I libri che vivono sul presente non avranno mai un futuro (Harold Bloom dixit)

Per scegliere che cosa continuare a leggere e insegnare, mi attengo soltanto a tre criteri: lo splendore estetico, il vigore intellettuale e la saggezza. Le pressioni della società e le mode giornalistiche possono anche oscurare, per un certo tempo, questi criteri; ma appunto, si tratta sempre di periodi limitati, e alla fine le opere che non riescono a trascendere il loro particolare contesto storico sono destinate a non sopravvivere. La mente finisce sempre per tornare al suo bisogno di bellezza, di verità, di comprensione.

(Harold Bloom, “Sapienza” in La saggezza dei libri, trad. Daniele Didero, Collana “Saggi”, Rizzoli, 2004; Collana “Saggi”, BUR, Milano, 2007.)

Ecco, un’altra bella frase da incidere a caratteri cubitali sui muri delle redazioni di molte case editrici! Le quali invece hanno fatto in modo, negli ultimi tempi – non da sole, certo, ma senza dubbio senza troppo contrastare il fenomeno, quando non essendone parte primaria – che quel bisogno della mente di bellezza, di verità e di comprensione mutasse in disinteresse, se non in fastidio. Perché è ovvio, se la mente sa comprendere bellezza e verità, ancor più saprà riconoscere bruttezze e falsità, ovvero due delle peculiarità fondamentali con le quali si è voluto corrompere e plasmare il nostro mondo contemporaneo.

“Alice non sa… Peter sì”: a Lecce, dal 17 al 31/05, una mostra d’arte contemporanea per tornare al tempo dell’infanzia (e non solo!)

Nel mese di Settembre dello scorso anno la Piscina Comunale – Spazio d’arte in Copisteria di Milano – luogo a dir poco affascinante nel quale non ci si aspetterebbe di trovare arte e invece se ne trova e pure di altissimo livello, per di più sovente esposta in maniera originale almeno quanto originale e unico è il luogo stesso, pure per un ambito cittadino grande come Milano – la Piscina Comunale, dicevo, ha ospitato una mostra alquanto particolare: “In un fazzoletto”, una collettiva composta da 100 e più opere artistiche, realizzate con tecniche diverse su un fazzoletto – proprio così, un semplice fazzoletto di tela come quelli che quotidianamente tutti usiamo, qui divenuto supporto pluri-metaforico (e non solo) per provare che l’arte, quando è di valore, può benissimo “accontentarsi” dello spazio di un fazzoletto, esiguo solo all’apparenza…
Alla mostra dedicai un articolo qui sul blog, trovandola assolutamente originale (appunto) e intrigante; dunque oggi sono veramente felice di riparlarne e anche più diffusamente, dal momento che “In un fazzoletto” sta per essere riproposta in quel di Lecce, nell’ambito di Alice non sa… Peter sì, progetto espositivo a cura di Katia Olivieri e realizzato dall’Associazione “Le Ali di Pandora” di Lecce in collaborazione con “Art and Ars Gallery” di Galatina e, naturalmente, “Piscina Comunale. Spaziodarteincopisteria” di Milano.

