Vogliamo finalmente renderci conto che le montagne siamo noi?

[Foto di Cristina Gottardi su Unsplash.]

Possiamo continuare a vivere alla ricerca dell’adrenalina e dell’edonismo sapendo che intorno a noi le montagne e la loro biodiversità stanno morendo? Questa mentalità tossica, sia che si esprima sugli sci da discesa lungo lingue di neve finta e chimica) che si snodano tra foreste abbattute e bostricate, sia che si esprima su azioni performanti estreme e competitive o su raccolte monstre di funghi, fiori e frutti di bosco, o ancora su atteggiamenti irrispettosi e cafoni che disturbano la fauna alpina, come l’eliski e l’eliturismo, è qualcosa che mi ricorda vagamente la necrofilia. Vogliamo finalmente renderci conto che quelle montagne siamo noi?

[Matteo RighettoIl richiamo della montagna, Feltrinelli, 2025, pagg.80-81.)

La necessità di concepire e adottare un senso del limite come segno massimo di civiltà contro la gigantesca cafonata di pensare che di limiti non ce ne siano, in pratica.

Le montagne, anche le più ciclopiche le cui pareti sembrano innalzarsi all’infinito verso il cielo, prima o poi terminano sulle rispettive vette. Lassù è bello fermarsi e contemplare il mondo, sapendo che oltre non si può andare e che è giusto che sia così, è naturale. Anzi: dalla vetta bisogna ridiscendere, ritornare ben entro il limite da essa delineato dove si può vivere pienamente: il mondo è al di qua, non oltre.

Perché noi non sappiamo essere come le montagne e tanto meno pensare (Aldo Leopold docet) come le montagne?

L’iperturismo cafone, anche in Svizzera

L’Oeschinensee, nel Canton Berna, è un po’ il lago di Braies svizzero (o viceversa, ovviamente). Come questo, è un luogo tra i più spettacolari delle Alpi e, in quanto tale, soggetto a flussi turistici intensi, tant’è che in loco come a Braies si parla da tempo di overtourism. E di come correre ai ripari.

In Svizzera, al riguardo, si è deciso che, a partire da maggio, verrà introdotta la prenotazione obbligatoria on line del biglietto per la funivia che porta al lago. Sarà possibile scegliere la fascia oraria: in caso di maltempo o malattia, sarà possibile scegliere un’altra data ma, in ogni caso, la prenotazione farà da filtro di selezione e limitazione degli afflussi al lago.

È una decisione ovviamente comprensibile e inevitabile, la cui efficacia sarà da verificare nel corso della prossima bella stagione.

Tuttavia, ancora una volta mi pongo la domanda se quella relativa all’overtourism non sia solo una questione di numeri, di quantità di turisti in loco, ma pure se non soprattutto di qualità delle presenze. Leggo su “Tio.ch” che «L’anno scorso, i proprietari del Berghotel Oeschinensee sono stati costretti a chiudere l’hotel per la stagione: la situazione era degenerata. I visitatori manifestavano mancanza di rispetto sociale e arroganza verso il personale di servizio. In alcuni casi, sono state anche segnalate molestie, commenti sprezzanti, abusi e persino minacce di morte.»

Già: anche in Svizzera, dunque, l’iperturismo si contraddistingue per il suo impatto non solo ambientale ma pure culturale e, per così dire, etico. Per la sua frequente cafonaggine, insomma: una caratteristica che degrada ancora di più i luoghi nei quali l’overtourism si manifesta. E che, a mio modo di vedere, lo rende un fenomeno ancora più da contrastare: non solo materialmente, con provvedimenti di limitazione e contenimento radicali, ma anche dal punto di vista culturale, della necessaria “rieducazione” di una parte importante del pubblico turistico nei confronti dei luoghi che visita. Oltre che di certi montanari locali che, pur di fare affari con la gran massa di turisti, chiudono entrambi gli occhi sul degrado crescente delle proprie montagne, ecco.

N.B.: Le immagini dell’Oeschinensee che vedete sono tratte da facebook.com/oeschinenseeCH.

Matteo Righetto, “Il richiamo della Montagna”

«Andare in montagna è tornare a casa». L’avrete probabilmente già letta da qualche parte questa celebre affermazione di John Muir (anche perché dà il titolo a una raccolta di testi del grande naturalista americano pubblicata in Italia): è un assunto dalle interpretazioni molteplici e profonde. Tuttavia, mi sembra che il più delle volte la parte di essa alla quale viene conferita più considerazione è la prima, l’andare in montagna ovvero l’esortazione a frequentare, certo consapevolmente, un ambito di rara bellezza e i cui benefici sono risaputi per come ci si senta bene a starci – proprio come «a casa», appunto.

