La storia è cultura, inutile affermarlo, e “cultura” significa anche ricordo, rimembranza degli eventi che la storia custodisce e per i quali il tempo dona la facoltà di consentirci l’assimilazione del significato e del senso storico, nonché il superamento delle matrici di fondo, siano positive ovvero, e soprattutto, negative o in qualche modo infauste. Si può dire che da sempre la storia passata viene “raccontata”, oltre che dalle parole, dalle testimonianze monumentali che vengono edificate: certamente spesso intrise di retorica anche bieca se non in certi casi riprovevole, di enfasi patriottica (o pseudo-tale) francamente a volte ridondante e tronfia, non si può tuttavia ignorare che, appunto, tali monumenti rappresentano veri e propri libri di storia all’aperto, le cui vicende vengono narrate non da testi e parole ma da alberi, aiuole, costruzioni, architetture e pietre più o meno artistiche capaci di generare nell’animo del visitatore emozioni e sentimenti certamente vividi e autentici. Poi, ribadisco, si potrà essere più o meno concordi con il messaggio commemorativo che questi monumenti trasmettono, con le motivazioni per le quali sono stati edificati e con il senso che oggi, a distanza di decenni, possono ancora conservare, ma ciò non toglie che raccontano un pezzo di storia, e spesso una storia dalla quale, nel bene e nel male, la nostra società attuale deriva.
Posto ciò, trovo del tutto deprecabile lo stato di degrado e di sostanziale abbandono nel quale versa il Sacrario Militare di Redipuglia, il più grande d’Italia e uno dei maggiori al mondo, in cui sono tumulati i resti di oltre 100.000 combattenti della Prima Guerra Mondiale (e tra di essi una sola donna, Margherita Kaiser Parodi Orlando, una crocerossina di 21 anni), molti dei quali morti proprio sulle colline ove il Sacrario è stato costruito. Redipuglia è anche il monumento italiano che ricorda simbolicamente tutte le vittime del primo conflitto mondiale, con un’apposita cerimonia che qui si tiene il 4 Novembre di ogni anno. Un tempo gestito direttamente da un apposito distaccamento dell’Esercito, ora è passato sotto l’amministrazione della
provincia di Gorizia ma, appunto, le solite mancanze all’italiana – soldi in primis, poi personale, attrezzature e, cosa più grave in assoluto, volontà politica – ne stanno provocando un degrado inesorabile: si veda, nella eloquente foto qui sopra, addirittura le lapidi rotte entro le quali si scorgono i resti mortali conservati… A tal punto, sarebbe più “onorevole”, o meno indegno, radere al suolo tutto quanto e tanti saluti.
Ora, al di là di qualsivoglia parere, considerazione e posizione di matrice retorico/politica, quanto mai lontana dallo scrivente (in fondo lo stesso Sacrario è un esempio notevole della tipica retorica architettonica fascista) e del senso primigenio e attuale dello stesso – è anche una rappresentazione guerresca impressionante tanto quanto spaventosa, per come lo schieramento delle lapidi ricordi quello d’una armata pronta all’attacco, con gli ufficiali sepolti nelle prime file e la truppa dietro – non si può ignorare che nel monumento si trovano le spoglie di uomini morti in battaglia, chissà con quali atroci sofferenze, nella maggior parte dei casi costretti a lasciare le proprie vite quotidiane per diventare soldati con animo – credo di non sbagliare nell’affermare ciò – sicuramente non felice, anzi… Persone, insomma, che sono morte in un periodo tetro della nostra storia recente ma le quali, nel bene e nel male, rappresentano i costruttori di una parte del percorso storico e sociale che porta direttamente al presente e alle nostre attuali vite quotidiane. Il Sacrario narra, per così dire, le loro vite e, soprattutto, il loro contributo alla generazione della storia che noi oggi viviamo. Storia magari giusta, magari sbagliatissima, ma lo ripeto di nuovo: non è questo ciò che conta. Semmai è una questione di cultura, autentica cultura appunto: e una questione di preservazione della storia come inconfondibile monito ai posteri, di ineludibile senso civico, di comprensione sociologica e antropologica della vicenda narrata da quel monumentale “libro” di pietra e, ultimo ma non ultimo, di rispetto per la tragedia che l’impressionante numero di lapidi del Sacrario rende così suggestivamente vivida. Lasciare che venga cancellata, dunque eliminata anche dalla memoria collettiva, è pura ottusità sociopolitica che solo una classe dirigente mentecatta potrebbe mettere in atto.