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Alice non sa… Peter sì ospita le opere di 11 artisti in 11 sale del Palazzo Vernazza Castromediano di Lecce: Mirek Antoniewicz (Bratislava), Matilde De Feo (Napoli), Emilio D’Elia (San Pietro Vernotico – Brindisi), Michele Giangrande (Bari), Laboratorio Saccardi: Vincenzo Profeta, Marco Barone (Palermo), Maurizio L’Altrella (Sesto San Giovanni – Milano), Adriano Pasquali (Milano), René Pascal (Milano), Giuseppe Stellato (Napoli), Paula Sunday (Napoli), Paola Zampa (Roma), “in un interessante incontro fra autori contemporanei” – come si può leggere dal comunicato stampa dell’evento – “che ci riporterà, grazie al gesto artistico, a quell’età che con il tempo si dimentica: l’infanzia. La prospettiva della fiaba romantica è completamente rovesciata: agli artisti la possibilità di raccontare un mondo interiore, tanto personale quanto idealizzato o dis/incantato, perché Alice non sapeva, Peter sì, ma potrebbe esser vero il suo esatto contrario. Obiettivo del nostro metodo è accompagnare il visitatore in un’esperienza che stimoli la capacità di stupirsi, l’abitudine a interpretare, la voglia di esprimersi e soprattutto sensibilizzare sulle problematiche dell’infanzia e la necessità di capire l’altro, perché la città accoglie spazi e l’animo d’ogni innocente, che dimentichiamo e spesso si consuma l’abominio e l’eccesso sulla carne pensante del nostro domani. Il futuro è occhi fanciulli.
Come dicevo poc’anzi – e continuando a leggere il comunicato stampa – “contestualmente sarà allestita una collettiva curata da Adriano Pasquali, che presenta più di cento opere realizzate “in un fazzoletto”, letteralmente s’intende, ovvero create su altrettanti semplici fazzoletti tra i quali spiccano “i fazzoletti” dei detenuti del carcere di Milano. Scrive Luca Rota: “Non solo una mera reinterpretazione fuori dal comune del supporto artistico, ma pure una sorta di metafora del valore di esso e dell’arte stessa, in grado di offrire un certo valore – estetico, tematico, culturale, sociale persino – al fruitore anche quando “relegata” su di un supporto così apparentemente limitato e limitante… Ma, inutile dirlo, quando l’arte è di valore (e di nuovo intendo ciò in senso artistico, appunto, non certo “commerciale”!), qualsiasi pur ridotta quantità non sarà mai proporzionale alla qualità offerta! E in fondo, appunto, nemmeno al mero godimento estetico di essa.

Fazzoletti_Piscina-Comunale(I fazzoletti in mostra alla Piscina Comunale, lo scorso settembre 2013)

Non posso che ringraziare di cuore gli organizzatori della mostra – Piscina Comunale in primis – per aver inserito nel comunicato stampa ufficiale dell’evento un estratto dell’articolo che scrissi e pubblicai nel blog per la mostra a Milano, ma pure a prescindere da ciò non posso (altrettanto!) non consigliarvi caldamente una visita alla mostra e alle sue opere – notevoli peraltro, come le immagini d’anteprima che circolano sul web fanno ben capire. Una visita necessaria, mi viene da dire, affinché Alice non sa… Peter sì possa consentirci di risvegliare quegli istinti preziosi che l’infanzia ci dona e che poi il passare del tempo e l’età adulta sovente relegano in un dimenticatoio come cose superflue e fuori luogo, quando invece senza la curiosità, la capacità di stupirci, di interessarci a quanto abbiamo intorno e a cercare di capirlo – atteggiamenti tipici di individui pulsanti di vitalità come l’essere umano in età infantile ancora è – non faremo altro che impoverire la nostra mente, il nostro spirito e, di rimando, il mondo nel quale viviamo e che animiamo. L’arte, oltre a essere uno dei migliori strumenti di visione e di interpretazione della realtà, grazie alla sua genesi immaginifica è anche in grado di rendere il più possibile evanescente il confine tra la realtà stessa e quella fantasia, più o meno fiabesca, grazie alla quale possiamo “vedere” anche ciò che reale non è – un ideale e forse pure necessario riflesso completante, per la prima, in base allo stesso principio grazie al quale, per realizzare qualcosa e farlo bene, il mix ideale è quello che integra allo stesso modo razionalità e creatività: in fondo proprio ciò che l’arte è, appunto. E senza dubbio non potremo mai dire del tutto logico e maturo il nostro sguardo sul mondo se in esso non confluirà pure la tipica fantasia infantile, elemento complementare capace di dare ancora maggior forza, ricchezza e profondità a quella nostra ambita maturità.

Una mostra da non perdere, insomma. Cliccate sulle immagini per saperne di più, conoscere ogni informazione utile sulla visita e per visitare la pagina facebook della Piscina Comunale, mentre QUI potete visitare la pagina dedicata all’evento, sempre su facebook.

