ampiamente condivise che le danno lustro (anche elettoralmente), il soggetto tecnico perché può mettere a terra le proprie competenze attraverso progettualità adeguatamente supportate sia dalla politica che dalla parte pubblica contribuendo fattivamente allo sviluppo vero del territorio in questione.
Infine, posto tutto ciò, rimarco solo che nel nostro paese di soggetti tecnico/scientifici in grado i offrire elevate competenze alle comunità di montagna e alle amministrazioni pubbliche di riferimento ve ne sono molti. Spesso questi soggetti vengono interpellati, dagli enti pubblici: ma per produrre delle consulenze – corpose, articolate, solitamente pagate da bandi altrettanto pubblici – che poi quegli enti presentano come una propria iniziativa virtuosa ma che, una volta usciti gli articoli al riguardo sulla stampa, vengono messe rapidamente da parte e dimenticate su qualche scaffale polveroso.
Sarebbe un’ottima cosa se invece quelle loro ottime competenze venissero pienamente riconosciute – dalla politica, innanzi tutto – e integrate quale supporto concreto e fattivo nelle iniziative progettuali e nei processi decisionali riguardanti i nostri territori montani. Ribadisco: ne avrebbero – ne avremmo – tutti da guadagnare, la montagna innanzi tutto.
Di recente mi è capitato sotto gli occhi il video (lo potete vedere qui sotto) di una delle aziende leader mondiali (con sede in Alto Adige/Südtirol) nella produzione di impianti di innevamento tecnico – la neve artificiale, sì – il quale illustra uno dei loro più recenti e grandi impianti, installato presso il ghiacciaio di Stubai, la più grande area sciistica su ghiacciaio dell’Austria.
Il video, ovvero l’impianto che presenta, sono impressionanti e obiettivamente affascinanti, non c’è che dire. Ma nell’osservare il complesso sistema di pompe, torri di raffreddamento, tubazioni e cablaggi d’ogni sorta eccetera, ammetto che mi è comparsa in mente quest’immagine:
Sia chiaro, già in passato le montagne hanno subìto infrastrutturazioni di carattere industriale: basti pensare a quelle novecentesche legate allo sfruttamento idroelettrico delle risorse idriche in quota con tutti i loro canali di derivazione e di scarico, i tubi in superficie o in galleria, le centrali sotterranee, senza contare i muri spesso ciclopici delle dighe. Tuttavia, se è vero che le opere atte alla produzione idroelettrica hanno trasformato i paesaggi in quota, soprattutto con la creazione dei bacini artificiali (ci ho scritto sopra un libro, su questo tema), è altrettanto vero che tali opere non hanno intaccato l’anima originaria di quei paesaggi e tanto meno l’identità culturale, aggiungendovi anzi un elemento geografico – il lago – che non di rado li ha resi più ameni e gradevoli alla vista (nonostante i grandi muraglioni degli sbarramenti). La montagna idroelettrica, insomma, è rimasta sostanzialmente la stessa, con un lago in più e qualche tubo che corre a valle verso le centrali; inoltre, tale infrastrutturazione è servita per apportare benefici a tutti i residenti a valle di essa, grazie all’energia prodotta, ai canoni di concessione idrica e a volte alle opere edificate in concomitanza con gli impianti idroelettrici come forme di “risarcimento” alle popolazioni locali per lo sfruttamento delle loro montagne.
[Immagine tratta da www.demaclenko.com/media/download.]Invece, un impianto di innevamento tecnico come quello illustrato nel video, a tutti gli effetti trasforma la montagna, artificializzandone tanto il corpo quanto il paesaggio, molto semplicemente perché consente di avere qualcosa che la Natura e il clima locale evidentemente non elargiscono più, la neve. Quindi, se lassù non vi fosse quell’impianto con i suoi cannoni, quelle montagne avrebbero un aspetto differente e ovviamente più naturale e reale rispetto alle condizioni ambientali in divenire; in qualche modo l’impianto cambia il loro aspetto, dona loro qualcosa che altrimenti non ci sarebbe, elabora un paesaggio artificiale, fittizio, ovviamente funzionale al comprensorio sciistico lì presente ma non alla realtà naturale di fatto del luogo. Il tutto, grazie al complesso sistema illustrato, del tutto simile a un impianto pienamente industriale altamente tecnologico “infilato” nel corpo della montagna, che dunque viene “artificializzata” sia fuori, con la neve sparata, che dentro, con tutte le infrastrutture necessarie.
[Immagine tratta da https://www.demaclenko.com/it/impianto-innevamento/progetto-faro-stubai/.]Checché se ne possa dire – e ripeto: l’impianto è per molti aspetti affascinante, non è certamente mia intenzione criticarlo da questo punto di vista – quella così infrastrutturata non si può più definire una “montagna naturale”. Ne ha le forme, le pietre, i prati, ma sotto la superficie ha cavità di cemento, tubi di metallo, cablaggi elettrici, macchinari elettromeccanici che rombano e sibilano, computer che controllano i processi produttivi. È una montagna artificiale, ripeto, resa funzionale alla sua fruizione altrettanto industriale (in tal caso del turismo di massa) la cui percezione culturale non può essere la stessa della montagna naturale.
[Immagine tratta da https://www.demaclenko.com/it/impianto-innevamento/progetto-faro-stubai/.]Ecco: quella da me qui messa in evidenza è una questione culturale, appunto, non ambientale o altro. È la base della riflessione che è necessario compiere e sviluppare su cosa vogliamo fare delle nostre montagne e cosa vogliamo che siano e rappresentino per tutti noi da qui al prossimo futuro, nella realtà così problematica e ricca di variabili – a partire dalla crisi climatica – che stiamo affrontando. Per tutti noi, non solo per chi le frequenta da turista, chi vi lavora e ne ricava un reddito o chi le abita stanzialmente: le montagne sono un patrimonio di valore inestimabile per chiunque, come pochi altri spazi antropizzati in grado di donare benessere e serenità e ciò perché i loro meravigliosi, potenti, referenziali paesaggi esteriori sanno diventare vibranti paesaggi interiori nell’animo di chiunque, quando vissuti con consapevolezza, passione e autentica relazione. E, per come la vedo io, quando quei paesaggi non nascondano materiali, infrastrutture e ancor più un’idea di fondo nei loro confronti la cui natura non c’entra nulla con quella montana. Non ci si può relazionare a un simulacro, ne scaturirebbe un legame falsato e deviante, culturalmente nocivo e a sua volta inevitabilmente artificiale. Inumano, insomma.