Radio Alice, la storia di chi ha fatto la storia

(Quella che potete leggere qui sotto è la trascrizione di una delle tante presentazioni di “Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre”, tenute dallo scrivente nelle scorse settimane un po’ ovunque sul globo terracqueo.
Beh… quasi ovunque, ecco.
Per saperne di più sul libro, andate in fondo all’articolo e cliccate sull’immagine…)

Vorrei cominciare la presentazione di questo libro da lontano, anche per farvi capire quante cose la protagonista del libro ci sappia narrare…
1865: esce il libro di un diacono e matematico inglese che parla di una bambina curiosissima di scoprire un mondo sconosciuto e meraviglioso, un libro destinato a diventare un classico della letteratura: Alice nel paese delle meraviglie, che oltre ad essere un capolavoro linguistico, è anche metafora della possibilità di cambiare il mondo e di dare potere alla fantasia… Un libro dove il termine più presente nel testo è proprio curioso, non a caso.
Qualche decennio più avanti, ora. Primi del Novecento: in Russia Vladimir Majakovskij, poeta e drammaturgo, con accezione simile a quella scaturita dal Futurismo ritiene che l’arte debba essere messa al servizio della rivoluzione bolscevica al fine di eliminare ogni “vecchiume” artistico e letterario del passato, sostenendo la necessità di una propaganda creativa – poetica o quant’altro – che capovolgesse i valori sentimentali e ideologici del passato stesso per adattarli alle nuove istanze generate dalla Rivoluzione. Morì suicida nel 1930, demoralizzato dalla campagna condotta contro di lui dalla critica di partito.
Un altro passo avanti: anni ’20 del Novecento, nascono il movimento Dada e il Surrealismo. Esponente di quest’ultimo è Antonin Artaud, che propugna l’idea di un’arte totale nella quale confluiscano sullo stesso piano tutte le forme di linguaggio, fondendo gesto, movimento, luce, parola.
Poi vengono Baudrillard, tra i primi a capire che l’effetto della comunicazione sulla società dipende anche dal mezzo tecnologico con cui viene diffusa, McLuhan con la sua celebre teoria “il medium è il messaggio” e insieme Duchamp con la sua arte che è tale, ovvero diventa tale, solo se e quando viene dotata di un messaggio da trasmettere, quindi Gilles Deleuze e Felix Guattari con L’Antiedipo nel quale viene evidenziato il legame psicanalitico e sociologico esistente tra desideri sociali e potere.
E poi viene un decennio fondamentale nella storia del nostro paese, quello racchiuso tra il maggio del ’68, con i movimenti di contestazione socio-politica ben noti, e il maggio del ’78, quando viene ucciso Aldo Moro. Dieci anni che, appunto risultano fondamentali nel bene e nel male per il presente contemporaneo in quanto è proprio lì che nasce, che si determina, che il nostro presente forma la sua struttura, stabilisce i suoi valori, identifica gli ambiti politici, sociali e culturali che ancora oggi formano la realtà contemporanea in cui viviamo. Il Sessantotto ridà voce alla gente comune, prima sostanzialmente esclusa dal sistema di potere democratico istituzionale e svincola l’attivismo politico dalle classiche formazioni partitiche. Si avvia una stagione di rivendicazioni che la società trova finalmente la forza di reclamare – si pensi solo a quelle più note, al divorzio, al diritto all’aborto… – di contro, in politica, comincia a venir meno l’egemonia della DC, il PCI a sua volta comincia la propria crisi d’identità, si mette in atto il “compromesso storico”… – tutte cose che, noterete, oggi sono giunte a compimento e caratterizzano la realtà italiana contemporanea. Ma anche in altri campi, ad esempio quello tecnologico, si progettano e realizzano applicazioni tecnologiche che poi diventeranno di massa: nasce Arpanet, cioè la mamma di Internet, si inviano le prime mail, nasce il videotape, l’audiocassetta, la fotocopiatrice diventa d’uso comune, nascono i cellulari – e, per dirne un’altra, nel 1976, viene fondata in America da tre semplici tecnici elettronici allora piuttosto squattrinati una società destinata a rivoluzionare il mondo dell’informatica, che verrà denominata Apple.
Nel 1974, dunque più o meno a metà di questo decennio, in Italia succede pure che la Corte Costituzionale abolisce il monopolio RAI sulla comunicazione – perché prima di allora solo la RAI godeva del diritto di trasmettere al pubblico immagini televisive o trasmissioni radio. Ciò fa nascere le prime radio libere, e Bologna è – come accaduto per altre cose – l’avanguardia di questa evoluzione: “Radio Bologna per l’accesso pubblico” è il primo tentativo, ancora pirata, di creare un mezzo di comunicazione aperto alla gente comune. Perché, appunto, una delle cose fondamentali che questo nuovo mezzo di comunicazione libero consente è proprio la libertà di comunicazione virtualmente offerta a chiunque, proprio a seguito e in evoluzione alle istanze scaturite con il Sessantotto.
