Di nuove riviste, e del piacere di leggerle

Se c’è una cosa che mi genera lo stesso sublime piacere del ricevere libri – per acquisto personale o dono altrui – probabilmente è il ricevere riviste di pregio, al punto che la stessa irrefrenabile bulimia letteraria che manifesto acquistando di continuo libri, la paleso pure nella forma del continuo abbonarmi a tali riviste. E di esse in circolazione ce ne sono parecchie, anzi: per certi aspetti, non ultimo quello letterario, la produzione editoriale di periodici culturali è molto più attiva e di qualità rispetto a quella di libri – ad esempio ne parla al riguardo questo interessante articolo de Il Libraio.

Ecco, lì sopra di belle riviste ne potete vedere due, ricevute dal sottoscritto in tempi recenti: a destra il nuovo numero di Walden, magazine dal nome assolutamente programmatico del quale vi ho già detto altre volte; a sinistra l’ultimo numero di Nuun, rivista che ha come sottotitolo un altro ben programmatico slogan: Stile glocale.

Sono entrambe ottimi esempi della notevole creatività editoriale, tematica, letteraria, narrativa che sovente (e con le solite, dovute eccezioni) si può trovare tra le produzioni indipendenti italiane (rispetto poi alla sempre più degradata e demenziale produzione mainstream), e delle quali vi dirò prossimamente, quando al sublime piacere dato dalla loro ricezione nella mia cassetta della posta seguirà quello, primario e imprescindibile, della relativa lettura.

Walden. Un nuovo magazine

Sta per nascere una nuova pubblicazione periodica – un magazine, appunto – semestrale che, dalle premesse, pare assolutamente affascinante. Si chiama Walden – come intuirete subito, il nome richiama direttamente il celeberrimo lago di Thoreau, e l’altrettanto celebre opera – e personalmente questo a me già basterebbe ma, in aggiunta, non posso non notare che tra i tanti contributors c’è gente come Davide Sapienza il che accresce le aspettative…
In ogni caso, Walden (o, nella forma estesa e compiutamente significativa, Walden. Wilderness / Awareness / Life / Development / Environment / Nature) sarà presentato al pubblico venerdì 21 ottobre alle ore 21.00 al Teatro Tempio di Modena. Nell’attesa – anche dello scrivente – c’è un sito web (con una mail per chiedere ulteriori infos) e una pagina facebook; c’è inoltre una bellissima copertina, quella del numero 0 lì sotto riprodotta (con una foto di Martin Rak) e, nel sito, c’è anche una presentazione di ciò che sarà Walden, che vi riproduco di seguito nella speranza che possa anche in voi nascere la curiosità e l’interesse per questa nuova avventura editoriale.

