Veneziafagìa

Anche così si divora il patrimonio culturale italiano, per di più in uno dei tesori assoluti di cui l’Italia dovrebbe vantarsi:

130108178-27b793fd-e926-40f3-a168-af66c55bc4ed
130108191-f1fb67f8-3249-4c11-95ba-a7f29eb34bed
130108215-498c5d14-3eb3-4f61-8626-a221947cae51
130108701-e7892e95-aa34-4f0c-aeee-87bfc959e37d
130108807-d93d781a-3141-4c4b-b3a8-d6859327d4af

Poi si dirà che tali mostri portano un sacco di denaro a Venezia e agli esercizi commerciali della città e potrà essere anche vero (come alcuni sostengono, mentre altri assicurano l’esatto contrario). Tuttavia, a mio modo di vedere, quando uno scempio è palesemente tale, rende insostenibile qualsiasi tornaconto, sempre e comunque. A meno che si voglia apporre su Venezia una data di scadenza, probabilmente prossima: ma lo si dica chiaramente, senza più vuote, insulse e ipocrite parole di senso opposto; e, in ogni caso, ogni persona di buon senso (civico e non solo) dovrebbe tenacemente opporsi a ciò.
Fosse per me, lo farei con dei buoni Mark 46, con salvataggio dei passeggeri effettuato dai gondolieri, ovviamente a pagamento. Ma suppongo che i soliti benpensanti – magari quelli del genere descritto da David Foster Wallace in questo suo celebre libro, parecchio in tema con quanto qui disquisito – non siano d’accordo.

Le foto dell’articolo fanno parte di Mostri a Venezia, l’esposizione delle immagini scattate Gianni Berengo Gardin – uno dei più grandi fotografi italiani – per documentare il quotidiano usurpante passaggio di mastodontiche navi da crociera nel Canale della Giudecca di Venezia, organizzata dal FAI-Fondo Ambiente Italiano in collaborazione con Fondazione Forma per la Fotografia e Contrasto, dall’11 Luglio al 28 Settembre prossimo presso Villa Necchi Campiglio, a Milano.
Cliccate QUI per visitare il sito web di Fondazione Forma e conoscere ogni dettaglio sulla mostra, su come visitarla e – aggiungo io – su come finalmente e definitivamente rendersi conto di quanto sia urgente e indispensabile fermare la Veneziafagìa dei mostri d’acciaio galleggianti.

MIA – Milan Image Art Fair 2014: la MIA impressione…

MIA Fair, la fiera internazionale della fotografia di Milano, chiude i battenti di una edizione 2014 senza dubbio soddisfacente, anche più di quella dello scorso anno che avevo trovato artisticamente un po’ moscia… Sempre ospitata in maniera impeccabile dai padiglioni del SuperStudioPiù di Via Tortona, location ormai classica, ripropone la sua formula originale “una galleria-un artista”, quest’anno rinfrescata dalla diffusione dei relativi cataloghi non in formato cartaceo ma attraverso QR Code – cosa che fa molto “figo”, certo, ma che indubbiamente risulta molto comoda e fruibile (e abbatte di parecchio i costi di stampa dei cataloghi cartacei presenti fino allo scorso anno, aspetto certamente non trascurabile!), una formula che pure questa volta mi è sembrata assolutamente intrigante e proficua per meglio focalizzare l’attenzione del visitatore sulle proposte negli stand e sui loro autori.
Ma veniamo a lei, la protagonista della MIA: beh, dunque, di fotografia interessante ne ho vista una buona quantità, di sconvolgente poco, di banale abbastanza. Mi pare che i “filoni” nei quali si sta condensando la produzione fotografica contemporanea siano sostanzialmente tre: i (diciamo così) classicisti, che continuano un percorso legato alla storia del media, con proposte spesso alquanto suggestive ma che in tema di novità apportano poco o nulla all’evoluzione del media stesso; i (diciamo così #2) minimalisti, che producono immagini sovente molto interessanti, a volte parecchio originali, e che propugnano un’idea di ricerca in qualche modo opposta al senso stesso della fotografia: ove questa nasce per riprendere tutto ciò che c’è di fronte all’obiettivo, essi invece fanno in modo che l’obiettivo catturi il meno possibile, lasciando il resto della costruzione dell’immagine allo sguardo e alla mente del suo fruitore. Filone che mi appassiona molto (anche per come intendo la fotografia quando mi ritrovo in mano la mia macchina) il cui maggior rischio, a mio modo di vedere, è il superamento del limite (sottile) tra minimalismo visivo e vuotezza (ovvero banalità) di senso. Si deve togliere dall’immagine senza togliere dal senso di essa, insomma, altrimenti si rischia appunto di non trasmettere nulla a chi l’immagine se la trova di fronte. Infine vi sono i (diciamo così #3) photoshoppatori, che possono essere tranquilli, atletici o estremisti: non serve sottolineare quanto oggi la post-produzione digitale sia utilizzata da tanti fotografi, e come con essa si possano creare immagini incredibili da scatti di partenza ordinari, e riguardo la MIA di quest’anno ho già letto sul web qualche critica per l’eccessivo utilizzo di tali tecnologie in certe opere esposte, che snaturerebbero l’essenza primaria del media fotografico trasformandolo in tutt’altro – un tutt’altro spesso fin troppo kitsch. Qui, in effetti il rischio è opposto rispetto a quello corso dai minimalisti: è di strafare, di aggiungere troppo, di sovraccaricare così tanto uno scatto di effetti speciali e colori ultravivaci (cit.!) da renderlo veramente pacchiano, allontanandolo dalla matrice artistica che comunque resta basilare.