L’anno prossimo, 2014, ricorrerà il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale: già molti paesi in Europa stanno preparando consone e significative commemorazioni, con relativo stanziamento di fondi governativi (la Gran Bretagna, giusto per citare un esempio, ha stanziato 59 milioni di Sterline, pari a 50 milioni di Euro). C’è da augurarsi che entro tale ricorrenza la situazione di Redipuglia possa finalmente essere risolta e in modo pregevole, anche perché uno stato che disdegna la conservazione e la promozione del ricordo della propria storia – la quale, bella o brutta che sia, sempre storia propria è! – non può certo dirsi realmente “civile” e, al contrario, facilmente diventa promotore della propria irrefrenabile decadenza.
Tag: cultura
Reblogging: NO. (dal blog vestitevimeglio.wordpress)
Premessa standard a post unificati: siccome che è Estate e fa caldo, a volte molto caldo, e siccome che a me il caldo sfianca, dacché mi potreste vedere in giro con addosso solo una t-shirt nel bel mezzo d’una bufera di neve a Gennaio, e siccome che, capirete bene, gestire un blog è attività tremendissimamente faticosa – ben più di, ad esempio, lavorare in miniera a 1.500 metri di profondità o in acciaieria come addetto agli altiforni o nei terreni agricoli sotto il Sole cocente ovvero altro di ugualmente arduo… ehm… – ho deciso, durante queste settimane canicolari, di far lavorare un po’ gli altri. Già. Ovvero, di ribloggare articoli che ho potuto trovare e leggere su altri blog, e che mi sembrano assolutamente meritevoli della vostra attenzione. Sì, insomma, un modo anche – soprattutto, in effetti! – per rendere omaggio a tanti colleghi blogger i cui post ritengo veramente ottimi, esemplari e spesso illuminanti – blogger che ho la fortuna e l’onore di seguire. In attesa che torni alla svelta la stagione fredda, ovviamente. Freddissima, anzi! O di trasferirmi alle Svalbard, come forse si starà augurando chi ora stia leggendo queste mie cose e ami il caldo estivo…
“Cultura” significa anche stile, eleganza, buon gusto. In effetti, quando ci vestiamo è un po’ come se “scrivessimo con gli abiti” (o con il look, per voler essere contemporanei) e presentassimo al pubblico una nostra autobiografia, una descrizione succinta eppure assai significativa di ciò che siamo e di come siamo. Ecco: posto ciò, devo constatare che sempre più dalle nostre parti la cultura – intendendo il termine in senso generale – sta veramente andando a ramengo ovvero, se è vero come è vero che pure in che modo ci vestiamo è un segno culturale, capisco meglio perché la cultura, quella più propriamente e classicamente intesa, non se la fila quasi più nessuno, qui. Ormai proporzionale, il suo livello, a quello degli abbigliamenti coi quali certa (troppa!) gente pensa probabilmente di stare bene, di essere elegante…

Bene, il blog vestitevimeglio.wordpress – un nome un programma, assolutamente! – tutto quanto ho appena detto lo rende ancor più constatabile e palese. Roba da dar loro un qualche prestigioso premio per la valenza culturale e sociologica dei contenuti, ai quali c’è ben poco da aggiungere se non quei “NOOOOO!” in mille salse che accompagnano i vari post, dopo aver assodato quanta gente se ne vada in giro vestita in modo orribile – soprattutto in questi afosi mesi estivi, nei quali pare che lo svacco del buon gusto si accentui fino a livelli veramente insopportabili.