cop_waldenvirgolettePerchè Walden
In questi tempi di crisi, smarrimento e incertezza, non di rado si sente ripetere che solo un nuovo impulso all’economia, le ricette del libero mercato e il sostegno ai consumi potranno traghettarci in acque più sicure. Crediamo si tratti di una pericolosa illusione. Continuiamo imperterriti a ragionare secondo schemi superati, anestetizzati da continue informazioni che, anziché fornirci strumenti utili per decifrare il mondo, spesso finiscono per renderci apatici e ciechi di fronte alle contraddizioni del nostro tempo. “Produci, consuma, crepa”, recitava il testo di una canzone: alzi la mano chi non si riconosce, almeno in parte, in questa immagine. E allora proviamo a chiederci: siamo proprio certi che il modello che abbiamo seguito fino ad oggi sia ancora adatto alle sfide della contemporaneità? Siamo davvero convinti che potremo replicarlo indefinitamente, incuranti delle crescenti sperequazioni del mondo e dei danni che continuiamo ad arrecare alla Natura? Sempre di corsa, sovraesposti, iperconnessi e continuamente aggiornati, più aumentano le possibilità di comunicare e più diventiamo incapaci di dialogare. Forse vale la pena fermarsi e riflettere sul mondo che abbiamo costruito, sul rapporto che abbiamo con gli altri, sulle conseguenze delle nostre azioni sull’ambiente.
Un vecchio adagio recita “è meglio un passo nella direzione giusta che dieci in quella sbagliata”. In tempi frenetici come questi dovrebbe essere il nostro mantra. Quale strada seguire, allora? è una domanda complessa, che merita la nostra attenzione. Regaliamoci il lusso della lentezza. Abbiamo bisogno di ritrovare un senso di splendore, meraviglia e incantamento per il mondo. Di recuperare la nostra umanità. Discutere di modelli alternativi di sviluppo, ragionare sulle prospettive e gli scenari che ci attendono non deve ridursi a un vuoto esercizio intellettuale. La posta in gioco non è “solo” la tutela dell’ambiente o la “salvezza” dai cambiamenti climatici ma, per così dire, la nostra anima. Siamo convinti che urga una onesta, radicale messa in discussione di ciò che fino ad oggi abbiamo dato per scontato, per riappropriarci di ciò che un malinteso concetto di progresso ha tolto a noi e alla Natura. Da queste premesse nasce Walden. Abbiamo voluto realizzare un magazine dedicato ai temi dell’ecologia, della sostenibilità dello sviluppo, del pensiero ambientale. Una rivista immaginata prima e realizzata poi con l’intento di aiutare il lettore a “fermarsi”, riflettere, porre e porsi domande e interrogativi, generare dubbi. Come il lago che dà il nome al capolavoro di Thoreau, speriamo che queste pagine possano costituire un luogo della mente, ancor prima che uno spazio editoriale, in cui cercare ognuno per proprio conto coordinate e direttrici. Con l’aspirazione di contribuire a una “ecologia della mente” (per dirla con Gregory Bateson), oggi più che mai necessaria. Per farlo, abbiamo cercato linguaggi il più possibile trasversali e universali, affrontando temi apparentemente distanti: ecologia, filosofia, letteratura, cinematografia, economia, e molti altri. Abbiamo fatto del nostro meglio e ci auguriamo che troverete queste pagine interessanti e stimolanti. Siamo convinti che serva una visione d’insieme, un modo diverso e più consapevole di affrontare la complessità del mondo per poter essere ancora “capaci di futuro”. E Walden, nel suo piccolo, ha l’ambizione di evocare queste riflessioni e offrire spunti di approfondimento. Proprio per questo motivo parla al lettore curioso, stimolato da punti di vista alternativi, disposto a mettersi in discussione e in gioco.
Walden, in definitiva, nasce con lo scopo di comunicare in una maniera diversa e, speriamo, originale, la bellezza e la complessità del mondo, di parlare all’“anima” (al di là di ogni personale convinzione religiosa) delle persone, di toccarne le corde più profonde. Vuole essere un luogo di scambio, un’agorà virtuale in cui discutere, parlarsi, cercare di capire. Ci piace definirla una “rivista da meditazione”, come certi whisky invecchiati che invitano alla quiete e alla riflessione. L’obiettivo, ambizioso, è quello di contribuire a innescare un vero cambiamento di Gestalt, che ridefinisca il modo in cui percepiamo il mondo e ad esso ci rapportiamo. Non ci servono “altri beni”, ma un altro concetto di “bene”. Non serve perseguire un aumento del “benessere”, ma riappropriarci del significato del “ben essere”. Questa è la sfida che si pone Walden, nella piena consapevolezza che non vi sono compiti messianici da svolgere e che da sola una piccola rivista non potrà mai cambiare il mondo. Ma i tanti piccoli cambiamenti che possono innescarsi in ogni individuo sono senza dubbio il primo punto da cui partire per inventarci un mondo diverso. Più giusto e, ci auguriamo, anche più bello.

Streaming di libri: innovativo salvagente o ennesima zavorra per il mercato editoriale?

