Dixit & dixit! (Un “divertissement citazionistico-letterario a scopo ludico-istruttivo”, per quando fuori piove e non avete di meglio da fare in casa…)

Un simpatico giochetto per appassionati (o pazzi, vedete voi!) bibliografi: prendete una domanda a caso, cercate argomenti e temi inerenti ad essa ovvero le opinioni di chi su di essi abbia dissertato (inutile dire che Wikiquote è uno degli strumenti oggi più immediati, a tal proposito), concatenate le più interessanti ed illuminanti, cercando di (ri)generare un percorso espressivo il più possibile sintetico e condensato tanto quanto logico e compiuto, indi vedete che è saltato fuori. Una specie di (se mi passate la definizione) divertissement citazionistico-letterario a scopo ludico-istruttivo, ecco.
Potrebbe pure essere un simpatico e spiritoso sistema per fondere insieme diversi prestigiosi saperi – what-is-art_photoquelli di grandi personaggi del passato che si citano per sfruttarne l’influenza culturale (ma a volte anche solo per fare i sapientoni…) – pure se di senso opposto, così da aumentarne la potenza illuminante e ricavarne per sé stessi una visione (sul tema trattato, in forma di risposta alla domanda posta) lucida e profonda più che quella fornita da una “normale” ricerca bibliografica…
Eccovi un esempio al proposito. Domanda, la prima che mi viene in mente: cos’è l’arte?
Via!
Dunque, l’arte, come la teologia, è una frode ben confezionata (1), ma d’altro canto fra tutte le menzogne è ancora quella che mente di meno. (2) In tal senso l’illusione dell’arte è far credere che la letteratura sia rappresentazione della vita ma in realtà accade l’opposto (3): non a caso sovente l’arte rispecchia lo spettatore, non la vita (4), e infatti la vera arte è dove nessuno se lo aspetta, dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome. L’arte è soprattutto visione e la visione, molte volte, non ha nulla in comune con l’intelligenza né con la logica delle idee (5). Anzi, l’arte non nasce mai dalla felicità (6), al punto che non essere mai soddisfatti: l’arte è tutta qui. (7) E’ come un’attesa, come fosse la forma più alta della speranza (8), che in fondo non ci insegna nulla, salvo il significato della vita. (9) Dunque, alla fine l’arte vera non è quel che sembra, bensì l’effetto che ha su di noi viventi (10): è la frode più preziosa che abbiamo per ingannare il destino “ordinario” e volare più in alto di esso per esserne padrone, non schiavo. (11)

I personaggi citati:
1: Philip K. Dick
2: Gustave Flaubert
3: Françoise Sagan
4: Oscar Wilde
5: Jean Dubuffet
6: Chuck Palahniuk
7: Jules Renard
8: Gerhard Richter
9: Henry Miller
10: Roy Adzak

E infine, l’11 è lo scrivente, che con tale giochetto ha cercato di mettere in dialogo i suddetti personaggi, e dalla sua costruzione logica ha provato a ricavarne un “buon” senso conclusivo.
Se sono soddisfatto di esso? No, mai. Mai essere soddisfatti (vedi 7)!
E via, dunque, con un altro analogo divertissement…

L’impoverimento intellettuale italiano nelle visioni illuminate e profetiche di Cesare Brandi, già più di sessant’anni fa…