Nel 1974, sempre a Bologna, si mette all’opera anche un piccolo gruppo di creativi, che proprio in tema di possibilità comunicative libere e, dunque, di attivismo politico e sociale correlabile, si mettono a pensare a come creare un mezzo di comunicazione che possa efficacemente sfruttare queste nuove possibilità e, al contempo, possa proporre un nuovo tipo di comunicazione, che non sia quella istituzionalizzata e ideologicizzata scaturita dal Sessantotto, non quella rinchiusa in spazi pur autonomi ma comunque limitati e controllati, ma che veramente possa rivoluzionare la possibilità di comunicare, in senso pratico ma pure in senso creativo. Così nasce Radio Alice: Alice proprio come la ragazzina curiosa e desiderosa di cambiare il mondo con la forza della fantasia di Lewis Carroll, proprio con l’intento che Majakovskij aveva indicato ovvero di tentare di rivoluzionare il mondo con gli strumenti dell’arti e della creatività più che con quelli dell’azione politica, la quale invariabilmente finiva per essere regimentata dal sistema istituzionale. Un’arte, ovvero l’arte di fare radio in modo totalmente nuovo, che potesse comprendere qualsiasi cosa – come propugnava Artaud con la sua arte totale – , perché qualsiasi cosa può diventare arte ovvero qualsiasi cosa ha diritto di essere trasmessa per radio – come fece capire Duchamp… E così via.
Una radio totalmente rivoluzionaria e totalmente innovatrice – vorrei dirvi proprio perché ho voluto utilizzare questo termine nel titolo: non “la radio più libera e nuova” ma innovatrice cioè capace di proporre attivamente un nuovo modo di fare radio, di fare comunicazione e informazione, di dare voce a chiunque richiedesse il diritto di dire qualcosa. Un moto d’azione, insomma, qualcosa che non innovava staticamente, che inventava qualcosa di nuovo e lo lasciava lì, fermo in attesa di chissà che, ma che forniva a chiunque una via da seguire, un nuovo strumento filosofico, teorico e pratico da utilizzare, talmente rivoluzionario da far diventare di colpo superato qualsiasi altro esistente.
Una rivoluzione in forma radiofonica, insomma, che – leggo una definizione molto adatta al caso – “costituisce anzitutto un approccio filosofico alla rete di relazioni che connota la dimensione sociale, della condivisione, dell’autorialità rispetto alla mera fruizione: sebbene dal punto di vista tecnologico molti strumenti utilizzati in questo approccio possano apparire invariati, è proprio la modalità di utilizzo ad aprire nuovi scenari fondati sulla compresenza dell’utente nella possibilità di fruire e di creare/modificare i contenuti.» Ecco: questa ve la sto spacciando come una definizione della rivoluzione del linguaggio e della comunicazione di Radio Alice – si parla di dimensione sociale e dunque di relative istanze, di condivisione delle informazioni, di interazione piuttosto che di mera fruizione, e di modalità per ottenere tutto ciò… in realtà è una definizione di “social network” che si può trovare sul web. Capite ora la portata della rivoluzione di Radio Alice, che nel titolo di un capitolo del libro definisco “la social radio”… Con la sua innovazione del linguaggio, con la scelta precisa di “dare voce a chi non ha voce” e dunque di dare la possibilità a chiunque di parlare, dire, comunicare – anche con “invenzioni” che oggi ci appaiono cosa ovvia e normale ma che 40 anni fa erano realmente rivoluzionarie, come il fatto di mandare in diretta le telefonate degli ascoltatori senza alcun filtro – con la prerogativa di essere una sorta di server per chiunque volesse interagire con la radio stessa, con gli ascoltatori e con l’ambiente – ovvero la stessa città di Bologna – in cui la radio veniva ascoltata, con l’essere l’efficacissimo esempio pratico di quanto dicevano Baudrillard e McLuhan, ovvero che il messaggio prende forza anche e soprattutto grazie al mezzo che lo trasmette – ovvero, di contro: più acquisisce valore il mezzo, più acquisisce valore il messaggio trasmesso da quel mezzo, ed essendo Radio Alice un qualcosa di rivoluzionario, gli stessi messaggi trasmessi diventavano rivoluzionari… – ecco, con tutte queste cose, si può tranquillamente affermare che Radio Alice non solo ha rivoluzionato il modo di fare informazione e comunicazione di allora, ma ha praticamente profetizzato il web, i social network e i sistemi open source, ovvero quelli offerti a beneficio di chiunque li voglia utilizzare e sviluppare.
E scusate se è poco – in realtà è, veramente, qualcosa di fenomenale e unico. Qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima.
Per tutto questo, e per moltissimo altro, credo proprio di poter affermare che, in Alice, la voce di chi non ha voce, non ho solo narrato una storia, spero nel miglior modo possibile, ma di raccontare la storia di una radio (e dei suoi creatori) che ha fatto la storia.