Lea_landing_11All’ultimo Salone del Libro di Torino, il Gruppo Editoriale Laterza ha presentato Lea – Libri e altro, progetto di diffusione editoriale in streaming che si configura come una vera e propria biblioteca digitale dalla quale è possibile scegliere e leggere, in configurazione iniziale, 500 libri in streaming, con un abbonamento che ricalca quello delle piattaforme che offrono musica o film, a 7,90 euro al mese o 79,00 euro all’anno. Lea, a dire della stessa casa editrice, si ispira all’esperienza di Spotify, che permette di accedere alla musica senza doverla neanche scaricare, e ripercorre la strada dei contenuti in abbonamento già intrapresa nel nostro Paese da Amazon con il suo Kindle Unlimited.
Posto che il progetto nasce da una casa editrice specializzata in testi di saggistica prevalentemente umanistica, dunque relativamente di nicchia per il mercato editoriale, ma considerando che, ovviamente, può essere esempio per iniziative simili da parte di editori di narrativa generalista, viene inevitabilmente da chiedersi: è una buona idea, questa di Laterza? Un nuovo prezioso ausilio per la diffusione della lettura nel nostro paese, oppure un’altra mazzata sui piedi di un’editoria che non sa più cosa inventarsi per salvare sé stessa e i suoi sempre più tetri bilanci?
Di sicuro la seconda che ho scritto è ciò che hanno subitamente pensato i librai. Un sistema di diffusione di libri e letture in streaming, senza più bisogno fisico dell’oggetto-libro e di un suo acquisto nei punti vendita, ovviamente in linea teorica taglia fuori dalla filiera editoriale le librerie, tutt’al più ridotte – in base a quanto sostiene la stessa Antonia Laterza, ideatrice del progetto – a punti vendita degli abbonamenti a Lea, in cambio di una percentuale prevista per ogni abbonamento venduto. E nemmeno sembra tenere il concetto di social reading e di community alla base del progetto, di dialogo e discussione sui libri, la condivisione sui social e quant’altro del genere, che vorrebbe coinvolgere le librerie su Lea per alcuni servizi utilizzabili all’interno della piattaforma, come i gruppi di lettura specifici delle stesse librerie: un’idea, detta così, apparentemente interessante ma poi sostanzialmente inapplicabile per mille motivi, e che fa peraltro cadere il senso stesso di “gruppo di lettura” offerto dalle librerie, che nascono proprio intorno a testi acquistati/acquistabili presso di esse ovvero in base a specifiche argomentazioni offerte in quelle attività comuni sovente legate al tipo stesso di libreria, non certo imposte e calate dall’alto in base a volontà altrui.
D’altro canto – sempre ragionando in senso generale, non sullo specifico caso Laterza – mi viene al solito da pensare che posta la situazione drammatica in cui versa lo stato della lettura in Italia, ogni iniziativa che possa e voglia tentare di risollevarne le sorti – peraltro in tal caso con modalità del tutto analoghe alla diffusione editoriale digitale – sia benvenuta. Non riesco però a non rilevare alcuni elementi che nel complesso, non per pregiudizio ma per obiettività, mi suonano strani. Uno, il fatto di ispirarsi ad un sistema di diffusione del quale Amazon è sovrana: come a dire che, piuttosto di contrastarlo, tanto vale arrendersi e imitarlo, senza pensare troppo alle conseguenze che potrebbe generare. Due, l’altra ispirazione, Spotify, servizio di streaming musicale: ma veramente, al di là della mera fruizione, la letteratura di qualità è assimilabile alla musica mainstream? Un saggio storico lo si può ritenere simile a un album di Lady Gaga, e dunque lo si può trattare e diffondere allo stesso modo? Tre, il social reading: a chi piace veramente? E’ sul serio un’esigenza della comunità dei lettori, oppure è qualcosa che lo si vuol far passare come tale per mero interesse e calcolata convenienza? Quattro: può essere che sia utile alla causa della lettura (e dei lettori) il voler togliere di mezzo a tutti i costi l’oggetto-libro, il volerlo rendere in modo assoluto una sorta di entità virtuale, qualcosa piazzato in un cloud lontano e nemmeno più presente in forma di ebook sul proprio hard disk? Oppure si corre forte il rischio che un elemento culturale articolato come un libro, un testo letterario, finisca per perdere ancora più del proprio appeal nei confronti del pubblico meno portato alla sua fruizione? Ovvero che il libro e la lettura si riveli definitivamente quanto di più opposto (non contrario, opposto) alla virtualità contemporanea così invece funzionale per altre cose? Cinque: per tutto quanto sopra esposto, non è che sia soltanto un modo molto scaltro attuabile dagli editori per salvare i propri bilanci aziendali senza di contro offrire qualcosa di veramente innovativo, nella sostanza, al lettore? Sei: i librai, ma ne ho già detto.
Ora, per concludere: lungi da me l’essere pregiudizialmente negativo nei confronti di progetti come Lea e di qualsiasi altra cosa che – ribadisco – possa tentare di tappare al meglio le falle della barca editoriale italiana sempre più imbarcante acqua. Tuttavia a volte risulta irrefrenabile l’impressione che tali progetti siano soltanto e soprattutto iniziative di facciata, individuali e mai corali, mutuate da esperienze straniere nate in situazioni meno preoccupanti rispetto alla nostra, mai mirate a ottenere un reale e concreto beneficio per l’intero mercato editoriale ma soltanto tornaconti parziali e personali, mentre ciò che in primis serve veramente, ovvero rimettere il libro sotto gli occhi e tra le mani degli italiani prima che qualsiasi altra cosa, non viene quasi mai considerato e attuato. E se ciò non avviene, qualsiasi buona e innovativa iniziativa a favore della lettura non potrà mai conseguire il necessario successo.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.