10320302_738865662802614_3902564867595375687_n
10325230_738865852802595_1104538788392901590_n
10414442_738865496135964_1340876770820367371_n
Per ciò che ho potuto appurare, ribadisco, ho visto cose interessanti in tutti e tre i filoni, e la mia valutazione sulla fotografia contemporanea – ovvero su ciò che può e deve essere – concorda parecchio con quanto ha sostenuto al proposito Pio Tarantini: la fotografia, con tutto l’infinito potenziale creativo che la tecnologia digitale le conferisce, non può limitarsi a rifare, pur con modi e sguardi contemporanei, ciò che gli altri media artistici (la pittura in primis) hanno già fatto in passato. Deve cercare di creare qualcosa di nuovo, ovvero di apportare un linguaggio nuovo – o quanto meno non solito – alla ricerca artistica contemporanea. Ciò per dotarsi sempre più di una propria anima, di una propria identità di genere, per così dire, e tutto sommato pure per giustificare il fatto di essere stata accettata come espressione artistica primaria dal mondo dell’arte contemporanea – oltre che per propria filosofia, ovvio.
Ecco, in tal senso, lo ripeto ancora, ho visto in effetti così interessanti, seppur a volte un poco troppo simili le une alle altre. Ma certo è mi parso di vedere pure la costante e frizzante vivacità del settore, che resta comunque in incessante divenire, una sorta di (art)work in progress che si muove di continuo verso il futuro, sia tecnologicamente che “spiritualmente”, il quale offre già molto di interessante e che potrà risultare ancora più intrigante se (parere personale) saprà mantenere quella sua vivacità un po’ sbarazzina, quasi giocosa, che altre arti hanno (non di rado) perso, spesso anche per colpa di un’essenza artistica più legata al fare show più che al creare qualità autentica, nonché di un mercato divenuto troppo perversamente simile a quello finanziario.
In ogni caso un bell’evento, di certo uno dei migliori tra quelli in Italia dedicati all’arte contemporanea. Se non l’avete mai fatto visitatelo, l’edizione prossima: merita senza dubbio.

P.S.: trovate altre immagini della MIA 2014 sulla pagina facebook dell’evento, dalla quale ho tratto quelle qui sopra pubblicate.

Bentornato, Signor Conte! Mario Cresci in mostra a Bergamo, fino al 21/06

Mario Cresci è senza dubbio uno dei più importanti fotografi contemporanei italiani, da sempre impegnato in un costante studio dell’espressività fotografica nelle sue forme più esplorative, quelle che vanno oltre la mera realtà che l’obiettivo ordinariamente coglie per indagare non solo la visione ma anche la percezione, ovvero la possibilità di cogliere anche ciò che non è direttamente visibile, o che non viene “normalmente” visto. In questo modo la capacità espressiva del mezzo fotografico si amplia a dismisura, diventa per così dire pluridimensionale, trasforma la realtà fisica in una porta verso il metafisico, verso ambiti che non penseremmo propri delle possibilità fotografiche e che invece lo diventano e pienamente, cogliendo di essi forma, sostanza ed essenza, e rivelandoli allo sguardo di chi interagisce con le sue opere.