I “Libri Illeggibili” di Bruno Munari: un “manuale di scrittura” ancora oggi assolutamente valido

Come sa bene chi frequenta il blog, cerco spesso nei post di agevolare l’incontro e il dialogo tra letteratura e arte visiva contemporanea, non solo per la passione che nutro per entrambe ma pure perché entrambe sono arte, appunto, e tra quelle primarie a disposizione dell’intelletto umano. Dunque, quando l’una incontra l’altra, o vi bruno_munari_ritrattosi mette al servizio ovvero vi si fonde, in qualche modo è come se i singoli valori si sommassero e ne generassero uno nuovo e doppio, o comunque ben maggiore.
Per questo (non solo, ma anche) riservo una particolare attenzione a quella produzione artistica visiva che utilizza il testo scritto, la parola, la lingua ovvero l’oggetto-libro per generare il proprio messaggio. E indubbiamente tra quegli artisti del Novecento che hanno saputo interpretare e offrire una rilettura (termine qui assai consono) dell’oggetto-libro, del suo senso primario e del suo valore, non si può non citare Bruno Munari coi suoi Libri Illeggibili: opere molto particolari e ancora oggi assai originali che nacquero in risposta ad alcune semplici tanto quanto intriganti domande: si possono creare storie senza parole e immagini? Un libro può comunicare senza i suoi elementi comunicativi tipici? Ovvero:

…il libro come oggetto, indipendentemente dalle parole stampate, può comunicare qualcosa?

(Bruno Munari, Da cosa nasce cosa. Appunti per una metodologia progettuale, Laterza 1981)

Munari, innovativo designer nonché artista creativo ed eclettico, lancia una sfida: dal 1949 inizia a sperimentare nuove forme di linguaggio visivo e nuovi materiali editoriali creando i Libri Illeggibili, una collana che può essere “letta” dai bambini e nella quale rilegatura, inchiostro e testi non contano nulla. Il libro diventa un oggetto che racconta storie senza l’utilizzo della parole.
Non vi è ordine, non ci sono margini e tanto meno numeri di pagine. Forme, colori e tagli sono i paesaggi di questa narrazione che non ha né inizio né fine; si può andare avanti e indietro; si possono “leggere” capovolti o da metà. Colori allegri, tristi e drammatici; forme taglienti o morbide, fori che saltellano da una pagina all’altra sono i protagonisti senza tempo e senza nome che ci accompagnano lungo un racconto sensoriale. Citando l’artista stesso, «è un libro di comunicazione plurisensoriale, oltre che visiva.

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Fu così che nacquero i “libri illeggibili”, così chiamati perché non c’è niente da leggere ma molto da conoscere attraverso i sensi» (Bruno Munari, Libri senza parole, in R. Pittarello, Per fare un libro, Milano, edizioni Sonda, 1993)
In quest’opera fori rotondi ci svelano e portano tra le varie pagine, svelando foglio dopo foglio il percorso di un filo rosso che ci accompagna fino a sparire nell’ultima pagina. Un percorso che va al di là del solo vedere, perché i colori (rosso, nero e grigio) vengono percepiti diversamente da ognuno di noi. Dove si riscopre il tatto passando da carte ruvide a lisce, da leggere e pesanti. In cui anche l’olfatto ha una nuova veste: le diverse tipologie di foglio hanno odori differenti. Così come gli odori e le sensazioni tattili anche l’udito trova in questo volume nuovi stimoli, il filo che scorre ed interagisce con le diverse carte non fa sempre lo stesso rumore.
A questo progetto si affiancarono poi altri studi sui libri: ad esempio i Libri Tattili e i Pre-Libri, tutti lavori incentrati sull’importanza di vie comunicative “alternative”, e nuovi modi di stimolare la creatività dei bambini e di stupire gli adulti.

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Per saperne di più potete visitare il sito munart.org, sorta di database web dell’artista e della sua opera, che – come ribadisco – risulta a tutt’oggi parecchio interessante e illuminante, oltre che sotto molti aspetti provocatoria: a ben vedere, oggi di libri assai ricchi di testo e parole ma che alla fine non raccontano nulla (ovvero che sono illeggibili ma proprio perché scritti – malissimo!) ve ne sono un sacco in circolazione, no? Beh, forse una riflessione sui Libri Illeggibili di Munari e sul concetto di fondo che esprimono può essere parecchio utile, a noi che scriviamo, per capire se le nostre parole scritte dicono e comunicano veramente qualcosa, al lettore.