Cesare Brandi è uno di quei grandi intellettuali che la cultura italiana ha saputo esprimere – in passato pare più che nel presente – ma che il grande pubblico non conosce quasi, una di quelle voci illuminate capaci di spiegarci il mondo che abbiamo intorno in modo chiarificante e sovente profetico, sapendo andare ben al di là della propria peculiare specializzazione – la sua Teoria del Restauro, ad esempio, è il testo fondamentale per il settore delle arti conservative, preso ad esempio pure dall’UNESCO per i propri documenti in materia; ma Brandi fu pure raffinato poeta e scrittore, peraltro…
Per quanto detto, e per via del mio costante e sovente testardo tentativo di capire la società nella Brandi-fine-avanguardia_copquale mi tocca vivere, soprattutto nelle sue parti più preoccupanti e decadenti – sto parlando di quella italiana, serve specificarlo? – di Cesare Brandi mi interessa parecchio (grazie allo spunto che ricavo dal nr.82 della rivista d’arte Exibart, a pag.51) un testo uscito nel 1949 e ripubblicato da Quodlibet nel 2008, La fine dell’Avanguardia, in molti passaggi veramente illuminante su certi degradi civico-sociali contemporanei se non quasi profetico, appunto. E mi interessa quanto egli scrive – nel 1949, lo ribadisco! – in merito al drammatico distacco esistente tra il pubblico italiano e il mondo della cultura, ovvero tra i cittadini del paese forse più ricco di ogni altro di cultura, in ogni senso la si intenda, e quel suddetto mondo del quale troppo spesso l’Italia a livello istituzionale e non solo pare infischiarsene beatamente.
Ne La fine dell’Avanguardia, Brandi già più di sessant’anni fa segnalava come fosse sempre più evidente una turbolenza, “una certa fatale curva”, un distacco “fra il vasto pubblico e le arti” e non solo, dovuto ad “una specie di colpo di mano sul futuro” ovvero a un fagocitamento del presente nel quale si continuano a imporre strabilianti novità per meri scopi commerciali e consumistici quasi a volerci farci sentire costantemente arretrati, fuori dal tempo, e costretti a rincorrere quelle novità per non esserne tagliati fuori: una condizione che pone l’uomo in un’atmosfera che abbaglia la coscienza, come evidenzia Brandi, e che è all’origine di un “impoverimento intellettuale” che ottunde la ragione e favorisce la nascita di una coscienza passiva, la quale priva l’uomo della libertà (il tifo sportivo, suggerisce Brandi sulla scia dell’analisi di Matilde Serao, è un controllo sociale e un anestetico indolore: beh, se non è profetica una tale affermazione!) e porta la civiltà ad “una paura della solitudine, che è paura del pensiero” – cosa sulla quale concordo al mille per cento: il pensiero, già, una delle cose più rare da trovare, ormai, in troppi individui… C’è bisogno di un pensiero da riconquistare, continua Brandi, assieme ad una realtà più ampia e ad un tempo che non sia incalzante e “presente immediato”, ma anche dilatazione, dilazione, espansione, respiro. Un presente che non sia solo un “ingorgo” temporale, uno spazio “che ha perduto il futuro” (credendo invece ottusamente di averlo già fatto proprio), ma anche un ritorno alla storia e alla civiltà. “Possa l’epoca, che con fatica s’inizia, riconquistare nel futuro la dimensione temporale che rese l’uomo capace e degno di storia” sostiene Brandi – anzi, ripeto ancora, sosteneva nel 1949, in qualche modo rivelando seppur indirettamente un timore che nei decenni successivi si è palesato in tutta la sua drammatica verità, ma anche indicandoci una potenziale buona soluzione per venire fuori da tale spirale di italico smarrimento culturale e sociale, soluzione che mi pare tutt’oggi assolutamente valida.

I miracoli non esistono. Anzi no, qualcuno (artistico) esiste! A Milano, zona Lambrate, fino al 18 Luglio prossimo…

Ammetto di non sapere praticamente nulla della mostra che si inaugurerà a breve presso la PISCINA COMUNALE a Milano, però conosco benissimo il valore umano e artistico di almeno due dei tre protagonisti che la proporranno, ovvero Lorenzo Manenti e Marco Mapelli, il che diviene una pressoché automatica garanzia che pure Roberto Pesenti sia del loro stesso livello.
Eppoi il promo dell’evento che gira su youtube devo dire che è veramente intrigante…:

Il Miracolo.
Lorenzo Manenti, Marco Mapelli, Roberto Pesenti
Da mercoledì 26 giugno 2013, ore 20.00, e fino al 18 luglio, presso la PISCINA COMUNALE, spazio d’arte in copisteria, via Campiglio nr.13 (zona Lambrate), Milano. Orari: dal lunedì al venerdì, ore 9.00-18.00.
Insomma: se siete della zona o sarete a Milano andateci, vi assicuro che merita una visita e tutta la vostra attenzione.