Copertine_Radio-AliceLuca Rota
Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre.
Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2016
ISBN 9788867932214
Pag.100, € 10,00

In tutte le librerie e sul web
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“Racconti dal Lago”, la nuova raccolta di Historica dedicata al Lago di Como

Domenica prossima 8 maggio, alle ore 11.00, nell’ambito di Piccoli Editori in Fiera – la rassegna dedicata all’editoria indipendente che si svolge a Bellano, sulle rive del Lago di Como – verrà presentata per la prima volta in pubblico Racconti dal Lago, la raccolta che è il frutto dell’omonimo concorso letterario organizzato da Historica Edizioni (che ovviamente ne è l’editrice) in collaborazione con Cultora, il portale italiano di informazione culturale, e della quale ho avuto l’onore di essere il curatore.
Su Racconti dal Lago, e sul lavoro di curatela che ho compiuto – del quale fa parte il piacere derivante dalla lettura dei venti racconti scelti e la relativa meditazione sulle storie, le narrazioni e le invenzioni letterarie in essi presentate – ho voluto mettere nero su bianco alcune personali considerazioni: ve le propongo nel testo a seguire, il quale mi auguro sia non solo una buona e intrigante presentazione della raccolta e dei suoi contenuti letterari, ma anche una riflessione più ampia e generale (ma non meno intensa e approfondita) sul rapporto che può intercorrere tra un ambito naturale così peculiare, come quello del Lago di Como, il suo genius loci e le genti che ne abitano le rive e le terre limitrofe. Un rapporto per certi aspetti speciale, indagando il quale risulta ancor più piacevole, densa e intrigante la lettura dei racconti.

doppia-cop-ombra-racconti-lagoIntroduzione – tre parole significative

Nella lettura dei racconti scelti poi per formare questa bellissima e molto intensa raccolta di Historica Edizioni, mi sono ritrovato non solo a giudicare la qualità letteraria degli stessi, ma ho cercato pure di coglierne gli elementi di fondo, per così dire, quelli che dei racconti formano non tanto la mera struttura sintattica, espressiva e narrativa quanto quella più profondamente culturale – e intendo con ciò riferirmi all’identità elementale dei testi più legata alla cultura stessa del territorio del Lago di Como e alla sua gente, della quale gli autori qui presenti sono un campione del tutto autorevole proprio perché in grado di raccontare e di raccontarsi – raccontare una storia per raccontare anche un mondo, quello dove vivono cioè quello che rendono vivo con la loro presenza vitale quotidiana.
Tra le tante impressioni in tal senso, ritengo di poter compendiare buona parte di esse in tre parole – o elementi o fattori o entità… insomma, fate voi – che mi sembrano più di altre significative e rappresentative dei testi che compongono la raccolta. Tre parole all’apparenza banali o forse pure ovvie, ma che credo lo siano molto meno di quanto si creda e, anzi, che nella loro semplicità apparente celino in verità molti e variegati significati assolutamente profondi e intriganti, che di seguito vi voglio raccontare dacché costituiscono importanti valori aggiunti alla qualità letteraria dei testi presenti in Racconti del lago.
Le tre parole sono: lago, malinconia, amore.