Ok, come dice il noto proverbio, “l’abito non fa il monaco”; però, porca miseria, il monaco se lo può fare, l’abito: il problema è che spesso se lo fa repellente! E pensare che un tempo l’italiano era considerato uno dei popoli più eleganti…
Beh, non mi resta che invitarvi a visitare il blog – cliccando sull’immagine qui sopra, unirmi al loro coro sdegnato e anch’io urlare a squarciagola: NOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!
E’ on line il numero 111 – Agosto 2013 di InfoBergamo.it
Puntuale come ogni mese e immune da qualsiasi “rilassamento” estivo, ecco a voi il numero 111 – Agosto 2013 di InfoBergamo.it, il primo mensile on-line bergamasco di cultura ed informazione diretto (magistralmente, come sempre) da Graziano Paolo Vavassori, ovvero la più diffusa e letta web-rivista di genesi orobica (fin dal nome, appunto!), ma di respiro, spirito e interessi assolutamente nazionali, se non di più! Forte di un pubblico di lettori folto e costante – per il numero dello scorso Luglio sono stati 81.000! – InfoBergamo.it si presenta con questo nuovo numero come sempre ricchissimo di contenuti di alto livello e di assai varia e assortita tematica, tra cultura, politica, società, arte, musica, libri, motori e molto altro, con approfondimenti mirati a fornire ai lettori non soltanto della preziosa informazione ma anche degli strumenti di azione diretta, per così dire, in ambito sociale – che poi dovrebbe essere una delle funzioni peculiari della stampa e dei media, di qualsiasi tipo e diffusione. Come accennavo poco sopra, l’occhio di riguardo alla realtà bergamasca è inevitabile, vista la “cittadinanza” del mensile, tuttavia non c’è articolo in esso che non possieda un respiro ben più ampio, dunque un interesse che qualsiasi lettore può facilmente riscontrare e sfruttare comunque e dovunque: questo è certamente uno dei maggiori punti di forza di InfoBergamo.it, nonché uno dei motivi principali per quei notevolissimi numeri relativi ai lettori mensili, che sarebbero un sogno pure per testate ben più celebrate!
Per quanto mi riguarda, per questo numero 111 mi sono preso una piccola pausa, ma è già in redazione l’articolo per il prossimo numero di Settembre, così da ricominciare in modo sempre più gagliardo l’esplorazione del mondo della letteratura e dell’editoria, ovvero dei temi che abitualmente tratto per InfoBergamo.it. Ma certo, lo ribadisco, anche quest’ultimo numero 111 del mensile è assolutamente ricco di articoli interessanti e intriganti, dunque non mi resta che invitarvi alla lettura – cliccate sulla copertina lì sopra per accedere al sommario – , magari pure a usufruire di tutte le altre cose offerte dal sito web, e con me l’appuntamento è per i primi giorni di Settembre con l’uscita del numero 112!
Dunque, in un modo o nell’altro, buona lettura!
INTERVALLO – Ferrandina, il “Bibliomotocarro” di Antonio La Cava
L’Ape-Biblioteca di Antonio La Cava, maestro in pensione di Ferrandina (Matera): un’iniziativa che da sola vale mille pompose e spesso vacue “azioni” (?!) governative di “promozione” (?!) della cultura…
Cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più.