Io invece trovo molto significativa la seconda parte e in particolar modo l’idea di “casa” che viene veicolata dall’affermazione di Muir: casa come luogo dell’abitare, che non significa semplicemente risiedere come invece spesso crediamo, e casa come ambito non solo simbolico nel quale si ritrova se stessi perché rispecchia ciò che siamo. Ed è molto interessante notare due cose, al riguardo: la prima, che il celebre psicologo americano Abraham Maslow, nell’elaborazione della sua piramide dei bisogni umani che oggi prende il suo nome, ha posizionato l’abitare nei bisogni di sicurezza, immediatamente dopo quelli fisiologici e perciò tra quelli basici come il respirare, il bere e il mangiare. La seconda, che l’altrettanto celebre John Ruskin, in merito all’abitare, scrisse: «Se gli uomini vivessero veramente da uomini, le loro case sarebbero dei templi, templi che non oseremmo tanto facilmente violare e nei quali diventerebbe per noi salutare poter vivere». Per inciso, era quel Ruskin che scrisse spesso anche di montagne le quali definì, in un’altra famosissima affermazione «le grandi cattedrali della Terra».

Capirete ora che le parole citate all’inizio di Muir assumono un ulteriore, profondo e potente significato proprio riguardo la relazione montagna-casa in esse contenuta, in fondo la stessa che con altre parole anche Ruskin descrive. Una casa che “ci contiene” come nessun altra nella quale possiamo trovare tanto protezione e rifugio quanto vitalità e iniziativa: ma, ovviamente, solo se vogliamo e sappiamo comprendere questa prerogativa montana.

Prende le mosse dalla formulazione di questa basilare necessità – tornare a comprendere la naturale e insostituibile relazione tra uomo e ambiente, base fondamentale della nostra presenza al mondo – Matteo Righetto nel suo ultimo libro Il richiamo della montagna (Feltrinelli, collana “Scintille”, 2025), una densa, potente, eloquente disamina del rapporto attuale tra gli uomini e la natura, in particolar modo quella montana, delle circostanze che in certi casi lo rendono distorto e pernicioso e di ciò che invece potrebbe (e dovrebbe) riallinearlo allo spazio e al tempo nel quale sussiste ogni cosa di questo pianeta, compresa la razza umana nonostante troppe volte, e sempre in modi variamente immotivati, essa se ne sia tirata fuori pensandosi superiore e per ciò titolata del diritto assoluto di dominazione su ogni cosa terrestre. Con puntuali, inesorabili disastri.

Proprio sulla storia di due recenti disastri alpini, considerati naturali nella loro manifestazione conclusiva ma in origine alquanto dipendenti dalle attività antropiche e dai loro effetti, cioè la Tempesta Vaia e il crollo del Ghiacciaio della Marmolada, Righetto costruisce la propria riflessione intorno alla nostra evidente incapacità (dacché smarrita, dimenticata, trascurata, ignorata) di relazionarci in maniera equilibrata con l’ambiente naturale []

(Potete leggere la recensione completa di Il richiamo della montagna cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Centosettanta Euro per “mangiare la neve”?!

Sempre a proposito di eventi spacciati per “valorizzazione delle montagne” ma che con le montagne non c’entrano nulla – innanzi tutto con la loro identità culturale, l’elemento che più di ogni altro dà valore e genera attrattività alla frequentazione turistica delle loro località – eccone un altro veramente “notevole” e assai spassoso:

Spassoso, sì. Perché, con tutto il rispetto per chi vorrà liberamente parteciparvi, è divertente il costo proposto e pensare che si possa essere disposti a pagarlo, è buffo il lessico con cui l’evento viene presentato, è grottesca la scritta «CUCINA & NATURA» in alto a sinistra, è burlesca la proposta di vini francesi in Valtellina, terra di rinomata produzione vitivinicola dove si imbottigliano anche spumanti (la “valorizzazione delle montagne”, vero?). E fa ridere anche la traduzione letterale di «Snoweat», mangianeve: che ci sia qualche doppio senso altrettanto derisorio in questo nome?

Infine, trovo “spassosi” questi eventi per un’ultima ma non meno importante cosa: stanno diventando così decontestuali alla montagna, così incongrui e ineleganti, così culturalmente rozzi e talmente lontani dall’ambito montano, persino da quello prettamente turistico, che messi tutti insieme stanno gonfiando una gigantesca bolla consumistica che prima o poi scoppierà addosso a chi li propone. Ne sono più che convinto.