Lago

Se oggi i laghi, in qualità di elementi del paesaggio naturale e della relativa idromorfologia, assumono soprattutto una valenza estetica e di rimando culturale, dunque sostanzialmente positiva e legata alle più piacevoli emozioni e sensazioni, secondo certe antiche raffigurazioni simboliche i laghi erano visti come palazzi sotterranei di diamante o di cristallo da dove emergevano fate, streghe, ninfe e sirene, creature che sovente attiravano gli uomini verso la morte. Assumevano dunque la temibile valenza di paradisi illusori e rappresentavano creazioni dell’esaltazione dell’immaginazione[1]. Immaginazione, dunque fantasia, ovvero creatività: una contiguità di termini niente affatto casuale, e il volume che sto presentando ne è una prova piuttosto lampante, direi.
Ma al di là dell’interpretazione simbolica più antica del “lago” in qualità di elemento naturale, che peraltro verrà utile a breve, è interessante notare in che modo il lago – di Como, ora – ovvero con quale parte da protagonista, entri nei racconti che compongono la raccolta. Perché sì, il lago è un protagonista dei testi presenti nel volume ed è inevitabile che sia così, ma la sua presenza non è affatto solo scenografica oppure meramente ispirante in senso ambientale ed emozionale. Leggendo i racconti, più volte sono tornato alle considerazione che sugli elementi naturali, e sul bosco in particolare – “entità” sotto molti aspetti paragonabile al lago -, si possono fare nel leggere e studiare una produzione letteraria contemporanea che personalmente ritengo tra le più interessanti e particolari, quella della Scandinavia. In essa la Natura e il bosco, appunto, sono veri e propri personaggi che entrano nelle narrazioni non solo e non semplicemente come sfondi delle stesse ma né più né meno come attori, elementi realmente attivi, presenze che influenzano i protagonisti umani, ne caratterizzano gli spiriti, ne influenzano le azioni e plasmano i caratteri anche se, gioco forza, in maniera mediata. La loro presenza, così evidente e per certi versi ingombrante, così ineluttabile e dinamica sia in senso spirituale e metafisico che pratico, contribuisce al carattere generale delle storie narrate, che indubbiamente senza di essa avrebbero tutt’altra valenza, letteraria e non solo.
Ecco, ho trovato che per i racconti presenti nella raccolta possono valere le stesse considerazioni: il Lago di Como non fa da semplice scenografia, pur bellissima, spettacolare, romantica, intensa, alle storie narrate ma è spesso un personaggio attivo in esse, una specie di attore non protagonista – o dal protagonismo “mediato” – la cui presenza è tuttavia fondamentale per il senso e la profondità narrativa di esse, oltre che per le potenziali peculiarità emozionali scaturenti.
Trovo molto interessante e significativa questa impressione, perché denota un legame di natura antropologica, oltre che meramente estetica e culturale, del lago con le genti che vivono in sua prossimità. Anzi: seppur la bellezza del lago sia sempre e comunque presente in chiunque, che sia abitante sulle sue rive o forestiero in visita e in transito lungo le sue sponde, mi viene da pensare che proprio l’abitudine a tale bellezza da parte di chi abita in zona agevoli la riscoperta, magari anche solo in modo inconscio, di quel legame antropologico con l’entità lacustre, col suo peculiare genius loci. Una sorta di imprimatur metagenetico nell’animo e nell’io più profondo e autentico delle persone – dei laghée, come vengono definiti nel dialetto locale coloro che abitano sulle rive del Lago di Como – che ne determina poco o tanto la vita e l’esistenza quotidiana oltre che i pensieri, la fantasia, la creatività (sia essa artistica o d’altra specie). Anche nel caso in cui essi stessi non se ne rendano nemmeno conto, come ribadisco; ma credo che, in buona parte dei casi, questa influenza sappia rendersi ben percepibile, determinando la relativa consapevolezza.