Reblogging: “Allevi, ma mi faccia il piacere!” (dal blog di Roberto Cotroneo)
Premessa standard a post unificati: siccome che è Estate e fa caldo, a volte molto caldo, e siccome che a me il caldo sfianca, dacché mi potreste vedere in giro con addosso solo una t-shirt nel bel mezzo d’una bufera di neve a Gennaio, e siccome che, capirete bene, gestire un blog è attività tremendissimamente faticosa – ben più di, ad esempio, lavorare in miniera a 1.500 metri di profondità o in acciaieria come addetto agli altiforni o nei terreni agricoli sotto il Sole cocente ovvero altro di ugualmente arduo… ehm… – ho deciso, durante queste settimane canicolari, di far lavorare un po’ gli altri. Già. Ovvero, di ribloggare articoli che ho potuto trovare e leggere su altri blog, e che mi sembrano assolutamente meritevoli della vostra attenzione. Sì, insomma, un modo anche – soprattutto, in effetti! – per rendere omaggio a tanti colleghi blogger i cui post ritengo veramente ottimi, esemplari e spesso illuminanti – blogger che ho la fortuna e l’onore di seguire. In attesa che torni alla svelta la stagione fredda, ovviamente. Freddissima, anzi! O di trasferirmi alle Svalbard, come forse si starà augurando chi ora stia leggendo queste mie cose e ami il caldo estivo…
Dunque, trovo questo articolo che Roberto Cotroneo – intelletto assai brillante, a mio parere – ha pubblicato nel suo blog, riferendosi a un episodio accaduto pochi giorni fa (rispetto alla data in cui sto scrivendo il presente) avente come soggetto Giovanni Allevi, circa il
quale Cotroneo disquisisce in maniera sagace e illuminante, assolutamente ottimo per sostenere il concetto che a volte – anzi, spesso, qui in Italia – fare cattiva cultura ovvero deculturare (se mi passate ‘sto termine) significa anche continuare a sostenere e imporre ciò che cultura di valore non è. Allevi è un perfetto esempio di ciò, e di natura sotto molti aspetti assai italica: ritenuto da chi ci capisce veramente di musica un musicista piuttosto scarso (giova ricordare cosa disse di lui il ben più rinomato Uto Ughi…), viene invece osannato e imposto come “grande maestro” dalla stampa e da certa critica palesemente prezzolata, al punto da riportare le sue (spesso) farneticanti dichiarazioni come fossero massime di un illuminato saggio quando invece appaiono subito, a chi non è del tutto tonto, mirabolanti esempi di presuntuosa ignoranza. In tal modo, appunto, facendo credere di fare e diffondere cultura – non tanto lui, ma chi Allevi sostiene pubblicamente – ma in verità intaccandone e distruggendone la parte buona, quella vera e fruttuosa per chi ne gode, cioè noi tutti che potenziale pubblico siamo.
Come dice perfettamente nel proprio articolo Cotroneo, “Per questo mi indigno con quelli che fingono di rendere popolare la musica, ma in realtà chiudono la porta a coloro che potrebbero capirla meglio ed amarla. Allevi è colpevole di questo. Cavalca il nulla, gioca all’artista svagato, incarna tutti i luoghi comuni del musicista eccentrico. Senza il talento dei veri musicisti.“.
Sintesi perfetta, appunto.
Allevi, ma mi faccia il piacere!
By Roberto Cotroneo
Leggo dappertutto vera indignazione e ironia sulla battuta del pianista Giovanni Allevi su Beethoven. Allevi dice: «Beethoven non aveva ritmo», e dicendo questo dimostra quello che sappiamo da tempo, ovvero che Allevi di musica sa poco o niente. E ha voglia di provocare. Non bisognerebbe indignarsi per le provocazioni ma semmai per la sfortuna di vivere in tempi culturalmente vuoti dove l’unico modo per farsi notare è dire stupidaggini. Domani qualcuno ci dirà che Dostoevskij non conosceva il congiuntivo. O un aspirante artista spiegherà che Van Gogh non sapeva nulla del colore giallo, e non sapeva scegliere i pennelli giusti.
Un tempo la provocazione, il confronto con i grandi, il «salire sulle spalle dei giganti,» come si diceva, era un modo di vedere meglio, di avere più orizzonte, di capire. Oggi siccome sono tutti nani, non si può far altro che abbassare i giganti perché salirci sulle spalle sarebbe un’impresa impossibile.
(Continuate a leggere l’articolo nel blog di Roberto Cotroneo…)
