La NON politica per la montagna

Premessa (inutile per chi mi conosce): niente di specifico contro nessuno. Chi pensasse il contrario è in totale malafede. Punto.

Detto ciò: un partito politico che organizza un incontro sulle politiche per la montagna invitando come relatori esclusivamente propri rappresentanti, senza nessun altro di altre parti politiche (nemmeno della loro stessa area) ovvero che apporti un’idea differente dunque senza possibilità di confronto, di contradditorio, di dibattito autentico. Nulla di tutto ciò: se le cantano e se le suonano da soli, si danno gran pacche vicendevoli sulle spalle, si dicono «bravi!», si danno ragione evitando accuratamente che qualcuno possa dar loro torto.

Cosa può uscirne di buono per la montagna e per il suo futuro da un “fare” politico del genere?

La domanda è retorica, ovviamente. Anche perché, fosse che da un incontro del genere venissero idee, osservazioni, proposte potenzialmente buone, il loro valore verrebbe da subito inficiato dalla parzialità esclusiva e faziosa del contesto, deprivato non solo di qualsiasi possibile confronto ma pure, di conseguenza, della necessaria condivisione. Come se si volessero cambiare le regole del campionato di calcio e ne discutessero i funzionari di una sola squadra: sarebbero comunque proposte sterili e prive di valore, inevitabilmente. D’altro canto, l’autoreferenzialità polarizzante della politica contemporanea è cosa ormai assodata: non si producono più cose utili ma slogan funzionali al solo scopo di farsi e dirsi “belli” (mediaticamente, innanzi tutto). Tutto il resto è noia, per lorsignori.

Una circostanza emblematica tanto quanto deprimente, già. Povera montagna, quando venga costretta a tali realtà!

P.S.: la locandina dell’evento l’ho convenientemente resa illeggibile. Perché, ribadisco, non conta a chi si riferisca nello specifico. D’altro canto la politica si mostra da tempo bipartisanamente lontanissima, quando non avversa e perniciosa, alla realtà della montagna.

l’Italia e i “ritardi” sul PNRR. O forse no.

La questione dei ritardi sui progetti finanziati dai fondi europei facenti capo al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che da qualche giorno è emersa sugli organi di informazione (cliccate sull’immagine qui sopra per leggere uno dei tanti articoli al riguardo), appare come l’ennesima manifestazione del cronico deprecabile modus operandi della politica italiana, frutto di un mix di incapacità, incompetenza, superficialità, menefreghismo, quando non di vera e propria cialtronaggine, che da lustri caratterizza bipartisanamente l’operato della classe politica nostrana, i cui rappresentanti attuali non sono che i discepoli di numerosi precedenti pessimi maestri – il che, sia chiaro, non li esime dalle conseguenti responsabilità, anzi.

Ecco, verrebbe da pensare tutto ciò, nel leggere quelle notizie e i dettagli di alcuni dei ritardi segnalati.

E se invece l’italico modus operandi consueto fosse “strategico”, fatto apposta per svicolare da obblighi, vincoli, responsabilità altrimenti inderogabili? Se di “ritardi” veri e propri non si trattasse ma fosse una altrettanto solita, bieca furbata all’italiana?

È un pensiero conseguente al primo, quest’altro, che sorge nel leggere altre notizie, ad esempio questa relativa ad altre “grandi opere” in programma di questi tempi:

Uhm… non vi fa venire in mente nulla, a proposito di modus operandi?

Vi aiuto io, con un altro caso recente:

E infatti già qualcun altro ben più titolato di me ha formulato lo stesso pensiero:

Bene: ora, se leggerete, sentirete o vedrete qualche politico italiano che dice cose al riguardo, accampa scuse, si straccia le vesti, fa lo scaricabarile o promette prodigi, mi auguro che vi prenderete qualche attimo di riflessione in più per cogliere il senso reale delle sue parole.

A pensar male si fa peccato ma si indovina spesso, rimarca la nota frase pronunciata da Pio XI e resa celebre da Giulio Andreotti. Che per analizzare questioni del genere è comunque un modus operandi – anzi, modus cogitandi individuale sempre utile, questo sì.