Malinconia

Fermi tutti, preciso subito! Non dovete intendere la parola “malinconia” nel suo senso originario, quello che trae origine dal greco melancholía, composto di mélas, mélanos (“nero”), e cholé (“bile”), quindi “bile nera”[2] – una delle condizioni umane più tristi in assoluto, insomma!
In verità uso tale termine ma ho riflettuto molto su quale fosse più consono utilizzare riguardo ciò che vi dirò a breve. Probabilmente sarebbe un po’ più adatto il termine struggimento inteso come traduzione italiana del più letterario Sehnsucht[3], ma a sua volta ha una connotazione fin troppo cupa, oppure il “baudelaireano” spleen[4], pure non poco tetro a meno che lo si intenda come lo stesso Baudelaire lo volle intendere non tanto nei celeberrimi I Fiori del male[5] quanto in Lo spleen di Parigi[6], ovvero: «Con più libertà, molti più dettagli, e molta più satira»[7] – con meno tetraggine e più leggerezza, in pratica.
A dire il vero quanto vorrei intendere io si trova per certi versi a metà di tutto ciò e, ribadisco, su un versante ben più luminoso che oscuro. Ma al di là del termine più corretto per compendiarne il senso, certamente in tutti i racconti, anche in quelli più allegri, divertenti, leggeri, mi è parso di cogliere almeno un pizzico di questo “stato d’animo” – o di pensiero, o di spirito – pseudo-malinconico, come una sorta di costante percezione anche del lato in ombra di tutte le cose, oltre che di quello in luce e più piacevole, più gradevole e proficuo.
Un’impressione che, a ben vedere, ritrovo nella sostanza del concetto in un passo sul Lago di Como scritto da Hermann Hesse:
Non ho mai saputo amare veramente questo lago, forse addirittura troppo bello e scintillante, e che troppo volentieri si prodiga per esibire la propria ricchezza, mancandogli invece la cosa più bella che un lago possa avere: una sponda dolce e ampia. I monti si ergono con aria inquietante e scendono giù spietatamente, in alto selvaggi e brulli, in basso sovraccarichi di paesi, giardini, residenze estive e locande: tutto qui è rigoglioso, è una realtà di vivido splendore, è tutto uno squillare e scintillare di magnificenza e opulenza; non è rimasto un solo angolo per il sogno e l’immaginazione, non una palude coperta di canne o un pascolo addormentato, non un umido prato rivierasco o una seducente macchia di vegetazione selvaggia.
Tuttavia anche questa volta l’intensa bellezza esercitò la sua potente attrazione su di me con il romanticismo rupestre di borghi erti, la fierezza rigorosa delle ville aristocratiche con giardini, parchi e porticcioli, l’amena coesistenza di terreni e costruzioni.[8]
Una inquietudine – o struggimento, appunto – che si genera dalla visione del paesaggio lacustre, in parte troppo spietato e in parte così esageratamente opulento e rigoglioso da risultare impossibile da “comprendere” totalmente negli occhi e nel cuore, al punto da tarpare qualsiasi ulteriore immaginazione riguardo esso, e che da quella visione paesaggistica sembra derivare pure una similare inquietudine d’animo e di spirito – che però nulla può, lo precisa subito Hesse, nell’impedirgli (ovvero impedire a chi come lui si ritrovi al cospetto del Lago di Como e del suo paesaggio, sia un residente o un viaggiatore) l’attrazione verso la sua romantica bellezza.
L’autore che dunque si ritrovi a scrivere, raccontare, narrare del e sul Lago di Como non potrà dunque non lasciar fluire nel proprio scritto entrambi questi stati d’animo, ed è infatti quanto posso riscontrare nei racconti di questa raccolta, ma con una differenza non da poco rispetto a quanto asserito da Hermann Hesse: gli autori di Racconti dal lago, forse proprio perché fatti della stessa sostanza del loro bacino lacustre ovvero discepoli dello stesso genius loci ancestrale, sanno ben superare quel limite al sogno e all’immaginazione riscontrato dal celebre scrittore tedesco[9] per inventare e narrare nuove storie, le quali tuttavia, andando oltre il suddetto limite, non possono non portarsi appresso un poco (o un tanto) di ciò che spiritualmente lo determina, quel leggero eppur concreto struggimento che rende le narrazioni mai superficiali, mai leggere o futili e invece sempre piene, dense di emozionalità, ben distese lungo un ampio spettro di sensazioni, sensi e percezioni, dalle più intime e sfuggenti alle più aperte e partecipate.
Nulla di triste e oscuro insomma, lo ribadisco di nuovo, ma un’espressività letteraria e  narrativa completa e intensa, fatta per restare oltre la lettura, oltre le mere parole che la compongono, per lasciare una traccia evidente e altrettanto densa nell’animo dello stesso lettore.