Quando i libri diventano ispirazione per l’arte contemporanea, ed espressione profonda di essa

Un bellissimo progetto artistico che farà parte degli eventi collaterali della prossima 55a Esposizione Internazionale d’Arte – la Biennale di Venezia e per il quale l’oggetto-libro è fondamentale sia in senso teorico che pratico è I libri d’acqua, presentato dall’artista napoletano Antonio Nocera con la curatela di Louis Godart e di Laura Fusco.

Leggendo dalla presentazione del progetto…:
Con il progetto “I libri d’acqua” l’artista focalizza l’attenzione sul tema della migrazione come fenomeno sociale totale. Al centro della sua riflessione è posta l’importanza della Antonio-Nocera_photomobilità umana come espressione di una libertà fondamentale di movimento e aspirazione all’emancipazione, che l’artista esprime simbolicamente attraverso il viaggio. Le opere di questo progetto sono dominate dalla presenza del mare, ora chiaro e limpido ora nero come il catrame, ora calmo e rasserenante ora impetuoso e angosciante. Su queste acque galleggiano nidi carichi di esserini che rimandano la memoria ai barconi di migranti che, in tutte le epoche, hanno solcato i mari in cerca di un luogo dove costruire una nuova casa.
Il progetto “I Libri d’acqua” rientra nella tematica sviluppata negli ultimi anni dall’artista con “Oltre il nido”, progetto nato dalla riflessione sul tema della casa come aspirazione primaria e diritto fondamentale dell’essere umano, simbolicamente rappresentato dal nido. (…) Per la realizzazione delle sue opere l’artista attinge dalla millenaria sapienza artigiana veneziana l’uso di materiali pregiati come il vetro e la carta. Per il progetto site specific al Monastero di S. Nicolò, Antonio Nocera realizzerà un grande libro da collocarsi nell’area centrale a cielo aperto del chiostro e l’opera sarà oggetto di donazione al Comune di Venezia nel corso della cerimonia di inaugurazione.
L’installazione principale verrà accompagnata da opere, dipinti e sculture, facenti parte del complesso progetto “I Libri d’acqua” oltre che da un video documentario sulla creazione dell’opera, arricchito da approfondimenti sui temi dell’esposizione con un particolare focus sull’art 13 della DUDU (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani)

Trovo – ovviamente, mi verrebbe da dire – molto interessante la scelta di rappresentare il senso tematico del progetto artistico attraverso l’oggetto-libro, appunto: una sorta di (ri)affermazione della potenza di esso, e dell’insuperabile capacità che detiene nel portare il più rapidamente e il più chiaramente possibile un messaggio di valore quale è certamente, e tanto quello alla base del progetto di Nocera. Una facoltà che rende il libro la rappresentazione più vivida e immediata del termine “cultura”, che l’arte visiva contemporanea – a sua volta possente espressione culturale – riconosce (come già fatto spesso, in passato, e come farà ancora in futuro) tanto quanto, purtroppo, la letteratura invece non è più capace di testimoniare, paradossalmente, per proprio autolesionismo editoriale
Cliccate QUI o sull’immagine di Antonio Nocera per visitare il sito web del progetto I libri d’acqua, e conoscerne ogni altro dettaglio.