I soldi del PNRR, o la scoperta dell’acqua calda

Così scrivevo qui sul blog più di un anno fa, nel luglio 2021:

Certo che, a leggere e ascoltare dai media “d’informazione” (virgolette inevitabili) tutti gli interventi, le azioni, le opere, i provvedimenti, i progetti che fanno (farebbero) parte del cosiddetto PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e saranno (sarebbero) finanziati con i soldi del Recovery Fund europeo, o Next generation EU che dir si voglia, con tot miliardi qui, tot miliardi là, tot miliardi sopra e tot miliardi sotto, mi si fa vivida la sensazione che, a metter dentro tutto quanto, non solo non bastino i 191,5 miliardi concessi dalla UE all’Italia ma nemmeno il doppio e tanto meno il triplo o il decuplo. []

Ed ecco che martedì 29 è uscita la notizia sottostante, in questo caso ripresa da “Open” (cliccateci sopra per leggerla):

Bene, ora fate come me: prendete una pentola, riempitela di acqua, mettetela sul fornello e, quando bolle, metteteci dentro la mano. Poi, urliamo tutti insieme: EHI, MA SCOTTA! CHE SCOPERTA INCREDIBILE!

Eh, proprio “incredibile”, già.

Recovery (senza) fund

Certo che, a leggere e ascoltare dai media “d’informazione” (virgolette inevitabili) tutti gli interventi, le azioni, le opere, i provvedimenti, i progetti che fanno (farebbero) parte del cosiddetto PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e saranno (sarebbero) finanziati con i soldi del Recovery Fund europeo, o Next generation EU che dir si voglia, con tot miliardi qui, tot miliardi là, tot miliardi sopra e tot miliardi sotto, mi si fa vivida la sensazione che, a metter dentro tutto quanto, non solo non bastino i 191,5 miliardi concessi dalla UE all’Italia ma nemmeno il doppio e tanto meno il triplo o il decuplo. Che a momenti manca solo di sentire che verranno finanziati pure un ponte autostradale tra Civitavecchia e Olbia, la fornitura di pietre filosofali a tutti i cittadini maggiorenni e magari pure l’ampliamento e l’ammodernamento del tunnel tra il Gran Sasso e il CERN di Ginevra, e poi le avranno dette tutte!

La maturità degli immaturi

(Immagine tratta da https://www.fumettologica.it/, cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui è tratta.)

E così, a quanto si dice, cambierà ancora l’esame di maturità.

Be’, mettiamola così: due anni fa il campionato di calcio l’ha vinto la squadra A, con partite della durata di 90 minuti, porte larghe 7,32 metri e undici giocatori per squadra in campo. L’anno scorso il campionato l’ha vinto la squadra B ma le partire duravano 70 minuti, le porte erano larghe 4 metri e di giocatori in campo ce n’erano 14 per squadra. Quest’anno, a campionato iniziato e con la squadra C in testa alla classifica, si cambiano le regole: partite da tre ore, porte larghe 15 metri e 24 giocatori per campo. Ma poi si comprenderà che così non va bene, che sono regole che abbisognano di «una correzione di rotta», che bisogna ascoltare i consigli degli esperti: dunque, partite da 90 minuti ma in tre tempi, 9 giocatori per squadra, quattro porte al posto di due. E sostituzioni illimitate.

Che ne direste della serietà e della credibilità oltre che della effettiva validità agonistica di un gioco così gestito dai suoi dirigenti?

Ecco.

La scuola italiana è ridotta così ormai da tempo. Un sistema che funzionerebbe tutto sommato bene, considerando le ristrettezze economiche e strutturali alle quali si deve adeguare, ma i cui funzionari più alti fanno di tutto da lustri per rovinarne qualsiasi buona reputazione. Fin da uno dei suoi elementi più importanti ed emblematici, la prova di maturità, messa in mano ad amministratori ministeriali e pubblici palesemente immaturi.

Uno degli elementi che nelle società moderne e contemporanee segnala il livello del loro progresso culturale, politico e sociale è la cura che viene messa nella gestione del sistema scolastico – elemento peraltro ineluttabile alla costruzione di un buon futuro per la società stessa. Bene, non serve aggiungere altro.

Ma tranquilli, non è ancora finita. C’è da scommettere che le regole cambieranno ancora. Già.