Amore

Anche in questo caso, siamo lontanissimi da qualsivoglia concezione sdolcinata e superficialmente romantica del termine “amore”, che non a caso – volendo tornare ai più antichi simbolismi dai quali peraltro derivano tutte le accezioni moderne delle cose del nostro mondo – faceva riferimento a nozioni tutt’altro che sdolcinate! Basti pensare solo alla cosmogonia orfica, che racconta della genesi di Amore dalle tenebre notturne, che partoriscono un uovo dal quale, appunto, esce Amore, mentre le due metà spezzate del guscio formano la Terra e il cielo: un elemento, dunque, che non rimanda al mero piacere legato all’innamoramento (concetto che si legherà al termine solo dopo, questo) ma che rappresenta e assicura la coesione interna del Cosmo[10]. D’altro canto, Platone lega pure in modo indissolubile il concetto di amore a quello di bellezza, sia nel senso di bellezza sensibile che di bellezza della sapienza, considerata il più alto possibile.[11]
Insomma, per non farla troppo lunga e “professorale”: c’è molto “amore”, nei racconti presenti nella raccolta, ma quasi sempre è un amore “alto”, scevro da mere e dozzinali passionalità le quali, quando vi siano, sono sempre in qualche modo meditate e afferenti ad un concetto di amore che mi viene da riportare a quelli “aulici” sopra citati.
Credo, anche in tal caso, che il lago c’entri molto. E c’entri in modo diverso, e appunto più profondo nonché aulico, rispetto a quanto verrebbe facilmente – e in fondo non erroneamente – da pensare circa la carica romantica (nel senso più ovvio del termine), sentimentale e languida del paesaggio lacustre verso gli “innamorati”, o i potenziali tali (e quelli a loro affini). In qualche modo il lago rende l’amore vissuto sulle sue rive un qualcosa di meno banale del solito e più intenso, più intimo, più spirituale – senza contare che, inutile dirlo, non è “amore” solo quello legato alla passione amorosa che può nascere in due persone vicendevolmente attratte, dacché l’amore vive in forme e sostanze molteplici che in certi casi tornano direttamente a riferirsi a quell’antico concetto orfico di coesioni cosmica, nel quale vi si possono comprendere infinite cose ed elementi.
È un po’ come se il lago con la sua vitalità – i venti, il moto delle onde, le correnti, lo sciabordio continuo dell’acqua sulle rive… – mantenesse in costante movimento anche il sentimento amoroso che si vive sulle sponde stesse, lo tenesse sempre fremente e vivace e ciò nel bene ma pure nel male, nei suoi aspetti più perturbanti e agitanti. Il paesaggio lacustre anima e influenza l’amore, insomma, lo porta oltre qualsivoglia banalità e ovvietà, lo rende specchio di quello stesso sentimento che provano le persone di fronte alla sua bellezza, che può essere di totale ammirazione e venerazione nei momenti più placidi ma anche di sgomenta meraviglia, se non di attraente inquietudine, quando le acque si gonfiano di onde violente che sferzano le rive e i venti soffiano impetuosi e irati contro tutto e tutti – anche in tali situazioni agitate, ribadisco, non ci si può non fare attrarre dalla bellezza inquieta e turbante del lago, esattamente come a volte l’amore genera passioni verso persone – o verso circostanze – per le quali saranno più sofferenza e tormento ad esserne peculiarità, piuttosto di felicità, beatitudine e piacere.

Per concludere

Ecco: lago, malinconia, amore. Certo, potrebbero essere ben di più le parole emblematiche e significanti per i testi di Racconti dal lago, e mi auguro che sia effettivamente così, che tante altre parole potranno scaturire nella mente e nell’animo di chi leggerà la raccolta – così come, ugualmente, siano ulteriori e differenti le impressioni che ciascun lettore potrà ricavare dal volume e dai suoi testi. Perché il lago è un piccolo/grande universo ricolmo di infinite cose, in primis della storia della sua gente e delle storie che la sua gente può ricordare, pensare, inventare, elaborare e dunque narrare. Finché ciò accadrà, finché la gente potrà e saprà raccontare, anche il lago raccontare infinite storie. In fondo, un po’ come Walter Bonatti (il quale guarda caso abitava in vista del Lario, alle porte della Valtellina) diceva delle montagne, lo stesso si può dire del lago: che non sarà mai soltanto un mero specchio d’acqua finché gli uomini lo vivranno – sulle acque e sulle rive – e lo sentiranno parte di sé stessi.

Note

[1] Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dizionario dei Simboli, BUR, 1a ediz. 1986.
[2] Ottorino Pianigiani, Vocabolario Etimologico della lingua italiana, voce “Melanconia”.
[3] Parola-chiave dello spirito romantico tedesco ottocentesco, derivante dall’antico alto tedesco Sensuht, con significato di “malattia del doloroso bramare”.
[4] Altro termine assai in uso nel decadentismo dell’Ottocento – ma esistente già nello stesso Romanticismo – e reso celeberrimo da Baudelaire, il cui concetto viene direttamente dall’antica medicina ellenica degli umori. Deriva dal greco splēn; in inglese significa “milza”.
[5] Charles Baudelaire, I fiori del male, 1a ediz. 1857 (orig. Les Fleurs du mal).
[6] Charles Baudelaire, Lo spleen di Parigi. Piccoli poemi in prosa, 1a ediz. 1869 (orig. Petits poèmes en prose. Le spleen de Paris).
[7] Charles Baudelaire, Lettera a Troubat, Parigi, 1866.
[8] Hermann Hesse, Vedere l’Italia, Guanda, Parma, 1995.
[9] Il quale peraltro, non bisogna dimenticarlo, visse a lungo e morì a Montagnola, sopra il Lago di Lugano, dunque in pratica nello stesso paesaggio naturale che accomuna il bacino lacustre svizzero con il vicino Lario.
[10] Pierre Grimal, Dictionnaire de la mythologie grecque et romaine, 3a ediz. Parigi, 1963. Citato in Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dizionario dei Simboli, op.cit.
[11] Nicola Abbagnano, Dizionario di filosofia, 1a ediz. UTET 1971.