MIA Fair 2013, Milano: la fotografia tra buliMIA, metoniMIA e anoniMIA…

Si è chiusa ieri a Milano la terza edizione della MIA Fair, la miglior esplorazione possibile che si possa compiere nella fotografia moderna e (soprattutto) contemporanea: Oltre duecento gallerie, ciascuna presentante un solo artista/fotografo – formula tipica della fiera milanese, che personalmente trovo molto funzionale e gradevole – e inoltre una sezione dedicata alle proposte direttamente scelte dalla direzione artistica MIA, una bella presenza dell’editoria di settore, molti eventi di contorno, il tutto ben organizzato dal team guidato in prima persona da Fabio Castelli, l’inventore della fiera.
Visitare MIA Fair è veramente come compiere la migliore esplorazione possibile nella produzione d’arte fotografica odierna, come già dicevo poco sopra: si può capire piuttosto bene cosa si sta facendo, come lo si fa, le tendenze più in voga e, ovviamente, pure le “devianze” verso futilità e sciatterie più o meno accentuate. Ormai la fotografia, da figlia di un dio minore come è stata considerata dal mondo dell’arte fino a poco tempo fa, è diventata non solo membro effettivo di esso ma pure, per così dire, onorario – come ho potuto constatare anche al MiArt, per restare in ambito milanese, ovvero altrove in altri eventi artistici recenti. La fotografia tira parecchio, non c’è che dire, ed è forse oggi uno dei MIA_logo_photomedia artistici più in grado, potenzialmente, di fare onore a quelli che sono gli scopi stessi dell’arte in quanto espressione dell’umano intelletto; innegabilmente ciò è dovuto pure alla relativa facilità produttiva e alle infinite possibilità date dall’elaborazione digitale, che possono certo creare inaspettati capolavori ma pure mostruosità indicibili – l’onnipotenza della tecnologia mi pare che a volte faccia uscir di senno qualcuno fotografo, artista o che altro, nella falsissima e pericolosa convinzione che tutto possa essere considerato “arte” se dotato d’una qualche “elaborazione” (in senso generale) la quale, più o meno direttamente, possa giustificare un significato profondo e (pseudo)filosofico a immagini viceversa d’una banalità sconcertante…
Insomma: quei tre termini con i quali ho costruito il titolo di questo post – giocando come mio solito con le parole, le rime e i concetti – credo possano abbastanza ben riassumere le sensazione che ho ricavato dalla personale esplorazione della MIA Fair di quest’anno.
Partiamo con bulimia, ovvero “grande fame” – di fotografia, ovviamente: come dicevo, l’interesse attorno all’arte fotografica è costante se non sempre crescente, nonostante i tempi magri che stiamo vivendo. Molti prezzi di opere esposte sono certamente accessibili a tanta gente, e si è ormai creato un collezionismo e un mercato di genere sostanzialmente diverso rispetto a quello dell’arte visuale “classica” nonché piuttosto vasto, che giustifica una produzione di lavori imponente, con tutto quanto ciò comporta in termini di livellamento della qualità per eccesso di quantità, appunto. Ma se finché il “tiro” suddetto tiene ci può essere posto per tutti, non ho potuto non notare un po’ meno fremito del pubblico tra gli stand, rispetto allo scorso anno… Mi aspettavo un maggior affollamento interessato, insomma, nella giornata di apertura della mostra più nazionalpopolare quale è sempre la domenica: non so se questo sia un segno di calo della fame, o di dieta forzata per evidenti carenze finanziarie di sempre più persone oppure, più semplicemente, perchè la fotografia è un media che più di altri può essere apprezzato, valutato e magari pure acquistato, almeno a livello di trattative iniziali, sul web. L’interesse e il tiro ci sono, lo ribadisco e me lo confermano molti galleristi con cui ho chiacchierato: forse il problema è opposto, ovvero c’è fin troppo da mangiare, ora, rispetto alla capienza degli stomaci, e ogni tanto una insalata leggera ci sta anche bene!