Le montagne, e con esse la parte preponderante di frequentatori consapevoli delle terre alte che vedono con sguardo sempre più critico tali iniziative, le espelleranno e se ne libereranno rapidamente. Alla fine una patacca senza valore messa in mezzo a dei gioielli preziosi resta comunque una patacca, e prima o poi anche quelli che la pensano preziosa come ciò che ha intorno (e l’abbiano acquistata come tale, per giunta) si renderanno conto del terribile abbaglio. Ecco.

Ribadisco: il problema non è fare cose in montagna ma come si fanno. A mio parere si può fare di tutto e con il buon senso ogni cosa verrà bene e funzionerà – buon senso che per me significa fare cose realmente consone al luogo e alle sue specificità. Senza buon senso probabilmente scaturiranno solo problemi e danni. Ma, al solito, a chi da queste cose ci ricava un tornaconto, pur legittimo che sia, delle conseguenze generate non interesserà granché.

Il «turismo educato» della Valle Maira

[La chiesa di San Peyre di Stroppo e l’alta Valle Maira. Immagine tratta dalla pagina Facebook del Consorzio Valle Maira.]

Ci vuole molta saggezza da parte delle amministrazioni locali. Leggo continuamente che si vogliono fare impianti di risalita dove ormai non nevica più. Serve gestire il territorio in maniera diversa e fare scelte oculate. Porto sempre l’esempio della Valle Maira, dove ho ambientato un altro dei miei romanzi, “L’inventario delle nuvole”. Ecco, la Valle Maira è oggi un luogo affollato di turismo consapevole, che è riuscito a rimanere pressoché intatto dal punto di vista naturale grazie alla lungimiranza dei valligiani che, tra gli anni Sessanta e Settanta, non hanno voluto la costruzione degli impianti di risalita: qui non ci sono piloni, cavi di acciaio, cemento, piste, e neanche albergoni e seconde case. Non c’è stata l’invasione di quell’edilizia che deturpa il territorio e la vita degli abitanti e dopo pochi anni è già morta. È stata una decisione che oggi premia quel territorio, che vanta un flusso turistico importante, ma fatto di persone che sanno che nei rifugi non troveranno lo spritz o la pasta con le vongole e apprezzano quello che c’è. Un turismo educato, che rispetta la natura e si basa sulla piccola accoglienza locale.

In una bella intervista pubblicata il 19 febbraio su “L’AltraMontagna”, l’amico Franco Faggiani parla di sé e della propria letteratura, del suo narrare di montagne e montanari, dei libri pubblicati e di quelli prossimi nonché di altre cose molto interessanti da leggere tra le quali rimarca, nel passaggio sopra citato, l’emblematica esperienza turistica veramente sostenibile della Valle Maira, un territorio che Faggiani conosce bene e nel quale vi ha ambientato uno dei suoi libri più celebrati, L’inventario delle nuvole.

[Franco Faggiani e la copertina del suo ultimo libro Basta un filo di vento.]
Ecco: siccome spesso i promotori del turismo montano massificato, quello legato all’industria dello sci e ai suoi modelli che vengono replicati tali e quali (e si vorrebbero replicare sempre, denominandoli assai ambiguamente “destagionalizzazione”) con similari variegati impatti sui territori coinvolti, a chi li contesta subito ribattono che non ci sarebbero alternative ai loro “modelli”, quei promotori (amministratori locali o imprenditori privati che siano) andrebbero portati a fare un giro in Valle Maira oppure nei numerosi altri territori montani che stanno portando avanti lo sviluppo di frequentazioni turistiche sostenibili, dolci e consapevoli con notevole successo. Iniziative che certo non possono vantare i numeri del turismo di massa ma distribuendoli nel tempo e nello spazio con un risultato finale molto più proficuo per i territori e le loro comunità nonché consolidato nel tempo, senza alcun patema legato alle variabili climatiche o ad altre criticità. Ovvero, in base alla miglior strategia turistica possibile per le montagne e il loro futuro: la qualità al posto della quantità, l’ecologia al posto dell’economia, l’accoglienza degli ospiti invece che l’invasione dei turisti. Una strategia ben più vincente, questa, di altre imposte a forza alle montagne pur di fare numeri e tornaconti ma destinate a implodere presto. Inevitabilmente.

P.S.: della Valle Maira e del suo lodevole turismo ho già scritto qui.