Cresci_photo
Fino al 21 Giugno prossimo è possibile conoscere (se già non lo si conosce) Mario Cresci nella personale Welcome back, Signor Conte! presso la Galleria d’Arte Elleni di Bergamo. Un evento realizzato nell’ambito di ARTDATE 2014 – “Dialogo nel Tempo”, manifestazione promossa da THE BLANK BERGAMO CONTEMPORARY ART che dal 2010 ha riunito in un unico network gli operatori dell’arte sia pubblici sia privati attivi sul territorio bergamasco, promuovendo manifestazioni ed eventi culturali per diffondere la passione per l’arte contemporanea.
Leggo dalla presentazione della mostra:
Dalla fine degli anni Sessanta ha sviluppato un complesso corpo di lavoro che varia dal disegno, alla fotografia, all’installazione. Il suo lavoro si è sempre rivolto ad una continua investigazione sulla natura del linguaggio visivo usando il mezzo fotografico come pretesto opposto al concetto di veridicità del reale.
Particolarmente suggestivi sono i lavori che documentano la Pinacoteca Carrara vuota durante i lavori di ristrutturazione iniziati nel 2008 in relazione all’imminente riapertura.
Gia’ presentati per la Mostra e la monografia Sottotraccia edizioni Galleria Elleni del 2009, curati da Luca Panaro.
La selezione dei lavori si apre con il progetto della serie Bye bye Signor Conte (2008) che mostra le tracce lasciate dai dipinti sulle pareti della Pinacoteca dell’Accademia Carrara. Approfittando dei lavori di ristrutturazione dell’edificio, Cresci documenta una quadreria inedita, colta in assenza di quelle opere che normalmente caratterizzano il luogo. I rettangoli bianchi lasciati dai quadri alterano la percezione dello spazio, creando geometrie variabili, tracce di una presenza che è indicata soltanto dai riferimenti didascalici. A seguire una serie di nove ritratti (Fuori tempo, 2008), ottenuti dall’artista avvicinando il proprio mezzo fotografico ad alcuni dipinti realizzati da maestri del passato. Una sorta di ritratto nel ritratto che provoca un interessante cortocircuito fra l’opera dipinta, l’autore che la fotografa e coloro che osservano il personaggio dopo questo mutamento visivo. E’ così che l’Autoritratto (1732) di Fra Galgario, oppure il Ritratto di gentildonna (1570) di Giovan Battista Moroni, si animano di una nuova vita assumendo un dinamismo espressivo inaspettato. A conclusione verranno presentati i lavori della serie Opus Gypsicum, un lavoro legato alla riflessione sull’Accademia. Nel 1996 a Bergamo, Cresci, allora direttore dell’Accademia Carrara, sposta una serie di calchi dalle stanze dell’Accademia al Teatro Sociale nel cuore di Bergamo Alta, li dipinge con tempera luminescente e segna il grande spazio nero con fili bianchi. La luce di Wood conferisce particolare risalto a questa installazione: bianchissimi corpi che emergono da un fondo buio con linee di forza che li uniscono, 13 fotografie ci restituiscono questo cortocircuito tra passato, classicità e contemporaneità, dialogando nel tempo.

Una mostra estremamente interessante, inutile rimarcarlo.
Cliccate sull’immagine dell’allestimento per saperne di più e per visitare il sito web della Galleria Elleni, oppure cliccate QUI per visitare la pagina facebook della galleria stessa, nella quale peraltro troverete molte altre immagini della mostra.

“Scrittori. Grandi autori visti da grandi fotografi”. Quando la fotografia narra la letteratura, e i suoi protagonisti.