P.S.: potete scaricare la versione pdf di questo articolo qui.

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 13a puntata della stagione 2015/2016 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, 18 aprile duemila16, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #13 dell’anno XII di RADIO THULE intitolata: “Alice, la voce di chi non ha voce” e con ospite in studio Luca Rota – sì, proprio lo scrivente!
Vi spiego: nel febbraio del 1976 – esattamente la mattina del 9 – comincia le sue trasmissioni da Bologna quella che diventerà una delle prime e più note – se non leggendarie – radio libere d’Italia: Radio Alice. In poco più di un anno di vita (che finirà in modo violento con la chiusura per mano della Polizia che, erroneamente, la crederà coinvolta negli scontri in corso nel marzo 1977 a Bologna tra autonomi e Forze dell’Ordine) Radio Alice rivoluzionerà completamente il modo di fare comunicazione, facendo della controinformazione, della poesia, della creatività e della libertà i suoi inamovibili pilastri. Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre è il libro che ho scritto per Senso Inverso Edizioni (ecco spiegata la mia autoospitata!) e che racconta la storia, l’avventura, la rivoluzione e il retaggio contemporaneo di un’emittente antesignana di quel modo di fare informazione che ai giorni nostri, con il web e i social network, ci appare del tutto normale. Una radio che, a quarant’anni dalla sua fine, ha ancora molto da rivelare e insegnare – come vi racconterò in questa puntata.

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com (64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
http://myradiostream.com/rciradio (128 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus).
– Player Android: Google Play

Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Così (Radio) Alice “inventò” l’open source…

virgoletteRipensando a quanto hai e avete fatto con Radio Alice… non ti chiedo se rifareste tutto quanto perché sono certo sia una domanda retorica, ma c’è qualcosa che potevate e dovevate fare meglio, o che non avete fatto e volevate fare, oppure qualcosa che avete fatto e, con il senno di poi, non dovevate fare?
«Singole cose oggi, col senno di poi, probabilmente le farei in modo diverso rispetto a come le mettemmo in atto allora. Ad esempio, mi attrezzerei per registrare e creare una memoria di tutto quello che andrebbe in onda, ovvero per avere la possibilità di replicare i contenuti prodotti e farli sopravvivere. Al di la di queste singole cose, tuttavia, oggi come allora rimetterei in pratica uno dei concetti fondamentali che fu della radio, ovvero la scelta di non essere proprietari di un’idea, di un modello o invenzione che dir si voglia. Tutto ciò che facevamo era a disposizione di chiunque, e chiunque ne poteva fare ciò che voleva.»
Si può dire che avete inventato l’open source, in pratica.
«Sì, è così. Lo abbiamo inventato coscientemente, con consapevole logica e, ribadisco, ancora oggi questo concetto non lo cambierei di una virgola. Noi con Alice abbiamo veramente creato un essere vivente, che in quanto tale non si può “possedere” e che vive una sua vita con la quale ogni cosa può e deve interagire. Ci tengo molto a questa cosa.»

(Dall’intervista-chiacchierata-confessione con Valerio Minnella, uno dei padri di Radio Alice, ospitata nel mio ultimo libro Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre. Cliccate sulle immagini della copertina, qui sotto, per saperne di più.)

Copertine_Radio-AliceLuca Rota
Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre.
Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2016
ISBN 9788867932214
Pag.100, € 10,00

In tutte le librerie e sul web

“Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre”, in tutte le librerie e sul web!

Copertine_Radio-AliceE’ uscito e disponibile in tutte le librerie e sul web Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre, il mio nuovo libro pubblicato da Senso Inverso Edizioni nella collana ItaliaNascosta.

