Covid a Bergamo: giustizia sarà fatta?

Il Covid in provincia di Bergamo, la zona rossa, i 6.200 morti, l’inchiesta, le accuse alle istituzioni. Giustizia sarà fatta?

No.

I “potenti” inquisiti verranno tutti assolti e se la caveranno come se nulla sia accaduto. La legge è uguale per quasi tutti: ma questo non è un problema della giustizia (che di problemi ne ha certamente) o una mancanza di fiducia in essa, è un problema delle istituzioni politiche che invece ne fanno una propria prerogativa e un vanto da spendere in propaganda e consenso elettorale, a danno anche della giustizia (nonostante i suoi problemi, ribadisco). Ciò è quanto di più bieco e meschino vi sia, inutile rimarcarlo, ma ormai a tali circostanze l’Italia s’è fatta il callo, purtroppo.

Si mettano il cuore in pace, i parenti dei defunti – come hanno appena fatto loro malgrado quelli della tragedia di Rigopiano, per citare un altro caso recente: l’oblio del tempo è già pronto a fagocitare le loro istanze di equità legale. D’altro canto, per fortuna che a preziosa e futura memoria del loro dramma e di tutto quanto successe in quei primi mesi di pandemia nella provincia di Bergamo (non solo ma soprattutto lì), qualcuno ha pensato bene di mettere nero su bianco la cronaca di quelle terribili settimane: come la giornalista e direttrice di “Valseriana NewsGessica Costanzo che, insieme a Davide Sapienza, ha pubblicato nel settembre 2020 La valle nel virus, un «libro di testimonianza» scritto per rispondere, almeno in parte, «a migliaia di persone che ci hanno chiesto di aiutare il mondo a non dimenticare cosa è accaduto nella nostra valle. Lo dobbiamo a chi non c’è più ma lo dobbiamo soprattutto a noi».
Perché, al di là delle alte o basse vicende umane, la miglior giustizia resta sempre quella decretata dalla verità e dalla relativa memoria.

P.S.: cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo a cui fa riferimento.

Una gran dote

Una delle “doti” maggiori degli individui di scarso valore è che, ogni qualvolta tentino di mettersi in mostra, difendersi, lodarsi, giustificarsi, patrocinarsi, mostrarsi saggi, avveduti, onesti o integerrimi e ogni altra azione di natura per così dire “autobiografica” con la quale manifestino e propugnino il proprio preteso “pregevole valore”, è proprio il momento in cui diventa palese quanto quel valore sia scarso e viepiù scadente, per giunta.

Che è un po’ lo stesso principio per il quale il “cretino” è sempre fermamente convinto che i cretini siano gli altri, ecco.

Venerdì 17

[Foto di Gerhild Klinkow da Pixabay ]
Ooooh, mapperfavore! Va bene che il periodo in corso è certamente difficile e per nulla fortunato, ma che oggi sia un “venerdì 17” mi pare stia generando reazioni fin troppo sproporzionate, come se entro la mezzanotte, oltre a ciò che stiamo già subendo, potesse venire la fine del mondo oppure, per dirne d’un’eventualità ancora più infausta, rompersi il computer o il cellulare!
Suvvia!
Insomma, che mai potrebbe superstiziosamente succedere?

Per dire: a me sembta vhe, salbo le vose lehaye alla vtomava pamdemiva quoyidiama, sia yuyyo a posyo e fumziomi yuyyo quamyo pet beme. Mom ytovaye?
Evvo, appumyo.
Razza di supetsyiziosi vhe mom sieye alyto!

P.S.: in merito all’immagine in testa al post ci tengo a precisare che, stante le mie intense simpatie per Belzebù, i gatti neri a me stanno simpatici. Come tutti gli altri animali, d’altronde, sovente ben più che gli umani.

Il petrolio italiano

Quindici minuti di applausi? No, sono stati 18 minuti di applausi a tutta la cultura italiana perché questo è un momento in cui l’Italia celebra tutta la sua bellezza nonostante i tagli, perché questo è il petrolio italiano, il nostro tesoro, con la cultura si mangia e mangiano tutti. L’opera lirica è il futuro sicuro perché abbiamo bisogno di arte, non bastano i like.

Sono parole di Davide Livermore, regista della Tosca andata in scena alla Scala di Milano come “prima” della stagione 2019/2020, citato con risalto su “RSI News” oltre che su pochi media italiani. Pochi, sì. Perché l’Italia persevera ormai “strategicamente”, lo si sa, nell’ignorare il grande tesoro culturale che avrebbe a disposizione e che la renderebbe oltre modo ricca. Nonché intelligente e assennata: doti che stridono fortemente con la quotidianità nazionale e con il degrado socioculturale che la contraddistingue. D’altro canto è bello constatare tutto questo interesse per la prima scaligera e il suo successo di pubblico e critica: veramente l’opera lirica è uno dei più preziosi patrimoni italiani, una parte importante di quel tesoro di cultura e di bellezza che può salvare il mondo italiano. Unica possibilità di salvataggio, peraltro, anche dallo scempio devastante della politica nostrana. Ecco.

(Nel video: Anna Netrebko nell’aria Vissi d’Arte della Tosca di Giacomo Puccini, Teatro alla Scala di Milano, 7 dicembre 2019.)

“Fighe”?

La vera questione riguardo a ciò che ha scritto nel suo ultimo “libro” – ovvero l’ultimo con il suo nome e cognome in copertina – tal Fabrizio Corona (personaggio che sento nominare ma che in verità conosco poco e, per quel poco che conosco, mi pare affetto da gravi disturbi mentali), non è tanto ciò che ha scritto, non tanto il relativo senso e la sostanza (ammettendo che ve ne siano – vedi sopra, con buona pace del rispetto verso il gentil sesso, peraltro) e nemmeno che ci siano editori che le pubblichino – ormai la prostituzione editoriale nostrana la conosciamo benissimo. No, la questione reale è che Corona scrive le cose che molti vorrebbero scrivere ma non possono farlo e dunque che amano leggere per potersi immedesimare in esse in un’ideale congiunzione non di azioni ma di intenti. Già.

Un meccanismo peraltro ormai tipico, nell’italica società contemporanea, al punto da essere stato pienamente adottato pure nell’ambito politico, il quale “giustifica” l’operazione commerciale dell’editore che pubblica siffatta robaccia incidentalmente a forma di libro (ma non ne garantisce affatto il successo, sia chiaro), che “legittima” e stimola un “personaggio” altrimenti meritevole di un T.S.O. definitivo a scrivere cose del genere e a farsi vanaglorioso protagonista di esse (inventate o meno che siano, poi), e che infine documenta il degrado endemico e pandemico di certa parte della società civile – quantunque non credo affatto che il libro in questione stia vendendo migliaia di copie, come qualcuno rimarca.

Ma non è più una questione di quantità, a questo punto, ma di “qualità”, socioculturale in primis. Quindi, non prendetevela con la tanto miserrima figura dell’autore ma, prima, con chi fa della sua palese miseria umana un modus vivendi da ammirare e imitare. Al primo, ribadisco, riservate un drastico T.S.O.; i secondi metteteli a svolgere servizi civili per i prossimi 15 anni. Ecco.

P.S.: l’immagine in testa al post, che raffigura l’inizio di uno dei capitoli più “peculiari” del libro, è ricavata dalla pagina facebook di Saverio Tommasi.