Il bisogno di libertà del creativo, secondo Cesare Pavese

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Non occorre ricordare il carattere piuttosto ostico di Cesare Pavese, forgiato da una vita ricca di difficoltà e di tormenti, dunque si potrebbe pure ritenere che il tono della lettera sopra riprodotta dipenda anche da ciò. Ma al di là di questa eventuale peculiarità, peraltro già evidenziata un po’ ovunque sul web (sul quale la lettera sta girando già da un po’), mi sembra interessante come Pavese, fors’anche indirettamente, ponga in evidenza il bisogno di libertà e di affrancamento da qualsivoglia imposizione che ogni creativo – di qualsiasi natura esso sia – necessita per produrre lavori di pregio, nonché l’altrettanto forte esigenza di vivere la vita in base alla propria libera natura umana – che in fondo è sempre in qualche modo figlia della Natura naturale, per così dire – al fine di ricavarne i migliori spunti da tradurre poi in arte.
Insomma, come a rimarcare con forza che l’arte, sia essa letteraria o che altro, non può e non potrà mai diventare “di consumo”, prodotta per contratto, per ordine superiore quand’esso sia legato a fini non meramente artistici. La fantasia, la creatività e il “talento” artistico non sono elementi industriali, e non potranno mai essere correlati ad altri elementi ben più materiali – le vendite, il profitto, il successo – che magari verranno pure e saranno certamente graditi, ma in quanto conseguenze naturali (appunto!) e non per obblighi contrattuali. Per carità, poi potrebbe pure esserci l’autore che, dovendo scrivere per contratto 4 libri all’anno, sappia scrivere 4 capolavori, ma al momento questa mi pare ancora un’ipotesi alquanto utopica e, sotto molti aspetti, inumana.
Purtroppo oggi, invece, a me pare che la direzione intrapresa dal comparto di produzione culturale – e in particolare da quello letterario/editoriale – sia proprio questa. Con le conseguenze che ormai risultano lampanti.

P.S. del 08/04: come mi ha giustamente fatto notare qualcuno – ad esempio Dario Bonacina oppure Veronica Adriani, che ringrazio – la sopra riprodotta lettera di Cesare Pavese non aveva invece alcuna matrice astiosa, ma era parte di uno scambio scherzoso tra lo stesso Pavese e il suo editore, Giulio Einaudi. Ecco di seguito la lettera antecedente che “provocò” la risposta dello scrittore:
10152597_10203548945793268_399172054_nSpiega bene il tutto anche un articolo de Il Post.
Tuttavia ciò non cambia il senso e la validità di quanto ho ricavato dal tono della lettera (dalle cui “eventuali peculiarità” infatti andavo al di là), dacché la questione disquisita rimane, eccome! E buon per Pavese che dovette avere a che fare con un Giulio Einaudi (seppur, pure con lui, non senza qualche problemino…), e non con un editore contemporaneo con le sue strategie commerciali – quelle che, appunto, fanno tanto bene al comparto editoriale nazionale, no? Lo dicono i report ufficiali che la lettura dalle nostre parti va sempre meglio, vero?

INTERVALLO – Luoghi vari, Claudio Parmiggiani, “Biblioteca”

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Il libro è sovente al centro dell’opera di Claudio Parmiggiani – uno degli artisti concettuali italiani più apprezzati – e in particolare delle sue celebri Delocazioni, opere realizzate attraverso l’uso della polvere, del fuoco e del fumo che riflettono sul tema dell’assenza e del passare del tempo nelle sue tracce visibili, e che si possono ammirare in maniera permanente o temporanea in varie istituzioni artistiche e museali (quella della fotografia qui sopra è stata esposta a Parma nel 2010).
Cliccate sul’immagine per leggere un testo dello stesso Parmiggiani sul suo lavoro, oppure cliccate QUI per conoscere meglio l’artista e la sua ricerca.

P.S.: ringrazio Marco Mapelli, eclettico artista con base tra Milano e Bergamo, per avermi fornito lo spunto per questo post.