Alice, la voce di chi non ha voce esce – non a caso, ovviamente – a quarant’anni esatti dalla prima trasmissione (il 9 febbraio 1976 dai propri studi di Bologna) di quella che è stata la più libera, rivoluzionaria e innovativa – nonché leggendaria, per molti aspetti – tra le radio “libere” d’Italia e non solo: Radio Alice. Tuttavia non una semplice radio, non solo una delle prime emittenti nate dopo la liberalizzazione delle frequenze radiotelevisive dal pubblico monopolio RAI (e per questo di lì a breve definite anche private) e non soltanto un’esperienza comunicativa giovanile. No, una vera e propria rivoluzione, appunto, ovvero l’invenzione, la creazione di un nuovo modo di fare comunicazione e informazione, così innovativo e innovatore da divenire tanto amato dalla gente comune quanto odiato e avversato dalle istituzioni, incapaci di concepire una tale manifestazione di libertà comunicativa sfuggente a qualsiasi controllo superiore. Il tutto, in un periodo della storia recente d’Italia assai complesso e problematico, ma d’altro canto fondamentale – nel senso più pieno del termine – per le vicende degli anni successivi, fino ai giorni nostri.
Radio Alice fu l’emittente del Movimento del ’77 bolognese, tra i più attivi ed emblematici di quegli anni, ma soprattutto fu la voce di chi non aveva voce (come recitava il motto dell’emittente, che è stato reso titolo immediatamente significativo per il libro), ovvero di chiunque non vedesse riconosciuto il diritto di opinione e di parola da parte del sistema istituzionale – politico, sociale e non solo.

Partorita da un gruppo di creativi geniali – magari senza nemmeno saperlo di essere tali, ma di sicuro capaci di intuire genialmente ciò che mai prima nessuno aveva nemmeno immaginato – Radio Alice sconvolse e trasformò il linguaggio della comunicazione mediatica, con modalità del tutto nuove e sorprendentemente anticipatrici dell’attuale web 2.0 e dell’universo dei social network. Per tale motivo, ancora dopo 40 anni, la voce e l’esperienza di Radio Alice, con la sua storia così emblematica e tribolata, sanno ancora raccontare, rivelare, insegnare, illuminare moltissimo, sia in senso teorico che pratico ovvero – mi piace dire – sia in senso spirituale che culturale e formativo, a dimostrazione di una rivoluzione che, sotto certi aspetti, è ancora in corso e può essere tutt’oggi rilevata, studiata, conosciuta e apprezzata. Anzi, deve essere conosciuta e apprezzata.

In fondo, questi sono anche i motivi principali per i quali è nato Alice, la voce di chi non ha voce, un libro che vi racconterà con dovizia di particolari la storia, l’avventura, l’entusiasmo, l’energia creativa, l’utopia e la rivoluzione della radio in modo altrettanto creativo e rivoluzionario (se così posso dire, e capirete perché lo dico leggendo il libro) oltre che, mi auguro, estremamente interessante, grazie anche a testimonianze inedite (tra cui quella di Valerio Minnella, uno dei “padri” della radio) e a un corredo fotografico ricco e alquanto rappresentativo di quel periodo così intenso e ribollente, nel bene e nel male.
Molti hanno sentito parlare di Radio Alice e della sua affascinante aura leggendaria, ma pochi la conoscono veramente come merita di essere conosciuta. Spero proprio che questo mio libro possa sapervi affascinare, avvincere, entusiasmare, divertire e, magari, anche farvi meditare.

Un invito a non alzarvi stamattina, a stare a letto con qualcuno, a fabbricarvi strumenti musicali o macchine da guerra
Qui Radio Alice. Finalmente Radio Alice. Ci state ascoltando sulla frequenza di 100.6 megahertz e continuerete a sentirci a lungo, se non ci ammazza i crucchi.
Alice si è costruita una radio ma per parlare continua la sua battaglia quotidiana contro gli zombi e jabberwock. Radio Alice trasmette: musica, notizie, giardini fioriti, sproloqui, invenzioni, scoperte, ricette, oroscopi, filtri magici, amori, o bollettini di guerra, fotografie, messaggi, massaggi, bugie. Radio Alice fa parlare chi: ama le mimose e crede nel paradiso, chi odia la violenza e picchia i cattivi, chi crede di essere Napoleone ma sa che potrebbe benissimo essere un dopobarba, chi ride come i fiori e i regali d’amore non possono comprarlo, chi vuol volare e non salpare, i fumatori e i bevitori, i giocolieri e i moschettieri, i giullari e gli assenti, i matti e i bagatti…

(Dalla prima trasmissione di Radio Alice sui 100.6 MHz FM, la mattina del 9 febbraio 1976.)

Luca Rota
Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre.
Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2016
ISBN 9788867932214
Pag.100, € 10,00

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