Metonimia, ovvero il sostituire una parola con un’altra di significato correlato o correlabile. Cioè, in tal caso: fotografia per arte, e viceversa. Correlazione esistente ed evidente, in certi casi, del tutto ambigua in altri se non forzata o peggio fasulla in alcuni. Come affermavo prima, la fotografia è diventata ormai membro d’onore del mondo artistico contemporaneo, ma ciò non significa automaticamente che tutti i lavori fotografici presentino un considerabile valore artistico, dacché a volte tale valore mi pare più affermato da un certo apprezzamento interessato di chi vuole spingere il lavoro in oggetto piuttosto che dalle peculiarità dello stesso. Insomma, per intenderci, forse certa fotografia sta nelle gallerie d’arte come una bottiglia d’acqua sta in una enoteca: non è detto che siccome l’involucro è lo stesso, anche il contenuto sia assimilabile… Ma, sia chiaro, di fotografia creata con intento autenticamente artistico ce n’è e anche di alto livello: nella produzione imponente immessa sul mercato di oggi, si tende forse troppo a fare di tutta l’erba un fascio, quando invece certe ben determinate distinzioni dovrebbero essere più fermamente mantenute, anche per non annacquare il valore complessivo della fotografia contemporanea e, indirettamente ma nemmeno troppo, dell’arte stessa.
Anonimia, infine, termine che è inutile spiegare, e il cui senso qui è facilmente intuibile. Come ha brillantemente affermato Pio Tarantini in uno scritto che ho ripreso tempo fa anche qui sul blog, che la fotografia, con tutte le sue enormi potenzialità digitali, ancora oggi tenda a riprodurre (e/o a imitare) quanto già fatto dalle altre arti visive e in particolare dalla pittura, è una cosa parecchio discutibile. Sarebbe come avere tra le mani un computer potentissimo e utilizzarlo a mo’ di calcolatrice… In questa edizione della MIA mi è parso di vedere ben poca sperimentazione, poco coraggio e intraprendenza, mentre ho notato una certa standardizzazione di molta produzione su immagini che, evidentemente, sono ritenute quelle di maggior impatto, ergo di miglior apprezzamento da parte del pubblico – con relative buone ricadute commerciali, ovvio. Ugualmente, molta produzione rinnova con forme odierne ma sostanza “classica” cose già fatte in passato – anni ’50 e ’60 del Novecento, soprattutto – mentre non è ancora molto diffuso un approccio di matrice artistica alla creazione dell’immagine fotografica, la quale vive ancora molto, io credo anche troppo, di tecnica. Il che non significa certamente che tali immagini non siano belle – anzi, di brutte opere alla MIA ce n’erano assolutamente poche – ma di contro significa che esse, andando oltre la loro valenza estetica, alla fine non offrono granché.
Per finire, due nomi a mio parere rimarcabili tra i fotografi presentati in fiera: uno, Gian Paolo Tomasi (con Galleria Elleni di Bergamo), tra i pochi che ha veramente reso la propria fotografia un media del tutto artistico, capace di colpire l’occhio tanto quanto la mente e l’animo, illuminando e parimenti confondendo tutti ovvero instillando quello stato di estatico smarrimento che è sovente una delle fonti primarie della ricerca di conoscenza e consapevolezza sulla realtà d’intorno. Due, Piero Leonardi (proposta MIA), con la sua serie Purgatory, tutta giocata su variazioni del bianco in paesaggi apparentemente invernali ma che potrebbero benissimo essere altro ovvero ambientazioni indeterminate, metafisiche, ultra-minimaliste al punto da poter/dover essere colmate dalla percezioni e dalle visioni mentali del visitatore.
Per concludere: fiera bellissima, evento che resta imprescindibile, tempi grami anche per lo sfavillante sistema dell’arte del quale la fotografia è parte ormai integrante, con conseguente vago eppure percepibile momento di attesa, di stiamo-sul-chi-va-là-più-di-prima, di assestamento d’un mercato ancora piuttosto nuovo e probabilmente per questo non del tutto definito e definibile.
A Ottobre MIA Fair raddoppierà, e debutterà a Singapore: un format italiano di successo da esportare, o una fuga verso mercati più ricchi e intraprendenti? Vedremo, vedremo…

(P.S.: la foto in testa al post è di M.Tarantini)