Un brutto clima (mentale)

«Facciamo azioni di sensibilizzazione e sperimentiamo nuove pratiche e comportamenti con test sulla popolazione. Ma solitamente aderiscono persone che sono già sensibili al tema. Difficile andare oltre. Si ritiene che siano problemi che riguardano altre regioni o un futuro troppo lontano. Molti temono di dovere rinunciare a qualcosa, a una zona di comfort e si chiedono perché devono fare qualcosa che apparentemente riduce la propria qualità di vita. Il tema del cambiamento climatico non è nuovo. Eppure siamo nella stessa situazione di 30 anni fa, quando al Summit della Terra a Rio venne creata la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Solo che adesso il tempo stringe. E ognuno deve fare la propria parte, non solo le istituzioni. […] Bisogna per forza fare un weekend al mese in una capitale europea spostandosi in auto o in aereo, quando nelle nostre valli ci sono luoghi incantevoli? A bloccarci è il timore di perdere un certo standard di vita. E anche la pigrizia, dal momento che si ritiene sempre che può pensarci qualcun altro a queste cose.»

[Francesca Cellina, ricercatrice presso l’Istituto sostenibilità applicata all’ambiente costruito della SUPSI – Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana, intervistata da Patrick Macini in Ma chi se ne frega del cambiamento climatico… su “Tio.ch”, 01 giugno 2022.]

Ecco: e se uno dei problemi fondamentali alla base della questione relativa ai cambiamenti climatici e del nostro necessario adattamento a essi fosse la mancanza di un diffuso cambiamento mentale che sappia farci comprendere pienamente la portata del fenomeno in corso e l’esigenza ineluttabile di fare qualcosa? E, intendo dire, fare qualcosa non solo per il clima ma, in primis, per noi stessi e la nostra vita sul pianeta.

Come possiamo dirci Sapiens se non sappiamo nemmeno conseguire una così basilare e vitale sapienza?

Col braccio fuori dal finestrino

Ora: so benissimo che dire a quelli che d’estate guidano la propria autovettura col braccio fuori dal finestrino che non possono ovvero non dovrebbero farlo è un po’come dire ai piccioni – o a similari specie di volatili – di non defecare sulla macchina appena uscita dall’autolavaggio. E so altrettanto bene che rimarcare a quelli che d’estate guidano la propria autovettura col braccio fuori dal finestrino che tale comportamento è punibile dal Codice della Strada comporta niente più che un’alzata di spalle, posto quanto qui ci si diverta a rispettare il meno possibile le regole civiche. Ma se a tutto ciò – ovvero a quelli che d’estate guidano la propria autovettura col braccio fuori dal finestrino infischiandosene di norme civiche, buon senso, sicurezza e quant’altro – si aggiunge pure l’andare a 35 all’ora su strade extraurbane, come se le strade stesse fossero a loro uso esclusivo e come se dietro non vi fosse una lunga colonna di altri automobilisti che vorrebbero andare un po’ più spediti, magari per proprie inevitabili ragioni di fretta, mentre quelli, del tutto imperturbabili, continuano a guidare come se fossero accomodati su una sdraio a motore sì da godersi l’arietta fresca sulle gote, beh… ecco, cari automobilisti col braccio fuori dal finestrino, sappiate che de da un lato il vostro comportamento fa cadere le braccia o, in alternativa, fa levare le braccia al cielo, dall’altro vi meritate numerose multe un tanto al braccio o, sempre in alternativa, qualcosa di più concreto elargito a pieno braccio. E non cercate alcuna solidarietà, è inutile: tanto, nel caso, ce ne resteremo con le braccia incrociate.

Ecco.