E’ un libro in circolazione già da qualche tempo, ma l’incontro che offre nelle sue pagine tra due arti così popolari – letteratura e fotografia – è quanto mai intenso e illuminante, oltre che certamente atemporale – visti anche i nomi che ne sono protagonisti. Scrittori. Grandi autori visti da grandi fotografi, edito sul finire dello scorso anno da Contrasto, fissa negli scatti di alcuni grandi maestri della fotografia altrettanti grandi personaggi della letteratura del Novecento fino ai giorni nostri: ovvero permette di osservare con lo sguardo penetrante che l’obiettivo sa conseguire quegli individui solitamente impegnati nell’azione contraria, cioè nell’osservazione del mondo dalla quale trarre gli spunti per le proprie storie. Questa volta, appunto, la contro-narrazione è affidata all’immagine Scrittori_copfotografica, e alla capacità del fotografo di cogliere simili spunti visivi attraverso i quali la storia di cui lo scrittore è protagonista diventi ben leggibile e affascinante.
Scrive Goffredo Fofi (curatore principale dell’opera e autore della scelta dei 250 ritratti inclusi in essa) nella presentazione del libro:“Per Henri Cartier-Bresson ritrarre uno scrittore significa cogliere del soggetto che ha davanti il silenzio interiore, tradurre in fotografia “la personalità e non un’espressione”. Per altri, ritrarre un grande scrittore può voler dire riprendere un amico in una pausa di una battuta di caccia (Robert Capa con Ernest Hemigway) o al contrario, cogliere l’essenza trasgressiva di un giovane talento o la malinconia di un grande vecchio (Richard Avedon con Truman Capote e con W.H. Auden). In ogni caso, è sempre il risultato di un’alchimia complessa e affascinante in cui giocano attrazione, curiosità, capacità di introspezione psicologica, possibili affinità esistenziali.
Per ogni ritratto, intenso, penetrante, spesso celebre o magari insolito, i testi relativi (i cui autori sono Maria Baiocchi, Guia Boni, Goffredo Fofi, Alessandra Mauro, Carlo Mazza Galanti, Isabella Pedicini, Alessia Tagliaventi, Anna Tagliavini) spiegano i perché della scelta, ricordano alcuni capolavori che hanno reso lo scrittore immortale e, quando possibile, raccontano la storia dell’immagine, di quell’incontro unico e irripetibile che è, appunto, il ritratto.
Nei casi più belli,” continua Fofi nella presentazione, “è accaduto che gli scrittori – ma non solo loro, è ovvio – abbiano scoperto qualcosa di sé che ignoravano, o su cui non avevano abbastanza riflettuto, nell’immagine che di loro ha dato un fotografo che sapeva vedere. Per questo, molte delle fotografie del volume ci permettono di capire meglio e di più non solo chi era uno scrittore che ci è caro (o che detestiamo, perché no?) ma anche la misura delle sue opere, quanto dei suoi rovelli vi si è trasferito. Quanti grandi scrittori – o scrittori che hanno lasciato il segno! E quanti grandi fotografi – che hanno saputo guardarli, capirli, e consegnarli alla storia o, più semplicemente, alla nostra curiosità e al nostro ricordo.
Un’opera molto interessante, che mette bene in luce in modo diretto ed eloquente quanto attigue siano (oggi ancora di più) letteratura e fotografia, e quanto inopinatamente simile possa essere la narrazione della realtà fatta da parole ovvero da immagini. Senza dimenticare che la grandezza degli autori ritratti non è nell’immagine stessa, ma resta sempre in ciò che sono stati capaci di fare (e scrivere), allo stesso modo per cui la bellezza degli scatti non è in chi li ha fatti o in cosa ritraggono, ma in ciò che sanno raccontare; e solo se dall’incontro tra letteratura e fotografia (o tra qualsiasi altra arte) la forza narrativa di entrambe si somma e si acuisce il risultato ottenuto sarà buono e interessante, e non un mero esercizio (auto)referenziale. Come invece sovente accade.

Cliccate sulla copertina del libro per visitare il sito web di Contrastobooks e saperne di più.

P.S.: nella foto in testa all’articolo: Italo Calvino, Roma, 1984; immagine di Gianni Giansanti. Cliccando QUI potete vedere, dal sito di Panorama, una piccola galleria di immagini tratte dal libro.

The Lightness… soon!

Lightness: luminosità, illuminazione, ma anche leggerezza, levità.
Non occorre aggiungere altro, quando l’impressione vivida è che la Terra si sia congiunta al cielo nella stessa evanescenza, luminosa e leggera, come per un inopinato prodigio di luce.
Non si ha da far nulla se non lasciarsi avvolgere in esso, per goderne tutta la bellezza, luminosa e leggera.

Lightness_1
The Lightness Series: una nuova serie fotografica a breve sul mio blog lucarotaimages.wordpress nonché più avanti, molto probabilmente, anche live
Per ora un’anteprima, qui sopra: Lightness #1.

Licenza Creative Commons
Lightness Series è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.